di Luca Fumagalli

Continua con questo articolo l’approfondimento sulla vita e le opere dello scrittore scozzese George Mackay Brown (1921-1996), tra gli autori più interessanti e originali del panorama letterario cattolico del Novecento. Per i contributi precedenti:

  • Il bardo delle Orcadi: le opere e i giorni di George Mackay BrownQUI
  • La comunità tradizionale e la lunga ombra del progresso nichilista: leggendo “Greenvoe”, il primo romanzo di George Mackay Brown – QUI
  • “Magnus” di George Mackay Brown: note a margine di un capolavoro della letteratura cattolica scozzeseQUI

Per chi fosse interessato ad approfondire la figura di G. M. Brown e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

«In ogni momento della sua vita,

ognuno porta con sé il suo passato e il suo futuro»

(Oscar Wilde, De Profundis)

Stando a quanto racconta Ron Ferguson, nel settembre del 1994, quando venne annunciato che Lungo l’oceano del tempo (Beside the Ocean of Time) era stato inserito tra i finalisti del Booker Prize, George Mackay Brown, un tipo notoriamente schivo e riservato, ingurgitò in fretta e furia delle pillole calmanti, tanto gli pesava il clamore mediatico suscitato dal suo ultimo romanzo: «Non fu facile per gli intervistatori cavare qualche parola dal loro scontroso soggetto. In un tempo in cui si pensava che gli scrittori dovessero promuovere se stessi e svelare la loro personalità, Brown si ritirava ancora di più nel suo io». Alla fine non vinse le 20.000 sterline del premio finale – che andarono invece a James Kelmanma per Troppo tardi, Sammy – ma per l’autore scozzese, poeta prima che romanziere, fu la consacrazione definitiva, e nello stesso anno il libro ricevette lo Scottish Saltire Book of the Year Award.

Pubblicato in Italia una ventina d’anni fa dalla piccola casa editrice Tranchida e purtroppo ormai fuori commercio, Lungo l’oceano del tempo è il romanzo della maturità di Brown – che sarebbe morto di lì a poco, nel 1996 – dove trovano nuova e definitiva sintesi i punti nodali della sua poetica. Le storie che colorano i vari capitoli, cucite con maestria dall’intuito narrativo del “bardo di Stromness”, si svolgono in un’atmosfera ambigua, tra il crudo realismo delle Orcadi, luoghi in cui la natura sa essere madre ma anche matrigna, e i sogni a occhi aperti di un ragazzo, veri e propri slanci lirici a cui si accompagnano pure certi spiragli autobiografici tipici di un roman a clef.

Del resto il talento di Brown, che non fa nulla per nascondere la propria presenza tra le righe del racconto, sta tutto nel saper accompagnare chi legge in un luogo letterario perennemente in bilico tra terra e cielo. C’è un tocco guareschiano nella sua descrizione appassionata dei villaggi scozzesi, un piccolo mondo antico abbastanza grande, però, da abbracciare l’eternità; anche suggestioni pascoliane, ungarettiane e buzzatiane fanno capolino nella sua opera quando è dalle zolle dei campi e dalle onde del mare che lo scrittore attinge a piene mani per rispondere ai più urgenti interrogativi esistenziali. Ne scaturisce una sorta di visione mistica, un matrimonio tra l’anima dell’uomo e la natura che non ha nulla di pagano, anzi: Lungo l’oceano del tempo, così come il resto delle produzione di Brown – poco importa se si tratta di poesia, narrativa o teatro – è pregno di un cattolicesimo che, sebbene quasi mai esplicito, costituisce l’impalcatura stessa della scrittura, senza il quale le parole perderebbero di stabilità scivolando via dalla pagina.

L’edizione italiana del romanzo (Tranchida, 2001)

Soprattutto l’ultimo romanzo di Brown, al pari di Time in Red Coat (1984), è una meditazione sul tempo, sul passato, sul presente e sul futuro, e sulla diversa percezione che gli uomini hanno di esso. Il titolo, tratto da La montagna magica di Thomas Mann – uno dei suoi libri preferiti – rimanda esplicitamente al colloquio tra finito e infinito che caratterizza l’intera vicenda, il tutto condito con il consueto timore di Brown per quella modernità galoppante votata all’autodistruzione. In gioco vi è la possibilità di afferrare l’anima segreta delle cose: «La storia della vita di ogni uomo è un avvenimento unico, un filo ricco di significato all’interno della rete immensa dell’umanità che si dispiega. Credo che sia così, se potessimo vedere la vita di ogni persona “sub specie aeternitatis”, attraverso lo sguardo dell’angelo custode assegnato dal Cielo. La verità è che finché siamo rinchiusi in questo involucro decadente di fango, la vita di numerose persone, comprese la nostra, appare vana, futile e fugace alla fine. Ci teniamo stretti avidamente, e spesso disperatamente, a quella polvere che siamo noi stessi, sapendo come presto verrà sparsa ai quattro venti, eppure tentiamo di abbellire questo “latte cagliato, sfogliatella irreale” che è il nostro corpo con quanti ornamenti e beni e oro esso può portare, e addirittura con più gioia di quanto gli giova. “Noi trasportiamo il nostro pesante fardello per un po’, poi la morte ce ne libera…” È tutto privo di significato, a meno che non affermiamo un altro sé, un sé reale, un’anima, che sia in cerca per tutta la vita di un vero tesoro, il Graal… Il guaio è che questo pellegrino è nascosto il più delle volte, e lo s’intravede solo di quando in quando in momenti di profonda angoscia o gioia».

La vicenda, ambientata nell’immaginaria isola orcadiana di Norday nella seconda metà degli anni Trenta, ha per protagonista il giovane Thorfin Ragnarson, un ragazzo apparentemente privo di qualità, pigro e svogliato, poco incline sia allo studio che al lavoro nei campi. Dalla sua ha solo una fervida immaginazione e non è poi così raro scovarlo in qualche luogo remoto dell’isola con la mente persa in fantasie di ogni sorta. Sogna, ad esempio, di essere un marinaio vichingo che si dirige a Bisanzio, oppure uno spettatore della battaglia di Bannockburn, quando nel XIV secolo la Scozia riuscì con le armi a ottenere l’indipendenza dall’Inghilterra; durante una gita scolastica presso un broch – una possente torre circolare risalente all’età del ferro – si immagina invece nelle vesti di un poeta che canta dell’eroica lotta degli antichi abitanti dell’isola contro i popoli del mare. A volte le sue divagazioni abbandonano la storia per assumere i contorni della fiaba: in un’occasione, dopo aver fantasticato sull’epopea del Bonnie Prince Charlie e sui metodi ingegnosi con cui gli orcadiani sfuggivano alle coscrizioni forzate di Giorgio III, Thorfin ripercorre l’avventurosa parabola biografica del “vecchio Jacob” – un abitante di Norday appena scomparso – per poi ritrovarsi sposato con la bellissima Mara, del popolo delle persone-foca, che prova nostalgia per la sua casa tra le onde.

Incuranti dalle fantasie di Thorfin, gli abitanti di Norday continuano a condurre un’esistenza tranquilla, tra i soliti alti e bassi, fondata su consolidati riti quotidiani e sui cicli della natura: «Ci furono raccolti abbondanti, scarsi e discreti. Talvolta il mare era generoso di merluzzi e aragoste, talvolta avaro». Ogni mattina i contadini si recano nei campi e i pescatori prendono il largo con le loro navi, mentre le mogli si dedicano alla cura della casa o escono per fare compere e i più giovani raggiungono la scuola. Alla sera, prima che la giornata giunga al termine, gli uomini si radunano intorno al fuoco per bere, discutere di politica o intonare antiche ballate. A vegliare su tutti loro vi sono il vecchio laird, il nobile locale, e il bizzarro ministro presbiteriano, le uniche figure che godono di una qualche autorevolezza agli occhi degli isolani.

La prima edizione di “Lungo l’oceano del tempo” (John Murray, 1994)

Ciononostante nemmeno la remota Norday viene risparmiata dalla Seconda guerra mondiale e buona parte delle proprietà vengono requisite dal governo per la costruzione di una base aerea. Come in Un’estate a Greenvoe (1972), diverse navi di burocrati e operai giungono improvvisamente con l’ordine di sfrattare gli abitanti delle fattorie e di abbattere gli edifici più vecchi; l’intera isola è presto scossa da violente esplosioni e il palazzo del laird, già in rovina, è scelto per ospitare gli alloggi dei piloti e degli equipaggi. Nel frattempo la natura appassisce lentamente, così come gli uomini, e se il locandiere MacTavish muore di crepacuore, qualcuno, al colmo del disperazione, arriva a incendiare la propria casa in segno di protesta: «Altre lampade ad arco vennero accese tra le colline. Le stelle erano cenere» e «gli isolani ebbero la sensazione che una parte di loro stessi fosse morta».

Thorfinn, mandato al fronte, viene fatto prigioniero e trascorre quasi tutta la guerra in un campo in Baviera. Lì, in un ambiente che richiama La svastica e la croce (1973), complice un comandante tedesco affabile e gentile, un buon cristiano il cui figlio è stato ucciso a Motnecassino, comincia a scrivere libri basati sui viaggi immaginari della gioventù: «Il soldato Ragnarson fu così audace da dire che la letteratura non conosceva frontiere; poteva essere il mezzo per unire insieme le nazioni della terra in pace e amicizia, come la musica e tutta l’arte. Anche il maggiore Schneider lo pensava».

Una volta terminata la guerra, si trasferisce a Edimburgo e riesce persino a diventare uno scrittore abbastanza affermato. Eppure qualcosa continua a tormentarlo, a lasciarlo insoddisfatto, tanto che alla fine si risolve a tornare a Norday, vivendo di pesca. L’isola è ormai deserta e i suoi vecchi abitanti o sono morti o si sono trasferiti altrove; una comunità hippie ha cercato di condurvi una vita all’insegna della natura, ma di loro non vi è più alcuna traccia, fuggiti solo dopo una manciata di mesi a causa delle avverse condizioni meteorologiche. Se all’inizio Thorfin crede di essere solo, poco dopo scopre che nell’entroterra di Norday vive Sophie, la sorella del vecchio ministro dell’isola, un donna oltremodo affabile, che da sola manda avanti una piccola fattoria ricevuta in eredità. Lei era la prima che aveva creduto nel talento del ragazzo, pronosticando per lui un futuro da scrittore, e ora tende la mano a Thorfin, invitandolo a non disperare: «Non si raggiunge mai quel che si desidera. Dovremmo essere felici per questo».

Il “ritorno al reale” del protagonista – per parafrasare il titolo del celebre saggio di Gustave Thibon – consiste nel riappropriarsi di quelle radici tanto disprezzate dai cantori della modernità a ogni costo. Sottile e brillante il ribaltamento che avviene nell’epilogo, quando il “sognatore”, schernito da giovane, si scopre essere l’unico vero realista in un mondo succube di utopie impossibili (a sottolineare un’altra convinzione di Brown, cioè che l’arte non è mai evasione ma contaminazione con il dramma dell’umano). A tal proposito si potrebbero citare gli esempi di Thomas Vass, il liberale di Norday, l’unico così miope da salutare con entusiasmo la costruzione dell’aerodromo – «Sarete gli uomini più ricchi delle Orcadi» – oppure il nuovo comandante del campo di prigionia tedesco, fanatico assertore di un nuovo ordine mondiale ariano benché la disfatta di Hitler sia imminente.

Edizione Polygon del 2006

Lungo l’oceano del tempo si chiude quindi con un atto d’amore, l’incontro tra una contadina e un pescatore che, a riecheggiare il titolo della raccolta poetica Fishermen with Ploughs (1971), può solo generare un miracolo: «“Nostro figlio, sarà lui il poeta” disse lei, mentre camminavano lungo l’oceano della fine e dell’inizio».