Volentieri offriamo ai lettori questo interessante estratto da La vittoria sul paganesimo, la lotta alle eresie, l’ordine monastico, del Card. G. Hergenröther.


[…] I tre grandi Metropoliti – chiamati poi Patriarchi – che al tempo del Concilio Niceno tenevano il primo grado nella gerarchia, erano quei di Roma, di Alessandria, di Antiochia, e non avevano l’autorità loro dall’importanza della città, bensì dall’Apostolo Pietro.

[…] S. Girolamo cominciò, durante questa sua dimora in Roma i suoi grandi lavori di ricostituzione del vero testo della Sacra Scrittura. Sotto Damaso pure, nel Concilio romano del 374, fu statuito il Canone ufficiale dei libri santi dell’antico e del nuovo Testamento. Nel decreto che si fece in questa occasione, il Papa dichiara, la Chiesa romana essere a tutte le altre superiore, la cattedra prima di S. Pietro; la seconda essere quella di Alessandria, la terza di Antiochia. Cotale ordine di gradi mantennero i Papi con ogni fermezza, contrapponendosi agli sforzi dei vescovi di Costantinopoli.

[…] Questa tendenza molto più si fece aperta nei vescovi della città imperiale di Costantinopoli. Originariamente essi erano suffraganei della sede di Eraclea, ma durante la lotta ariana erano venuti sciogliendo questo vincolo, ingegnandosi di prendere il vantaggio sulla loro metropoli. Favoreggiati dalla corte imperiale, trovarono ben presto di potere anche riuscire più innanzi. E così nel Concilio raccoltosi il 381 a Costantinopoli fu statuito il canone terzo, il quale è ben vero che non riconosce al vescovo della Capitale una più ampia giurisdizione, e lascia nei loro diritti le diocesi del Ponto, di Efeso e di Tracia, ma gli asserisce un primato di onore, immediatamente dopo il vescovo dell’antica Roma, dacché Costantinopoli era la Roma nuova. Con ciò tacitamente era tolta ogni dipendenza dalla metropoli di Eraclea, il governo della diocesi di Tracia trasferito alla capitale, aperta la via ad allargare la sua potenza, per supposta analogia col Pontefice romano, e l’antichissima preminenza di onore d’Alessandria e di Antiochia annientata.

Antiochia non si trovò capace di contrastare a siffatte usurpazioni; Alessandria le rigettò come novità; Roma si tenne alla antica regola; confermò solo i decreti dogmatici del Concilio e rigettò la primazia d’onore attribuita contro il diritto della Chiesa ai vescovi bizantini.

Ai vescovi, preti e diaconi era convenientissima la vita celibe e casta, sia per la sublimità dei loro ministeri, sia per godere maggiore libertà nel servizio di Dio e dei prossimi, e così anche per dare, com’erano in dovere, a tutti esempio di continenza. Quindi il celibato si venne sempre più praticando, e infine fu prescritto anche per legge nella Chiesa. Da principio, per mancanza di celibi degni del sacerdozio, si ordinavano ancora uomini legati a matrimonio: i quali però di regola si astenevano dalle loro mogli. Dopo ricevuto uno degli ordini maggiori, nessun ecclesiastico poteva menare moglie, sotto pena di deposizione; il che, a sollecitazione di Pafnuzio vescovo egiziano, dovette essere confermato dal Concilio Niceno. Questo anche interdisse ai chierici di tenersi in casa donne sospette (Syneisactai, Agapetai): non avessero con sé se non la madre, sorella, zia o simile persona lontana da ogni sospetto; e anche l’ombra di ogni pratica peccaminosa evitassero a tutto potere.

In Occidente la disciplina si manteneva più severa. Parecchi Sinodi africani statuirono pena di deposizione per gli ecclesiastici degli ordini maggiori, che usassero ancora con le loro donne. E appresso, non si ordinarono più a questi gradi se non quelli che fossero o celibi o vedovi. I Papi, e nominatamente Siricio e Innocenzo I, sostennero con risoluzione la legge del celibato; e Leone Magno la estese anche ai suddiaconi, quantunque si annoverassero ancora fra gli ordini minori; e ciò fu confermato poi da parecchi Sinodi. In Oriente per contrario rilassò la disciplina a poco a poco, segnatamente nella diocesi di Bisanzio.

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Riferimenti:

  • Thiel, De decretali Gelasii p. de recipiendis libris, Brunsb., 1866. Friedrich, Drei unedirte Concilien, mit einem Anhang uber das Decretum Gelasii, Nordlingen, 1867; Sitzungsber. der bayr. Akad. der Wissensch., phil-histor. Kl. I, (1888), 54 sgg.
  • Per il celibato del clero superiore fanno testimonianza: Euseb., Demonstr. evang. I, 8, 9. (Migne, Patr. gr. XXII, 76 sg. 81. Hieron., C. Iovin. I, 34: Sacerdoti, cui semper pro populo offerenda sunt sacrificia, semper orandum est; si semper orandum est, ergo semper carendum est matrimonio. Cf. Ep. 48 ad Pammach.; C. Vigil. c. 2. Epiph., Haer. LIX, 4; Expos. fidei c. 21., Chrys., In I Tim. hom. 10, n. 1, 2 (Migne, l. c. LXII, 549 sg.). Greg. Naz., Or. 43, n. 62 (ibid. XXXVI, 576 sg.). Or. 37, n. 10 (ibid. p. 493 sg.). Cyrill. Hieros., Catech. XII, n. 15 (ibid. XXXIII, 757). La narrazione di Socrate (Hist. eccl. I, 11) e di Sozomeno (Hist. eccl. I, 23; cf. Gelas. Cyz., Hist. Conc. Nic. II, 32; Hist. trip. II, 14) che, trattandosi a Nicea d’interdire formalmente agli ecclesiastici, ammogliatisi prima della sacra ordinazione, l’uso del matrimonio, siasi decretato, a proposta di Pafnuzio vescovo egiziano, bastare l’antica regola che nessun ecclesiastico contraesse matrimonio dopo l’ordinazione, è da alcuni messa in dubbio; da altri ammessa e difesa. Cf. Hefele, Conciliengesch. I, 431 sgg.
  • Siric. (386), Ep. 1 ad Himer. c, 7. 9.. Innoc. 1., Ad Victr. 404 c. 9. Syn. 402 can. 3. Conc. Carth. 390 can. 2; 401 can. 4. Turon. 461 can. 1. Araus. 441 can. 22, 23. Agath. 506 can. 9. Aurel. V. (549) can. 4. Leo M., Ep. 14, c. 4. Cf. Conc. Agath. 506 can. 39. Tolet. 527 can. 3. Aurel. III. (538) can. 2.

Immagine in evidenza: La chiesa di San Pietro, dove l’apostolo avrebbe predicato per la prima volta la Buona Novella nella Antiochia romana / Volkan Hatem, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.