di Luca Fumagalli

Sperando di fare cosa gradita ai nostri lettori, abbiamo riunito in un unico articolo le quattro parti della biografia di Manning già pubblicate tra aprile e maggio sulle pagine di Radio Spada con il titolo comune “Henry Edward Manning: le opere e i giorni di un grande cardinale vittoriano”. Il testo è stato naturalmente corretto e reso più armonico per l’occasione.

Prima di iniziare, per approfondire la figura di Manning e quella di molti altri intellettuali del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

«Manning mi sembrava (e ancora mi sembra) di gran lunga l’inglese migliore del suo tempo»

(H. Belloc, Cruise of the Nona, 1925)

La “leggenda nera”

Che i cattolici britannici ammirassero il carisma e le personalità di Henry Edward Manning lo dimostra la folla enorme che si riversò per le strade di Londra nel 1892 in occasione del suo funerale. Nonostante Manning fosse scomparso il 14 gennaio, lo stesso giorno del principe Alberto Vittorio, il dolore del popolo pareva tutto per il cardinale: decine di migliaia di persone, perlopiù irlandesi ma anche inglesi di ogni estrazione sociale e credo religioso, vollero portare l’estremo saluto alla sua salma, consapevoli di aver perso una delle più grandi personalità dell’epoca (persino Oscar Wilde, durante l’università, conservava nelle sue stanze una fotografia del porporato). Il fatto è ancora più sorprendente se si pensa che Manning, arcivescovo di Westminster e primate della Chiesa cattolica in Inghilterra, incarnava agli occhi dei protestanti la quintessenza di quel “papismo” e di quel “clericalismo” che tanto disprezzavano. Secondo Gladstone la sua morte fu un colpo molto più duro per i cattolici dell’Impero rispetto a quella di J. H. Newman, avvenuta solo un anno e mezzo prima. Se G. K. Chesterton ha lasciato una descrizione commossa di quando, da giovane, fu folgorato dalla visione di Manning, e il poeta Francis Thompson volle dedicargli un’ode funebre, Hilaire Belloc ne fu uno zelante figlio spirituale, e pure il controverso Baron Corvo nel suo Chronicles of the House of Borgia (1901) descrisse quella del cardinale come una «vita di santa abnegazione, di umiltà intensissima, di mortificazione ascetica, di lavoro incessante per il bene spirituale e temporale di tutti gli uomini, senza distinzione di Fede».

Nessuno pareva quindi in grado di minacciare una reputazione così solida. Anche se non tutti erano disposti a considerare Manning un santo, intorno alla sua figura si concentrava l’affetto della maggior parte dei fedeli britannici. Peccato, però, che nel 1895 il giornalista Edmund Sheridan Purcell diede alle stampe una biografia in due volumi, Life of Cardinal Manning, in cui il cardinale era ritratto come un ecclesiastico consumato dall’ambizione, privo di scrupoli, disposto a tutto per ottenere ciò che voleva. Purcell non aveva una grande simpatia per Manning e si sentiva più affine a Newman, tanto che all’«illustre oratoriano» assegnò il ruolo di vero eroe del cattolicesimo inglese, costantemente impegnato a mandare in fumo i loschi piani dell’arcivescovo di Westminster. Malgrado Life of Cardinal Manning fosse un lavoro raffazzonato, pieno di trascrizioni erronee e strutturalmente debole, risultava una lettura estremamente godibile e in poco tempo divenne un best seller (con malcelata soddisfazione di quell’establishment contro la cui ipocrisia e indifferenza Manning si era più volte scagliato).

A rincarare la dose ci pensò nel 1918 Lytton Strachey che nel suo Eminent Victorians incluse una breve vita di Manning, frutto di un taglia e cuci delle parti più interessanti del lavoro di Purcell, il tutto insaporito con l’acidità demitizzante e antireligiosa tipica del Bloomsbury Group. Tra indiscrezioni e supposizioni più o meno fantasiose, anche il libro di Strachey fu un successo, contribuendo a radicare definitivamente nell’immaginario collettivo lo stereotipo di un Manning quale ecclesiastico carrierista, spregiudicato e autoritario. Un simile individuo è protagonista pure del romanzo di Robert Player Let’s Talk of Graves, of Worms, and Epitaphs, del 1975, maliziosamente dedicato proprio alla memoria del cardinale inglese. Pure Arnold Lunn, prima di convertirsi al cattolicesimo, pubblicò nel 1924 un libro, Roman Converts, in cui non si faceva alcuno scrupolo a reiterare la “leggenda nera” su Manning.

Il cardinale Henry Edward Manning

D’altronde la reazione da parte cattolica fu inizialmente timida e poco incisiva: al pari di Purcell quasi tutti gli intellettuali inglesi legati a Roma avevano scarsa simpatia per le posizioni intransigenti di Manning, preferendo piuttosto la moderazione di un Newman. Ecco perché oltre a Cardinal Manning: His Life and Labours (1921) di Shane Leslie e Cardinal Manning: A Biography (1985) di Robert Gray non sono molti i libri scritti allo scopo di ristabilire la verità a proposito della vita e delle opere di un cardinale che seguita purtroppo a essere vittima di un giudizio scandalosamente distorto.

La formazione

Nato il 15 luglio 1808 a Copped Hall, una splendida magione di Totteridge, oggi nella cintura periferica di Londra, Henry Edward Manning era l’ultimo di otto figli. Il padre, William Manning, non solo era a capo di una fortunata impresa commerciale, ma sedeva anche tra i banchi del parlamento nel ruolo di deputato conservatore. Poco dopo la venuta al mondo dell’ultimogenito, frutto del secondo matrimonio con Mary Hunter, la sua carriera politica raggiunse l’apice quando, per un paio d’anni, tra il 1812 e il 1813, ricoprì il prestigioso incarico di governatore della Banca d’Inghilterra. Dal punto di vista religioso i Manning erano evangelici e William era uno degli uomini più in vista di quella upper class che spendeva denaro ed energie per sostenere la causa della cosiddetta “Low Church”.

Nel 1815 la famiglia si trasferì a Sundridge, nel Kent, e nel 1822 il giovane Henry venne iscritto ad Harrow, una delle scuole più prestigiose del Paese. Di indole schiva e solitaria, non ottenne risultati rimarchevoli, ma i suoi voti furono comunque abbastanza buoni per valergli, nel 1827, l’ammissione al Balliol College di Oxford.

Henry, poco incline all’ascetismo, alternava volentieri lo studio al divertimento e allo sport, trascorrendo ore in sella al cavallo, giocando a cricket o prendendo a pugni il sacco con i guantoni da boxe. Nonostante fosse un tipo solare, apprezzato sia dai compagni che dalle donne – pare venisse considerato uno degli studenti più belli di Oxford – l’unica vera amicizia che il ragazzo strinse negli anni dell’università fu quella con il futuro primo ministro William Gladstone, destinata, pur tra alti e bassi, a durare per tutta la vita.

Il celebre saggio “Eminent Victorian” di Lytton Strachey

Nel 1829, in virtù delle sue apprezzatissime qualità oratorie, Henry venne eletto presidente della Union Debating Society. Rifiutò la nomina, preferendo prepararsi al meglio per gli esami finali, che affrontò ottenendo il massimo dei voti. In quanto figlio minore di un noto esponente del laicato anglicano, il giovane Manning sapeva di essere quasi di certo destinato a una carriera in ambito ecclesiastico, eppure, almeno per qualche tempo, fu seriamente tentato dalla politica. Nel 1831, però, la bancarotta del padre troncò sul nascere ogni sua velleità: «Chissà», scrive Robert Gray, «come sarebbe stata diversa l’Età Vittoriana se Gladstone avesse perseverato nella sua iniziale ambizione di diventare sacerdote e Manning fosse stato eletto in parlamento».

A questo punto, con l’azienda familiare in liquidazione, Henry fu lasciato libero di scegliere la propria strada. La famiglia vantava ancora importanti legami nella City e venne pure presa in considerazione l’ipotesi di una laurea in legge. Infine, dopo lunga e sofferta meditazione, il giovane si risolse definitivamente a prendere gli ordini anglicani; al suo tutore confidò che maturò la decisione mentre si trovava in una libreria, intento a sfogliare una raccolta dei sermoni di John Wesley.

Arcidiacono

Al Merton College Manning ricevette un’educazione teologica confusa ed eterogenea, costretto a leggere «chilometri di autori anglicani» che mostravano più che altro l’incertezza dottrinale che regnava nella Chiesa d’Inghilterra. A questo periodo, data la vicinanza tra il Merton e l’Oriel, risale anche l’inizio dell’amicizia con John Henry Newman.

Nel gennaio del 1833, dopo l’ordinazione al diaconato, Manning venne mandato ad Upwalden, in Sussex, ad assistere John Sargent, già rettore di Lavington e Graffham. In primavera si fidanzò con la figlia di quest’ultimo, Caroline, e quando il reverendo morì improvvisamente a maggio, la vedova fece di tutto affinché Henry potesse ereditarne l’incarico: fu così che il 9 giugno venne ordinato dal vescovo Maltby di Chichester, divenendo nuovo rettore di Lavington. Una manciata di mesi più tardi, precisamente il 7 novembre, poté infine sposare la ragazza che amava.

Ritratto di Manning a 12 anni

Il loro felice matrimonio durò fino alla prematura scomparsa di Caroline, nel 1837, causata della tubercolosi. Manning, che da allora mantenne sempre il più stretto riserbo sulla moglie e sul periodo trascorso insieme a lei, volle dedicarle una vetrata della cattedrale di Chichester. Fortunatamente non ha più alcun seguito l’illazione di Strachey secondo il quale il futuro cardinale col tempo arrivò a salutare la morte della moglie come una provvidenziale liberazione da un fardello che gli avrebbe impedito l’accesso al sacerdozio cattolico.  

Il lavoro a Lavington mostrò immediatamente a Manning i limiti dell’impostazione evangelica, che dava eccessivo risalto all’individuo e alla sue emozioni. Questo fatto, in aggiunta alla pubblicazione del primo Tracts for the Times e alla nascita del Movimento di Oxford, lo spinse poco alla volta verso l’anglo-cattolicesimo di Newman e sodali. Manning condivideva il fervore con cui l’amico rivendicava per l’anglicanesimo un’autentica successione apostolica e il suo disprezzo per quelle idee liberali che si stavano diffondendo a macchia d’olio, permeando di relativismo e di caos morale la stessa Chiesa d’Inghilterra. Essendo lontano da Oxford, il rettore di Lavington non fu mai una figura centrale del Movimento, limitandosi a sbrigare dei lavori di traduzione per Newman; ciononostante, oltre ad approfondire il pensiero cristiano dei primi secoli e a riscoprire l’importanza della tradizione per una corretta interpretazione delle Sacre Scritture, fece di tutto per diffondere le idee anglo-cattoliche nella sua parrocchia e in quelle vicine.

Ricordato per la profonda spiritualità e le sue meravigliose prediche, Manning ristabilì a Lavington la celebrazione liturgica quotidiana, visitava di frequente le case dei parrocchiani e non era raro vederlo passeggiare per il paese vestito in abito talare, a sottolineare la dignità del sacerdote. Inoltre si impegnò parecchio anche in campo educativo, ribadendo più volte, pubblicamente, che solamente alla Chiesa anglicana spettava il diritto di gestire il sistema scolastico del Paese (secondo lui un’educazione senza religione era una contraddizione in termini).

Nel 1938 compì il primo dei suoi numerosi viaggi a Roma. Ebbe occasione di incontrare Nicholas Patrick Wiseman, allora rettore del Collegio Inglese, ma non fu particolarmente colpito né dalla città né dai fasti del cattolicesimo. Se ne tornò a casa solamente col desiderio di contribuire al Colonial Bishoprics Fund per creare nuove diocesi anglicane nel resto del mondo.

Il nome inciso da Manning sul suo banco di Harrow

Due anni più tardi Manning venne nominato arcidiacono di Chichester per aiutare il vescovo Shuttleworth nella gestione del clero diocesano e per supervisionare lo stato degli edifici ecclesiastici. Da allora prese l’abitudine di pubblicare annualmente una lettera aperta, denominata “Charge”, in cui metteva nero su bianco le sue riflessioni sullo stato della Chiesa inglese. I testi, brillanti e ben curati, iniziarono a circolare rapidamente facendogli guadagnare un numero crescente di estimatori in tutto il Paese.

Dal punto di vista teologico Manning fu debitore di Newman e del Movimento di Oxford, ma da nessuno, se non dal suo cuore, imparò la compassione per gli ultimi e gli emarginati: «La sua lotta contro il mondo», nota ancora Gray, «non fu condotta, come quella di Newman, a una distanza confortevole dalle sofferenze che il mondo stesso causava». Spirito troppo pratico ed empatico per ignorare il problema della povertà dilagante – lo ricorda anche Evelyn Waugh nella sua biografia di mons. Ronald Knox – il nuovo arcidiacono diede il via a varie opere di carità, facendo della questione sociale uno dei suoi campi di battaglia prediletti.

Non per questo ignorava le polemiche teologiche che all’epoca stavano attraversando il mondo anglicano sul problema del rapporto tra stato e Chiesa nazionale, le medesime polemiche che avrebbero portato, nel 1843, alla pubblicazione dell’ultimo Tract di Newman e all’allontanamento di quest’ultimo da Oxford. Sebbene non ne condividesse le scelte, Manning andò spesso a visitarlo nel suo ritiro a Littlemore, convinto che le divergenze d’opinione non dovessero mai ostacolare una sincera amicizia.

Conformemente al suo spirito pugnace, l’arcidiacono entrò comunque a gamba tesa nel dibattito con un grosso tomo dedicato a Gladstone, dal titolo The Unity of the Church (1842) . Il libro, un prodotto decisamente mediocre, rifletteva la confusione dottrinale dell’autore: se gli argomenti erano tutti contro l’anglicanesimo e, anzi, sembravano dare ragione alla Chiesa cattolica, le conclusioni erano invece misteriosamente a suo favore.

Una polemica mancata

Manning era in cerca di certezze dottrinali e, allo stesso tempo, iniziava ad accorgersi di come la Chiesa d’Inghilterra fosse impotente, ormai ridotta a mero strumento politico nella mani del governo. Per il momento, comunque, si rifiutava di accettare la conclusione di Newman secondo cui la lotta per dimostrare la cattolicità dell’anglicanesimo fosse una causa persa. Come confidò per lettera al suo nuovo mentore, il reverendo Robert Wilberforce – che sarebbe morto nel 1857 da cattolico, poco prima dell’ordinazione sacerdotale – «Mi pare che la nostra teologia sia nel caos, non abbiamo principi, nessuna forma, nessun ordine, o struttura, o scienza. Mi sembra inevitabile che ci debba essere una tradizione evangelica intellettualmente vera ed esatta, e che la teologia scolastica costituisca (più o meno) una simile tradizione. Noi l’abbiamo rigettata e non l’abbiamo sostituita con niente».

Arcidiacono di Chichester

Qualcosa iniziò a mutare nel suo atteggiamento quando, poco dopo l’ingresso ufficiale nella Chiesa di Roma, nel 1845, Newman pubblicò An Essay on the Development of Christian Doctrine. L’obiettivo principale dell’autore era quello di dimostrare che il cattolicesimo era dalla parte della ragione nel predicare dottrine apparentemente senza alcun legame con le pratiche della Chiesa primitiva, e nel fare ciò colse pure l’occasione per attaccare apertamente la teologia anglicana.

Per Gladstone era assolutamente necessaria una risposta e non ci pensò due volte a contattare Manning che sapeva essere, nel mondo anglo-cattolico, lo spirito più pugnace. L’arcidiacono si mise subito al lavoro, ma i dubbi e le esitazioni lo fecero vacillare al punto che il manoscritto non vide mai la luce. Sebbene considerasse An Essay un lavoro di puro genio, la sua indole, istintivamente attratta dai principi immutabili, gli fece intuire prima di altri che Newman si stava avventurando su un terreno scivoloso («La sua mente è sottile fino all’eccesso»). Più che dalla teoria dell’evoluzione dei dogmi Manning fu dunque colpito dalle argomentazioni dell’amico che, tra storia e teologia, dimostrava chiaramente come la Chiesa di Roma fosse l’unica fondata sulla roccia della certezza dottrinale, garantita da un’autorità infallibile.

L’arcidiacono, roso da dubbi crescenti che Gladstone si ostinava a non comprendere, nel 1847 finì per ammalarsi gravemente e fu costretto a trascorrere tre mesi a letto. Durante quel periodo la paura di morire, reale o immaginaria, andò a sommarsi alle usuali preoccupazioni sulla stato della propria anima. Fu perciò molto sollevato quando, una volta guarito, poté accostarsi al confessionale, molto probabilmente per la prima volta in vita sua. Per la convalescenza gli fu consigliato di passare del tempo in Italia, a Roma, dove arrivò a fine novembre, non prima di aver assistito con commossa partecipazione a diverse celebrazioni liturgiche in Francia.

Cambio di rotta

A differenza di Newman, che mai apprezzò Roma e i romani, Manning imparò ad amare la Città Eterna nonché a parlare fluentemente l’italiano.

Giuntovi con la curiosità di essere aggiornato sulle ultime novità politiche, per un periodo frequentò Padre Gioacchino Ventura, discepolo di Lamennais, e quei cattolici liberali che gravitavano intorno al Circolo Romano, un’organizzazione di stampo radicale. Nonostante i lunghi colloqui con Ventura, che fu anche il primo a introdurlo alla questione irlandese, Manning era sempre più convinto dell’origine divina della Chiesa cattolica ed era solidale con il Papa che stava attraversando uno dei tanti periodi delicati di quello che si sarebbe rivelato un pontificato difficilissimo: «E’ impossibile non amare Pio IX. Il suo è il volto più inglese che abbia mai visto in Italia». In aprile, insieme ad altri turisti britannici venne presentato al Papa e il mese dopo gli fu concesso l’onore di un’udienza privata di circa mezz’ora. Per l’arcidiacono fu un momento particolarmente significativo poiché, parlando col Pontefice, si rese conto – e fu come un fulmine a ciel sereno – che la Chiesa anglicana, nel Continente, era poco conosciuta e stimata, trattata dai più alla stregua di una curiosa setta pagana.

Newman nel 1845

Sulla via del ritorno a casa l’arcidiacono si fermò a Milano per visitare la tomba di San Carlo Borromeo: «Durante la preghiera volevo conferme che San Carlo, incarnazione del Concilio di Trento, avesse ragione e noi torto. Il diacono stava cantando il Vangelo, e le ultime parole, et erit unum ovile et unus pastor, mi colpirono come se non le avessi mai sentite prima».

Nel frattempo le prove a sfavore della Chiesa d’Inghilterra andavano accumulandosi, e nel 1850, con lo scoppio di quello che giornalisticamente venne chiamato “caso Gorham”, Manning capì che per lui era venuto il momento di un cambio di rotta esistenziale.

Vicario di Brampford Speke, il reverendo George Cornelius Gorham era stato destituito dal suo ordinario, il Vescovo di Exter, Henry Phillpotts, per aver negato la dottrina della rigenerazione battesimale. Gorham aveva fatto ricorso al Privy Council che finì per dettare sentenza a suo favore, annullando conseguentemente il provvedimento vescovile. Lo scandalo che ne venne fu notevole: non solo lo stato interveniva nell’ambito ecclesiastico – prassi del resto diffusa e che già vent’anni prima aveva causato la nascita del Movimento di Oxford – ma addirittura si arrogava il diritto di definire, seppur per via traversa, questioni di natura dottrinale.

Si trattò di un abuso senza precedenti e ciò convinse l’arcidiacono a rassegnare le proprie dimissioni nel marzo del 1851. Dopo un lungo travaglio interiore, trovò la forza per mettere da parte ogni scrupolo residuo nei confronti dei famigliari e degli amici, venendo infine accolto nella Chiesa cattolica il 6 aprile da Padre Brownbill presso la cappella dei gesuiti di Farm Street. Fino ad allora nessuno così in alto nella gerarchia anglicana aveva mai imboccato la strada per Roma.

Basterebbe solo questo fatto per smentire i tanti che hanno tentato di accusare Manning di essere un “carrierista” o un  “populista”, cioè di appoggiare furbescamente una causa con l’obiettivo esclusivo di trarne un qualche vantaggio personale (l’ha fatto pure Disraeli nel suo romanzo Lothair, del 1870, dove Manning compare nei panni del machiavellico cardinale Grandison). Non solo lasciando l’anglicanesimo egli rinunciò a un incarico episcopale quasi certamente garantito, ma, come sottolinea Robert Gray, «era diventato devoto di Pio IX quando il Papa veniva accusato da tutte le parti di essere un traditore» e «si fece cattolico in Inghilterra quando gli inglesi erano imbevuti di pregiudizio protestante».  Per di più la Chiesa cattolica britannica, la cui gerarchia era stata appena restaurata ufficialmente dal Papa con il breve Universalis Ecclesiae, era all’epoca una risibile minoranza costituita soprattutto da immigrati irlandesi. Inoltre il nuovo arcivescovo di Westminster, il cardinale Nicholas Patrick Wiseman, aveva un bel daffare a mantenere la concordia tra i vari vescovi, memori della mutua indipendenza dei vicari apostolici, e a tenere buoni i “vecchi cattolici”, ossia i discendenti di quelle famiglie che avevano resistito nell’antica Fede durante la Riforma e che ora guardavano con fastidio alle ingerenze di Roma nei loro affari. Infilandosi in un simile ginepraio, solo uno folle avrebbe potuto pensare di assicurarsi una facile carriera.

L’ordinazione

L’arcidiacono nel 1844

Wiseman, la cui politica era quella di guadagnare convertiti illustri dall’anglicanesimo, salutò con grande gioia l’ingresso di Manning nella Chiesa cattolica. Quando poi seppe che l’ex arcidiacono aveva intenzione di diventare sacerdote, fece quanto in suo potere per accelerarne l’ordinazione. Si levò qualche voce di protesta, ma Pio IX, che apprezzava Manning e che gli aveva inviato in regalo un cameo col profilo di Cristo, appoggiò il piano, cosicché questi venne ordinato senza ulteriori indugi il 14 giugno 1851. 

Manning fu quindi inviato a Roma per completare la sua formazione, dovendo giocoforza rinunciare alla proposta fattagli da Newman di diventare suo vice all’Università di Dublino, dove allora occupava l’incarico di rettore. Ovviamente non era molto contento alla prospettiva di tornare di nuovo a vestire i panni dello studente, tuttavia la scelta di Wiseman – intesta ad allargare gli orizzonti di quello che già presentiva avrebbe potuto essere un validissimo collaboratore – finì per segnare profondamente il nuovo convertito, consolidando in lui l’idea di Roma quale ultimo baluardo della Fede.

Si mise in viaggio con il fratello Charles e il poeta Aubrey de Vere che lui stesso accolse nella Chiesa ad Avignone. De Vere fu solo il primo di molti uomini illustri che si fecero cattolici per merito di Manning. Quest’ultimo iniziò proprio in quel periodo ad appuntare su uno speciale quadernetto i loro nomi, e quando nel 1865 erano diventati 343, l’ex arcidiacono veniva ormai soprannominato “L’apostolo dei nobili”. In loro compagnia, in direzione dell’Italia, vi era anche un sacerdote, George Talbot, destinato a giocare un ruolo di primo piano nella futura carriera di Manning.

Mons. Talbot, quinto figlio del Barone Talbot de Malahide, aveva otto anni meno di Manning ma godeva già di un discreto potere, svolgendo, nei fatti, il ruolo di agente di collegamento tra Pio IX e l’Inghilterra. Studente a Eton e a Oxford, aveva preso gli ordini anglicani prima di farsi cattolico e di essere ordinato sacerdote nel 1846. Wiseman lo aveva quindi mandato a Roma come suo rappresentate e Talbot, affabile quanto determinato, era diventato rapidamente ciambellano papale e intimo di Pio IX che lo chiamava «il mio buon Giorgio». Se l’amicizia tra lui e Manning maturò molto probabilmente più avanti, quel primo viaggio insieme fu comunque importante per mettere in contatto due uomini uniti da una grande ammirazione sia per l’arcivescovo di Westminster che per il Papa. 

George Cornelius Gorham

Per intercessione di Pio IX, di cui divenne amico personale, Manning venne fatto studiare presso l’Accademia Ecclesiastica, un’istituzione blasonata che curava la preparazione dei sacerdoti che avrebbero occupato un qualche incarico di servizio per la Santa Sede. L’ex arcidiacono, che trascorreva lunghe ore nella biblioteca dell’istituto, alle lezioni preferiva intrattenersi a colloquio con i gesuiti Giovanni Perrone e Carlo Passaglia, due famosi docenti del Collegio Romano, reazionario il primo, liberale il secondo.

Nel frattempo Wiseman premeva per un suo ritorno in patria: data la scarsa collaborazione degli ordini religiosi inglesi, aveva in animo di creare una fraternità sacerdotale, direttamente assoggettata a lui, con l’obiettivo di prendersi cura dei cattolici più poveri di Londra, in forte crescita a seguito della massiccia immigrazione irlandese. Manning gli sembrava l’uomo giusto per dare corpo al progetto, abile e dotato di senso pratico, un ottimo candidato pure per occupare il ruolo di vescovo ausiliario.

Del resto lo scoppio della Guerra di Crimea, nel 1854, diede ampia prova del talento gestionale del nuovo convertito: grazie ai suoi contatti governativi e alla collaborazione del vescovo Grant di Southwark, Manning riuscì a garantire ampie libertà ai cappellani cattolici dell’esercito nonché a organizzare un gruppo di suore infermiere in appoggio agli sforzi di Florence Nightingale.

Gli Oblati di San Carlo e il Capitolo di Westminster

Nel 1856 Manning terminò gli studi. Pio IX cercò di tenerlo con sé a Roma offrendogli la posizione di ciambellano papale, ma l’ex arcidiacono preferì tornarsene a Londra per dare corpo al progetto della fraternità sacerdotale tanto caro a Wiseman. Fu così che l’anno successivo vennero fondati gli Oblati di San Carlo, con sede a Bayswater. Manning, che ne divenne il primo superiore, si ispirò all’omonima congregazione voluta nel XVI secolo, a Milano, da San Carlo Borromeo, modificandone di poco la regola per adattarla meglio alla situazione inglese (l’approvazione definitiva dalla Santa Sede giunse nel 1877).

Il cardinale Nicholas Patrick Wiseman

Questo è anche il periodo in cui la sua simpatia per Newman raggiunse lo zenit, tanto che l’amico volle omaggiarlo dedicandogli Sermons Preached on Various Occasions, un volume che tra l’altro contiene la famosa predica sulla “Seconda primavera” del cattolicesimo inglese.

Una manciata d’anni prima, nel 1855, Wiseman aveva scelto per il ruolo di suo coadiutore George Errington, a cui venne concesso il diritto di successione alla sede di Westminster. Errington, che per un lustro era stato vescovo di Plymouth, rappresentava i “vecchi cattolici” e, più in generale, i “cisalpini”, ovvero coloro che mal sopportavano le intrusioni di Roma nella politica ecclesiastica inglese (Manning e i loro oppositori, fedeli a Roma e al Papa, erano invece soprannominati “ultramontani”). La sua famiglia poteva vantare diversi martiri ed era collaboratore di Wiseman sin dai tempi del Collegio Inglese; ciononostante, a dispetto della confidenza maturata negli anni, il cardinale si era dimostrato sin da subito poco propenso a delegare totalmente la propria autorità senza diritto di appello. Di conseguenza il loro rapporto si era deteriorato rapidamente e già dopo sei mesi Errington aveva scritto alla Santa Sede chiedendo di essere rimosso dall’incarico. Per evitare lo scandalo, si decise di assegnare provvisoriamente a Errington la guida della diocesi di Clifton, giusto il tempo per fare calmare un po’ le acque. Ciò portò all’allontanamento di quest’ultimo da Londra dal 1855 al 1857, proprio gli anni in cui l’astro di Manning stava iniziando a brillare.

Fu comunque una sorpresa per molti quando il Papa, nel 1857, lo nominò prevosto del Capitolo di Westminster, un’assemblea in supporto al vescovo di cui facevano parte i sacerdoti più validi della diocesi. Manning stesso accolse la nomina con stupore, consapevole ora di trovarsi in una posizione delicatissima: in qualità di superiore degli oblati, infatti, stava portando avanti con entusiasmo le politiche “ultramontane” di Wiseman – e la cosa, inutile dirlo, non piaceva a tutti – mentre come prevosto si trovava ad avere a che fare con i “vecchi cattolici” più ostili al cardinale. A garantirlo nel suo nuovo ruolo, oltre a Pio IX, vi era comunque mons. Talbot, assiduo frequentatore dei palazzi romani anche per perorare la causa dell’amico inglese.

Da parte sua Wiseman colse al volo l’occasione per convincere il Papa ad allontanare definitivamente Errington dall’incarico di suo coadiutore, togliendogli pure il diritto di successione alla sede di Westminster. La querelle si protrasse ancora per qualche tempo, fino a quando la Santa Sede si risolse ad accogliere la richiesta del cardinale. Ciò avvenne nel 1860, lo stesso anno in cui Manning venne insignito del titolo onorifico di Protonotaro apostolico. 

Avversari da ogni parte

La “famiglia papale” con mons. Talbot in ginocchio, a destra di Pio IX

A partire dal 1861, con il Risorgimento in corso, Manning si ritrovò insieme al convertito William George Ward e a pochi altri a rivestire in Inghilterra il ruolo di infaticabile sostenitore del Pontefice. Nelle sue prediche e negli scritti difese sempre con vigore il potere temporale della Chiesa, animato da toni polemici che piacevano poco ai “cisalpini” alla Newman e che, come prevedibile, diedero il la al progressivo raffreddamento dei rapporti tra i due. Manning, poco tollerante con chi, nel momento della controversia, non gli mostrava il più leale sostegno, polemizzò pure con Gladstone, chiedendo all’amico ragione del perché il governo inglese si spendesse così tanto per l’unità italiana mentre sembrava del tutto insensibile alle rivendicazioni nazionaliste dell’Irlanda.

Come se la situazione non fosse già abbastanza complicata, in senso alla gerarchia inglese seguitavano le solite polemiche sulle prerogative dei singoli vescovi e su quanto dovesse pesare, nelle scelte più importanti, l’autorità dell’arcivescovo di Westminster. A guidare la compagine di chi rivendicava una maggior autonomia vi era il vescovo di Birmingham, William Bernard Ullathorne, tra i pochi a possedere l’abilità sufficiente per poter seriamente minacciare la posizione di un Wiseman sempre più debole e stanco. Manning non fu abbastanza abile da evitare che il caso venisse sottoposto a Roma e, a peggiorare le cose, cominciò a circolare anche la voce che Errington – sostenuto dalla maggioranza dei vescovi – fosse intenzionato a reclamare i suoi vecchi diritti di successione.

Prima della morte di Wiseman, nel febbraio del 1865, Manning ottenne almeno una piccola vittoria con la conferma del divieto per i cattolici di poter frequentare l’università di Oxford e con la rinuncia da parte di Newman ad aprire un college cattolico in quell’università: «Manning», scrive Gray, «fu sempre il primo a riconoscere l’importanza di un’educazione di livello per i cattolici, ma voleva che fosse impartita da un’università cattolica autonoma, non da un college cattolico in un’università protestante».

Arcivescovo di Westminster

Dopo la scomparsa di Wiseman, la questione di chi gli sarebbe succeduto in qualità di arcivescovo di Westminster rimase senza soluzione per dieci settimane. Manning, che non sperava nulla per sé e che temeva che quella “ultramontana” fosse una parentesi ormai conclusa, caldeggiava la nomina di Ullathorne. Nonostante le diverse opinioni, a suo dire il vescovo di Birmingham rimaneva l’unico in grado di guidare con mano ferma il piccolo gregge cattolico in una realtà che gli era ancora ostile. Da parte sua il Capitolo di Westminster propose a Roma tre nomi, ovvero quelli del vescovo Clifford di Clifton, del vescovo Grant di Southwark e di Errington, che nel frattempo aveva rifiutato la nomina ad arcivescovo di Port of Spain, sull’isola di Trindad. Dal momento che Clifford e Grant si chiamarono fuori quasi subito, Errington rimase l’unico in lizza; Pio IX, quando venne a conoscenza della cosa, andò su tutte le furie: «Questa è un offesa!».

Il vescovo Ullathorne

Se i “vecchi cattolici” inglesi e la gerarchia irlandese premevano per Errington, Propaganda Fide preferiva Ullathorne (anche se più tardi il cardinale Barnabò, intuendo le intenzioni del Papa, passò a sostenere Manning). Lord Palmerston, il primo ministro britannico, fece sapere che la scelta di Clifford o Grant sarebbe stata egualmente soddisfacente per il governo, e il cardinale Antonelli, Segretario di Stato del Papa, si risolse ad appoggiare la candidatura di Clifford. 

Fu quindi una sorpresa per tutti, Manning compreso, quando in primavera Pio IX espresse la decisione di fare di lui il nuovo arcivescovo di Westminster, persuaso sia dalle qualità pratiche che della solidità dottrinale dell’ex arcidiacono.

Convinto che fosse vitale collaborare con gli altri vescovi ed evitare – quando possibile – inutili scontri, Manning volle dapprima dedicare tutte le energie al consolidamento della propria diocesi. Dopo la consacrazione episcopale, avvenuta l’8 giugno per mano di Ullathorne, approvò il progetto per la nuova cattedrale di Westminster, che sarebbe stata completata solo dopo la sua morte; favorì poi l’istituzione di un sistema di scuole primarie in grado di rispondere alle esigenze delle famiglie fedeli a Roma, e fece costruire anche orfanotrofi e riformatori, animato dal desiderio di strappare i fanciulli cattolici dalle grinfie della famigerate Workhouse protestanti.

Su scala nazionale promosse invece vaste campagne a favore dell’astensionismo dall’alcol, una piaga che allora affliggeva la classe operaia, e prese a interessarsi sempre di più alla questione irlandese. Oltre a stabilire contatti con l’arcivescovo Cullen di Dublino, utilizzò in più di una occasione le sue conoscenze politiche per indirizzare il governo britannico verso la concessione di una maggiore autonomia all’isola.

In realtà nei confronti dell’Irlanda il suo atteggiamento fu sempre piuttosto ambiguo: Manning aveva a cuore la tutela dei diritti del popolo irlandese – lo dimostra la Letter to Earl Gray (1868), il pamphlet più infuocato che scrisse – ma gli interessi della Chiesa e la stabilità dell’Impero britannico avevano comunque la priorità. Soprattutto temeva che in Irlanda il movimento nazionalista, al pari di quello italiano, potesse prendere una piega anticattolica, e nella sua testa “feniano” e “mazziniano” divennero presto sinonimi perfetti.

I vescovi inglesi attorno a Manning in una fotografia del 1873

L’arcivescovo era così coinvolto nella vita pubblica inglese che nel 1869 lo «Spectator» avanzò l’ipotesi di nominarlo pari del regno, un episodio che la dice lunga su come l’integrazione sociale dei cattolici stesse procedendo a grandi falcate.

Sul fronte dottrinale non passò molto tempo prima che Manning si trovasse coinvolto in nuove polemiche. Se già nel 1864 aveva invitato con successo il Sant’Uffizio a condannare il gruppo ecumenico noto come Association for the Promotion of the Unity of Christendom (APUC), nell’autunno del 1865 un nuovo libro di Pusey offrì a Newman il pretesto per attaccare gli “ultramontani”. Ward aveva pronta una risposta al fulmicotone e fu solo grazie all’intervento di Manning se non venne mai pubblicata. L’arcivescovo invitava alla moderazione anche perché nel frattempo era impegnato in prima persona a ostacolare l’ennesimo tentativo degli oratoriani di aprire una loro sede a Oxford. Manning invocò l’intervento di Propaganda Fide che nel 1867 dettò sentenza a suo favore. Questo e altri episodi simili contribuirono a incrementare ulteriormente la distanza tra lui e Newman, attorno al quale cominciarono a coalizzarsi i suoi oppositori.

Il Concilio Vaticano e l’azione sociale

Nonostante non fosse ancora stato nominato arcivescovo, nell’aprile del 1865 Manning fu uno dei pochi prelati a ricevere da Pio IX una lettera confidenziale in cui il Pontefice annunciava l’intenzione di convocare un Concilio. Cinque anni dopo, nell’aula conciliare l’ex anglicano fu tra i più strenui sostenitori del dogma dell’infallibilità pontificia di contro al vescovo Dupanlup di Orleans e agli altri che, come lui, ritenevano un simile pronunciamento inopportuno. Secondo Dupanlup era troppo alto il rischio di inasprire i rapporti tra la Santa Sede e i governi europei, allontano ancora di più dalla Vera Chiesa anche i protestanti e gli scismatici orientali. Newman, così come la maggioranza dei fedeli inglesi, la pensava allo stesso modo; malgrado ciò l’arcivescovo di Westminster non si fece intimidire e, appena giunto a Roma, con lo zelo di un San Carlo fece in modo che gli schemi sull’infallibilità fossero dibattuti il prima possibile (dai più maliziosi venne ribattezzato “il diavolo del Concilio”). Il 25 maggio il suo lungo discorso di quasi due ore fu accolto dall’entusiasmo generale: Manning sottolineò come lui fosse l’unico convertito presente al Concilio e che la dottrina dell’infallibilità non avrebbe allontanato i protestanti dalla Chiesa, anzi, li avrebbe attratti come una luce in mezzo all’oscurità e al caos della modernità.

Alla fine venne approvata una formula più restrittiva rispetto a quella auspicata dall’arcivescovo, ma questo non gli impedì di tornarsene a Londra da vincitore, seppure con qualche nemico in più. La sua amicizia con Gladstone, benché di lungo corso, non sopravvisse alle polemiche scatenate in Inghilterra dagli “anti-papisti”, mentre la Letter to the Duke of Norfolk di Newman, intesa a minimizzare l’entusiasmo “ultramontano” per il Concilio, non fece altro che gettare nuova benzina sul fuoco, restituendo all’opinione pubblica l’immagine di una Chiesa poco coesa al suo interno (altre contese sorsero con l’ex amico in occasione della sua elevazione al cardinalato, nel 1879, ma ormai tra lui e Manning non vi era più affetto né stima).

I toni più estremi l’arcivescovo preferì riservarli per condannare il Risorgimento italiano. Nel 1870, a seguito della presa di Roma, ciò non lo trattenne comunque dal criticare la politica d’inerzia dei cosiddetti “miracolisti”, invitando la Santa Sede a trovare una qualche forma d’accordo con Vittorio Emanuele II.

“Ci sono solo due opzioni: Dio e noi stessi; e noi dobbiamo scegliere tra l’uno o l’altro”

In Inghilterra si dedicò principalmente a scrivere sermoni e articoli in difesa del Papa e della Chiesa, provvedendo pure alla fondazione di nuovi seminari per garantire ai candidati al sacerdozio una preparazione adeguata, concorrenziale a quella offerta dai gesuiti, un ordine con cui da tempo non era più in buoni rapporti. Le sue idee sul sacerdozio, «il più alto stato di perfezione nel mondo», vennero successivamente raccolte nel libro The Eternal Priesthood (1883), un classico della spiritualità cattolica.

Intransigente per quanto riguardava i princìpi, negli affari del mondo Manning era più pragmatico, pronto a tradurre la parola in azione e a cogliere l’opportunità migliore per avvantaggiare la causa cattolica. Se mai fu machiavellico – accusa che Disraeli gli rinfacciò nuovamente in un altro romanzo, Endymion (1880), meno sferzante del precedente – lo fu non per un qualche vantaggio personale ma per la maggior gloria della Chiesa. Si spese per salvaguardare il diritto a esistere delle scuole religiose e tentò, per quanto inutilmente, di fondare un’università cattolica; combatté inoltre la prostituzione, si oppose alla vivisezione degli animali e continuò la sua lotta contro l’alcolismo fondando la League of the Cross, un movimento che nei suoi stilemi organizzativi para-militari anticipò l’Esercito della Salvezza di William Booth.

Sul fronte economico Manning aveva scarsa simpatia per i teorici del laissez-faire ed era fermamente convinto che il sistema capitalista dovesse essere riformato al più presto, altrimenti prima o poi sarebbe scoppiata una terribile rivoluzione. Per lui era la società che doveva servire l’uomo e non viceversa. Come ricorda Gray: «Il suo astio per i dogmi sociali era evidente tanto quanto il suo amore per quelli religiosi».

La causa per la tutela dei poveri e degli oppressi avvicinò Manning a John Ruskin, di cui fu ammiratore e amico, mentre il pio desiderio di convertire a Cristo gli intellettuali vittoriani lo portò a prendere parte agli incontri della Metaphysical Society. Al contrario l’intellighenzia cattolica non smise mai di considerarlo con sospetto per il suo forte attaccamento a Roma, giudicato eccessivo e sconveniente. Il poeta Coventry Patmore fu il più volgare quando osò definirlo «un’anima piccina».  

Nel 1875 Manning ricevette la berretta cardinalizia. La promozione giunse sorprendentemente in ritardo essendo attesa già all’indomani della sua nomina ad arcivescovo. Probabilmente la condotta troppo battagliera al Concilio costrinse il Papa a temporeggiare ancora per un po’, volendo evitare di dare ai detrattori l’impressione che il cardinalato a Manning fosse solo una ricompensa per il suo impegno a sostegno dell’infallibilità, nulla più che un quid pro quo.

L’ultimo ricevimento a cui partecipò il cardinale, nel 1891. Manning sta parlando col Duca di Norfolk, mentre sulla destra si scorge la figura di Herbert Vaughan, suo successore alla sede di Westminster

Ciò che è certo è che al conclave che seguì la morte di Pio IX, Manning non fu mai seriamente in lizza per diventarne il successore. Ottenne forse uno o due voti e ciononostante fu l’inglese più vicino al papato dai tempi di Nicholas Breakspear. D’altronde lui stesso era consapevole che in un simile frangente storico la scelta migliore sarebbe stata quella di un Pontefice italiano, cosa che puntualmente avvenne con l’elezione di Leone XIII.

Tempo di bilanci

Anche se negli ultimi anni di vita lasciava di rado il palazzo di Westminster, Manning continuò a spendersi per i cattolici, intervenendo nel dibattito pubblico a favore della religione e contro gli errori della modernità. Per il cardinale, che nel frattempo aveva ripreso a corrispondere con Gladstone, le decisioni politiche e quelle morali erano semplicemente inseparabili: questo è quello che aveva in mente quando a un giovane Belloc disse che «tutti i conflitti umani in ultima analisi sono teologici».

Una delle prove più forti della fiducia che i fedeli nutrivano in lui si ebbe in occasione dello sciopero al porto di Londra, nel 1889. Migliaia di operai – tra cui un gran numero di cattolici irlandesi – presero a protestare a causa dei salari troppo bassi e si decisero a interloquire unicamente con Manning. Dopo aver parlato alla folla, questi venne nominato rappresentante degli scioperanti per condurre le trattative con il governo. La situazione fu risolta così brillantemente che nel maggio dell’anno seguente, in occasione della festa del lavoro, il ritratto del cardinale venne portato in processione per le strade di Londra accanto a quello di Karl Marx (un “onore” che non dovette fargli troppo piacere).

Se l’opera di Manning, al contrario di quanto sostenuto da alcuni, non fu la principale fonte d’ispirazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, datata 1891, il suo esempio contribuì perlomeno a evitare che Roma assumesse una posizione eccessivamente “chiusurista” sulla questione sociale. 

Esposizione della salma di Manning nel palazzo arcivescovile

Al netto dei molti meriti, Manning ebbe anche grossi limiti. Lo spirito incline all’azione lo spingeva a volte a seguire più l’emozione che la ragione, così come nei dibattiti dottrinali interni al cattolicesimo la sensazione diffusa è che si limitasse a considerare gli avversari nemici della Verità di Cristo e della Chiesa solo per il fatto di avere opinioni differenti dalla sue. Allo stesso modo il donarsi completamente agli altri gli impedì, paradossalmente, di avere amici intimi: fu un prelato fondamentalmente solo e nemmeno i pochissimi che meglio lo conobbero riuscirono mai a penetrare la corazza della sua proverbiale riservatezza.

Almeno una cosa è comunque incontestabile: con la sua morte, avvenuta il 14 gennaio 1892, si chiuse una delle parentesi più radiose per il cattolicesimo inglese degli ultimi due secoli.