da vaticannews.va

Il professor Vincenzo Fiocchi Nicolai, del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, contesta la tesi di tre studiosi italiani pubblicata sulla rivista “Heritage”

La tomba del Principe degli apostoli, e i suoi resti mortali: quando l’archeologia interseca la fede e la storia della Chiesa, l’interesse è sempre molto alto. Nei giorni scorsi ha avuto qualche eco mediatica il lavoro pubblicato da Liberato De Caro (Istituto di Cristallografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Bari), Fernando La Greca (Dipartimento di Studi Umanistici, Università degli Studi di Salerno) ed Emilio Matricciani (Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria, Politecnico di Milano) nella rivista Heritage. Nel saggio, intitolato “The Search of St. Peter’s Memory ad catacumbas in the Cemeterial Area ad Duos Lauros in Rome”, gli autori si dicono convinti che alla metà del III secolo le spoglie dell’apostolo Pietro, dalla tomba originaria sul colle vaticano, siano state trasferite nella catacomba dei santi Pietro e Marcellino sulla via Labicana (a Tor Pignattara), dove sarebbero rimaste nascoste e si troverebbero ancora oggi, così come era stato profetizzato, negli anni 1948-1949, dalla mistica italiana Maria Valtorta. Secondo questa tesi, la tomba originale sarebbe quella sotto la basilica di San Pietro in Vaticano, ma i resti a suo tempo individuati da Margherita Guarducci e il cui ritrovamento venne annunciato da Paolo VI, non sarebbero quelli del pescatore di Galilea. Vatican News ne ha parlato con il professor Vincenzo Fiocchi Nicolai, del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana.

Professore, innanzitutto, quali sono gli elementi portati a supporto della loro tesi dai tre studiosi italiani?

R. – Faccio innanzitutto notare, come premessa, che nessuno dei tre firmatari dell’articolo è archeologo. La tesi si basa su questi capisaldi: i resti di Pietro non sono stati rinvenuti, se non forse solo in parte, nella fossa ritenuta dalla metà del II secolo il sepolcro dell’apostolo. Inoltre, sulla scia della recente analisi di Alessandro Barbero delle basiliche che il Liber Pontificalis attribuisce a Costantino, solo quella costruita sopra la catacomba dei santi Pietro e Marcellino sarebbe effettivamente opera dell’imperatore: egli avrebbe edificato il mausoleo connesso con la chiesa, dove, come è noto, fu poi sepolta la madre Elena (la celebre “rotonda” di Tor Pignattara), per se stesso (come peraltro più o meno unanimemente accettato dalla critica), al fine – e questa è la novità – di essere inumato in vicinanza delle spoglie di san Pietro, collocate, appunto, nella catacomba. Allo stesso modo, dopo aver cambiato radicalmente programma, l’imperatore avrebbe poi scelto di collocare la sua tomba definitiva a Costantinopoli, accanto alle “teche” dei dodici apostoli.

Gli autori sostengono dunque che il “Pietro” a cui era dedicata la basilica non sarebbe il martire dell’epoca di Diocleziano, ma il Principe degli apostoli…

R. – Secondo questa tesi la basilica della Labicana non sarebbe stata dedicata, come riferiscono il Liber Pontificalis (metà VI secolo) e altre fonti, ai martiri dioclezianei Pietro e Marcellino, ma “all’apostolo Pietro martirizzato con Marcellino”, come si dedurrebbe da una versione del Liber Pontificalis del VII secolo, ove la chiesa è ricordata con la dedica “Beato Petro cum Marcellino martyribus”. L’uso del termine beatus, secondo gli autori dell’articolo, rinvierebbe senza equivoci all’apostolo. Ancora, in base al famoso lemma del 29 giugno della Depositio Martyrum – un documento composto nell’anno 336 – relativo alla istituzione nel 258 di una festa in onore degli apostoli Pietro e Paolo, gli autori ritengono che la locuzione in catacumbas, dove i resti di san Pietro sarebbero stati trasferiti dal Vaticano, non sia da riferirsi, come universalmente ammesso, al luogo del III miglio della via Appia, dove sorsero effettivamente, alla metà del III secolo, la Memoria Apostolorum e poi, in età costantiniana, la Basilica Apostolorum. Si riferirebbero invece “ad una catacomba”, quella, appunto, dei santi Pietro e Marcellino. Un altro elemento: nel cimitero sotterraneo della Labicana, un dipinto che raffigura Pietro con il rotolo e un’iscrizione in cui alla data del 29 giugno è associata l’espressione depositio domini Petri confermerebbero la presenza della tomba dell’apostolo nel cimitero. Infine, in base all’analisi “matematica e geometrica” di alcune anomalie nell’orientazione della basilica costantiniana e del connesso mausoleo imperiale, gli autori ritengono che la costruzione abbia tenuto conto del sito preciso della tomba di Pietro nella catacomba, da loro localizzata in un ambiente del piano inferiore, non ancora esplorato, immediatamente sottostante il cubicolo con l’affresco raffigurante san Pietro.

Che cosa ne pensa della tesi esposta nell’articolo?        

R. – Al di là di osservazioni di dettaglio, si tratta di una tesi che incontra alcune difficoltà insormontabili. Agli autori sfugge un particolare determinante: la locuzione in catacumbas utilizzata dal redattore della Depositio Martyrum per localizzare il luogo del culto di Pietro (e Paolo), ove ipoteticamente sarebbero state trasferite le spoglie dell’apostolo, non poteva indicare “una delle catacombe di Roma” come sostenuto nell’articolo.

Perché?

R. – Semplicemente perché il termine catacumba fu adottato per indicare i cimiteri cristiani sotterranei in generale, come è ben noto, solo a partire dall’alto medioevo. In antico questi erano infatti chiamati “cryptae”. Come tutti sanno, nella Depositio Martyrum, l’espressione in catacumbas è semplicemente il toponimo che segnala il III miglio della via Appia, dove, appunto, si svolgeva il culto congiunto degli apostoli Pietro e Paolo. Lo stesso toponimo, infatti, designa, nel medesimo Cronografo del 354 che ci ha trasmesso la Depositio Martyrum, il luogo del vicino circo di Massenzio. L’indicazione Petri in catacumbas nella Depositio Martyrum non può dunque indicare che le spoglie di Pietro nel 258 fossero state trasferite “nella catacomba” dei santi Pietro e Marcellino. D’altra parte, la realtà di questa traslazione può essere esclusa anche perché la catacomba della Labicana semplicemente non esisteva ancora nel 258: le regioni più antiche del cimitero sotterraneo, come hanno appurato le accurate ricerche di Jean Guyon, risalgono all’epoca della “piccola pace” della Chiesa, cioè al periodo compreso tra la persecuzione di Valeriano e quella di Diocleziano. E il piano inferiore della catacomba – dove gli autori immaginano il sepolcro di Pietro – risale addirittura al IV secolo inoltrato.

Come giudica l’ipotesi della sostituzione del culto originario dell’apostolo Pietro con quello del Pietro martire dell’epoca di Diocleziano?

R. – Mi sembra una soluzione, per così dire, acrobatica e, di fatto, basata sul nulla: il termine beatus del Liber Pontificalis è impiegato comunemente per i santi e non solo per il primo papa, e comunque tale sovrapposizione dovrebbe essere avvenuta in età molto antica, se l’identità di martiri dioclezianei dei due santi era perfettamente nota a papa Damaso, autore di un carme che ne celebrava le gesta. Quanto all’iscrizione, essa può essere considerata l’epitaffio di un omonimo dell’apostolo (il cognomen Petrus è molto diffuso), morto, accidentalmente, il medesimo giorno della festa dei santi Pietro e Paolo (dominus è appellativo usato nell’epigrafia funeraria non di rado in modo affettivo per un congiunto). Oppure la piccola lapide poteva essere combinata con un’altra perduta in cui era ricordato il nome del defunto, la cui morte era avvenuta il 29 giugno. Anche l’immagine di Pietro è molto frequente nelle pitture delle catacombe e non può essere ovviamente considerata indicativa di una particolare devozione per l’apostolo in loco.

Professore, qual è dunque la sua conclusione?

R. – Credo che queste osservazioni siano sufficienti per dichiarare del tutto irricevibile l’ipotesi degli autori. E chiaro che le spoglie di Pietro – se mai traslate in catacumbas, cioè sull’Appia – si trovavano nel loro luogo di sepoltura originario sul colle vaticano quando fu costruita la poderosa basilica costantiniana, la più grande basilica mai realizzata in città. L’imperatore  non sarebbe andato incontro a diffcoltà giuridiche e logistiche così notevoli  per la sua edificazione (il seppellimento di una necropoli ancora in funzione; il taglio del colle per far coincidere il luogo della tomba di Pietro con la zona del transetto), se non fosse stato condizionato dalla presenza delle spoglie venerate. La chiesa si deve pertanto tranquillamente assegnare al primo imperatore cristiano, con buona pace di un recente filone di studi, come attesta chiaramente, tra l’altro, l’iscrizione che si leggeva  sul suo arco trionfale:  Quod, duce te, mundus surrexit in astra triumphans, hanc Constantinus victor tibi condidit aulam.

Fonte immagine: wikimedia.org