di Nicolò Volpe

Il nuovo conflitto che sta infiammando la Palestina fino a qualche giorno fa poteva far pensare all’ennesimo scontro tra Israele ed Hamas, devastante per la Striscia di Gaza e i suoi abitanti ma poco o nulla per gli israeliani, di quelli che si concludono con una “pace” o tregua posticcia, fino alla puntata successiva dopo qualche anno. Un copione già visto, con uno di quei nomi roboanti che tanto piacciono a Tsahal come “Piombo fuso”, “Pilastro di difesa” e via dicendo.

..e invece no, dopo qualche giorno gli osservatori più attenti oltre a coloro che hanno una conoscenza sul campo e dunque di prima mano del Medio Oriente si sono senz’altro resi conto che questo conflitto è differente non solo da quelli degli ultimi anni ma anche dalla prima e dalla seconda Intifada.

Vediamo brevemente quali caratteristiche rendono questa guerra assolutamente peculiare:

La potenza di fuoco di Hamas

Per la prima volta Hamas ha l’occasione di impiegare razzi di una gittata tale (fino a 250 km) da raggiungere Tel Aviv e addirittura Haifa. Sulla base di diverse fonti e di diverse testimonianze del tutto attendibili, almeno una parte di tali armi era a disposizione di Hamas già da alcuni anni, grazie al consistente aiuto militare iraniano.

L’effetto psicologico sugli abitanti delle città israeliane del centro-nord e soprattutto di Tel Aviv non può che essere dirompente. Chi fino a qualche anno fa passava dalla spiaggia alla discoteca magari indossando una maglietta con sopra scritto “Gaza Strip Club” (vista dal sottoscritto a Gerusalemme) ora non dorme sonni tranquilli. Ciò accade nonostante Iron Dome, il sistema israeliano di intercettazione e distruzione di razzi che però in questi giorni non sempre ce l’ha fatta non per problemi tecnici ma per la vera e propria gragnuola lanciata da Hamas e dal movimento del Jihad Islamico1 in Palestina.

Tra le armi usate per la prima volta da Hamas soprattutto contro le località israeliane del sud ai confini di Gaza ci sono anche dei drones di produzione iraniana.

I violenti scontri inter-comunitari sul territorio di Israele

Sebbene anche durante la fase iniziale della seconda Intifada ci fossero stati degli scontri e dei danneggiamenti di infrastrutture innescati dalla popolazione arabo-israeliana o meglio dalla popolazione palestinese presente dal 1948 sul territorio dello Stato d’Israele e cittadina dello stato ebraico (seppur di seconda o terza classe) questa volta gli eventi hanno preso una piega differente.

Gruppi di arabi e di ebrei si sono scontrati in maniera estremamente violenta soprattutto nelle città a popolazione mista dando vita a tumulti su larga scala, con linciaggi, sparatorie, distruzione di negozi ed attività commerciali, incendi di sinagoghe e moschee, vere e proprie cacce all’uomo in cui il numero di vittime non è al momento quantificabile.

La città di Lod o Lydda è sfuggita per qualche tempo al controllo israeliano a causa dell’azione di folti gruppi di rivoltosi palestinesi.

Gli scontri si sono diffusi a macchia d’olio e le forze di sicurezza israeliane vengono continuamente prese di mira in diversi incidenti che coinvolgono tanto i quartieri di Gerusalemme est quanto Haifa e il resto di Israele.

La guerra ora Israele ce l’ha in casa e lo stato ebraico ha scoperto di avere un ventre molle esposto ad un conflitto estremamente violento con gli arabi su tutto il territorio.

L’apertura di nuovi possibili fronti

Sono iniziate proteste in solidarietà con i palestinesi al confine tra Giordania e Israele e diversi manifestanti giordani sono riusciti ad oltrepassare il confine.

Nel frattempo la situazione si fa di giorno in giorno più tesa anche al confine tra Israele e Libano a causa di continue manifestazioni a cui i soldati israeliani hanno risposto con sparatorie, uccidendo un manifestante che era anche un ausiliario di Hezbollah.

Anche ai confini tra il Golan (Julan in arabo traslitterato ) occupato e la Siria, la “brigata di liberazione del Golan” della milizia irachena ed addestrata dall’IRGC iraniano (i cosiddetti Pasdaran o Guardiani della rivoluzione islamica) Harakat al Nujaba è stata schierata mentre alcuni razzi di piccola gittata sono stati lanciati dal PFLP-GC (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale)2 fazione minoritaria palestinese sostenuta dalla Repubblica Araba di Siria.

Se Hezbollah in Libano mantiene la calma e tiene a freno quei molti sostenitori che chiedono l’intervento armato contro Israele, la situazione regionale resta comunque allarmante come mostra l’arrivo a Damasco di alti ufficiali iraniani.

E’ chiaro che un intervento di Hezbollah innescherebbe una reazione israeliana sotto forma di bombardamenti aerei anche in territorio libanese.

Quali possibili esiti?

Allo stato attuale, la situazione appare di stallo o meglio il conflitto continua nei termini visti fino ad ora: razzi a profusione da parte di Hamas e in misura minore del PIJ sulle città israeliane con inevitabili ricadute sull’economia dello stato ebraico e bombardamenti a tappeto, tanto criminali quanto inutili da parte degli israeliani che stanno letteralmente radendo al suolo Gaza e impiegando bombe al fosforo bianco. Secondo diverse fonti proprio questo tipo di armi che depositano sostanze tossiche nel terreno sono responsabili di diversi casi di cancro che hanno luogo a Gaza. L’autore di questo articolo ricorda come a Gaza gli venne fin da subito sconsigliato di consumare verdure e tipi di frutta che crescono vicini al terreno come i meloni e le angurie, proprio a causa di questa contaminazione.

Sconvolgente è la percentuale di bambini morta negli attuali attacchi che non hanno nemmeno risparmiato il convento e la scuola delle Suore del Rosario (Rosary Sisters)3.

In questa situazione davvero incandescente si è sollevata anche la West Bank e le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, fazione legata al partito Al-Fatah che guida l’Autorità Nazionale Palestinese, sono scese in campo dando vita a scontri con gli israeliani.

Salvo possibili ripercussioni sull’intera scena mediorientale (che potrebbero anche essere innescate da un intervento di terra da parte delle truppe ebraiche), qualora il conflitto restasse limitato alla Palestina, le parti in lotta, nonostante le menzioni e le continue smentite di cessate il fuoco, sembrano intenzionate a proseguire il conflitto ad oltranza. Oltretutto in campo palestinese, come spesso avviene in questi casi, anche le fazioni più piccole, dotate di pochi mezzi economici e militari, stanno facendo a gara nel lanciare razzi semi-artigianali e di scarsa gittata per mostrare di essere della partita ed evitare il rischio di “perdere la faccia”, defilandosi.

Per concludere, non possiamo fare a meno di notare, come i tentativi, le dichiarazioni e le inutili chiacchiere della diplomazia internazionale, dei di Maio di turno e di personaggi simili non abbiano nessun tipo di effetto sullo svolgimento di un conflitto che appare insanabile.

Non sarà l’ennesima “pace”, accordo o pastrocchio a mettere fine ad una guerra che non potrà concludersi se non con la sconfitta totale di uno dei due contendenti come i fatti del resto mostrano.

Chi ha vissuto e praticato quei luoghi sa infatti benissimo, che le incursioni di coloni fanatici ebrei, gli scontri tra civili palestinesi e forze israeliane, i lanci periodici di razzi e i conseguenti bombardamenti sono endemici e costituiscono la normalità anche nei periodi di “pace”.

1 Il movimento del jihad islamico in Palestina fondato dal medico ed insegnante di Rafah (Striscia di Gaza) Fathi Shaqaqi (1951-1995) nasce come una diramazione del movimento del jihad islamico egiziano poi confluito in Al Qaida. Il movimento palestinese, a differenza del “cugino” egiziano, ha assunto nel tempo posizioni vicine all’Iran (uno dei suoi principali finanziatori) ed è diventato un acerrimo nemico dei salafisti legati ad Al Qaida e all’ISIS presenti all’interno della Striscia di Gaza. Una scissione ha dato vita nel 2014 alla piccola fazione Al Sabireen, legata all’islam sciita e guidata da Hisham Salem poi messa a tacere con diversi arresti da parte di Hamas nel 2019.

2 Fondata nel 1968 da Ahmad Jibril come scissione dal maggioritario Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (PFLP) attestato su posizioni marxiste-leniniste e considerato non abbastanza attivo militarmente.

3 Ordine femminile cattolico palestinese fondato nel 1880 a Gerusalemme da Suor Maria Alfonsina, palestinese e dedicato all’educazione delle giovani palestinesi oltre che a opere sociali e alla cura degli infermi.

Fonte immagine: Pixabay (free use)