di Luca Fumagalli

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Ronald Firbank e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

Figlio spirituale di mons. Robert Hugh Benson, l’apprezzato autore del bestseller distopico Il padrone del mondo, Ronald Firbank (1886-1926) è una di quelle personalità funamboliche del decadentismo edoardiano che sfuggono a ogni facile classificazione, poco ortodosso sia nella condotta di vita che nelle manifestazioni letterarie. Fino alla prematura scomparsa fu costretto a pagare di tasca propria tutti i romanzi che pubblicò, tanto che la sua opera venne riscoperta e rivalutata solo in seguito, quando la critica iniziò a intravedere nella produzione dell’inglese, rampollo di una famiglia della upper-class, un ideale ponte tra la stagione fin de siècle e l’avanguardia modernista.

In Firbank, infatti, la leggerezza decadente diventa puro delirio, artificio camp, un costante dirottare il lettore dalla sostanza del racconto verso il dettaglio, l’orpello, l’artificio. L’intreccio, quando non del tutto assente, tende ad essere soverchiato dalle battute di personaggi che hanno la consistenza di marionette, condotti su un palcoscenico snob – una sala da tè, un castello o il salotto di una facoltosa signora – e invitati a dire la loro senza per questo creare una reale interazione. Più che narrare a Firbank piace illustrare, e le immagini e i suoni si caricano di un preciso valore alla maniera delle corrispondaces baudleriane. Le storpiature caricaturali dei nomi propri e, più in generale, il pirotecnico ludismo verbale dell’inglese vanno a completare un quadro che non è poi così azzardato accostare a Jonesco e ad altre voci del cosiddetto teatro dell’assurdo. Il risultato è dunque una prosa ricca e levigata, fatta di pomposi arabeschi che si dileguano in fantasmagorici trompe l’oeil e che danno corpo a racconti simili a frammenti iridescenti, abbozzi sovraccarichi di preziosismi barocchi, dove lo splendore, l’ironia e il kitsch vanno a braccetto in un caos anti-narrativo.

Eppure sarebbe un errore liquidare l’opera di Firbank come un qualcosa di fondamentalmente superficiale, un colto esperimento letterario che, per quanto interessante, risulta un po’ troppo fine a se stesso. E’ vero che i suoi scritti, alla lunga, possono facilmente venire a noia data l’abbondanza di fumo e la cronica scarsità d’arrosto ed è altrettanto vero che lo stesso autore firmò sempre opere piuttosto brevi, per primo consapevole dell’impossibilità di sostenere a lungo un artificio privo di anima. Tuttavia la sensazione è che Firbank abbia voluto svelare con la vacuità del suo mondo letterario quel nichilismo di cui è preda la modernità, dove nulla ha un peso reale, nemmeno l’amore. I personaggi non comunicano forse perché, in fondo, non c’è nulla di vero e di sensato da dire. La loro superficialità fanciullesca, se sulle prime può strappare un sorriso, pagina dopo pagina appare sempre più come un’inquietante ombra, il riflesso di una reificazione e di un abbruttimento animalesco fatti di egoismo e della più totale mancanza d’empatia. Al pari delle grottesche figure che popolano i quadri di Ensor, dietro la loro maschera si cela uno scheletro avvizzito, privo di una sostanza umana che è andata a dissolversi. Di loro, parafrasando Montale, si può dire al massimo ciò che non sono. Dal momento che la realtà ha semplicemente cessato di esistere, la via del decorativismo per Firbank è ineludibile, e se nelle sue storie c’è un mondo, questo è “in negativo”, a sottolineare un’assenza. Il frivolo outsider inglese si trova così ad anticipare tutta la letteratura in destruendo del XX secolo e non a caso Thomas Bernhard lo colloca con Walser nel suo privato Olimpo degli autori da leggere e venerare.

Ecco perché, al di là di un’infatuazione estetizzante, è possibile ipotizzare una ragione più profonda per la conversione di Firbank al cattolicesimo, quasi a voler ritrovare quell’anima, quell’essere, di cui sembrava difettare l’epoca edoardiana. Nei suoi racconti l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e persino in “Studio di carattere”, uno schizzo disimpegnato di noie aristocratiche e amori labili, la gravitas si trova a soppiantare improvvisamente la levitas: «La vita moderna si distingue per il suo culto della bella figura e la corruzione dei costumi. Essere intelligenti equivale a essere artificiali. Essere artificiali equivale ad essere intelligenti.   Non c’è un solo uomo, o una donna, in tutta Londra, che osi essere veramente se stesso, o se stessa. Siamo soffocati da leggi e convenzioni invisibili, pecchiamo tutti senza distinzione e ricopriamo i nostri peccati di chiffon e diamanti. Lo chiffon, certo, è trasparente, chiunque può attraversarlo con lo sguardo, pure lo chiffon resta un velo, e i diamanti, poi, i diamanti!…Noi siamo volgari e duri di cuore, ma l’essenziale è che i diamanti brillino».

Coccolato da Giorgio Manganelli, anche in Italia Firbank ha goduto del proverbiale quarto d’ora di celebrità, sebbene le ultime traduzioni dei suoi romanzi più famosi, targate Rizzoli, Feltrinelli, Vallecchi e Guanda, risalgono ormai a parecchi anni fa.

Solo di recente, precisamente nel 2014, sono stati tradotti i suoi racconti giovanili – i contes, come li chiamava lui stesso, alla francese – raccolti dalla piccola Robin Edizioni in un volumetto dal titolo Derelitto splendore, ulteriormente impreziosito da un’introduzione di Silvio Raffo. Si tratta di short stories appartenenti a generi differenti, scritte tra il 1903 e il 1908, che vanno dall’idillio al poema in prosa, dalla “pastorale artificiale” al divertissement, dove l’universo firbankiano con i suoi archetipi è già tutto presente.  

Se “L’amica più cara” e “Studio di carattere” testimoniano il gusto salottiero dell’autore, con vicende che si esauriscono nel chiacchiericcio femminile attorno all’immancabile tazza di tè, “Amore vero”, “La mésalliance di Lady Appledore” e il già citato “Studio di carattere” non mancano di risvolti maggiormente seri, con protagonisti impegnati in scelte difficili, destinate a cambiare per sempre il corso delle loro vite. “Vedove in amore” e “Uno studio in opale” svelano invece come nelle dinamiche sentimentali siano la gelosia, l’invidia e il desiderio d’evasione a farla da padroni, mentre “La novizia incostante” racconta della spaventosa fragilità di chi pretende di fare scelte esistenziali radicali senza aver valutato ogni possibile conseguenza. Altri racconti, come ad esempio i brevissimi “Lontano lontano”, “La principessa dei girasoli” e “Souvenir d’automne”, appaiono simili a poemi in prosa, con intrecci labili e descrizioni ridondanti, certamente meno significativi rispetto a “L’uccellino e la luna”, dove l’estro di Firbank si trasforma in un struggente fiaba alla Wilde.

Non potevano mancare nemmeno storie segnate dalla Fede dell’autore come l’agrodolce “La leggenda di Sainte Gabrielle”, in cui la morte di una suora sedicenne, portata in Paradiso dalla Madonna, si trasfigura nel pianto di una madre per la figlia scomparsa. Infine “Odette d’Antrevernes”, il racconto posto in apertura del volume e forse il migliore in assoluto della raccolta, è, come recita il sottotitolo, “una favola per i delusi del mondo”, ossia una curiosa novella di conversione. Odette è una bambina orfana che vive in una castello con la zia, rimasta vedova dopo che il marito è stato ucciso in duello. Appassionata lettrice della storia di Santa Bernadette, anche lei vorrebbe vedere da vicino la Madonna. Una notte, allora, esce di nascosto in giardino nella speranza di incontrarla al chiaro di luna, ma al suo posto si imbatte in una donna disperata che Odette consola regalandole una croce d’argento. Anche se non ha visto la Madonna, la fanciulla torna nel suo letto felice, soddisfatta per aver fatto del bene.

“Odette d’Antrevernes” e altre storie analoghe dimostrano che il genio della frivolezza può essere anche il genio della verità. Tutto questo – e molto di più – è Ronald Firbank.