Riprendiamo la conferenza tenuta dal nostro Giuliano Zoroddu l’8 maggio scorso nell’ambito dell’Incontro commemorativo per i centenari di san Domenico di Guzman e Dante Alighieri organizzato a Sassari dalla Società Internazionale Tommaso d’Aquino – Sezione di Sardegna.

Alleghiamo anche il testo scritto.

Le celebrazioni per il settimo centenario della morte di Dante Alighieri hanno dato occasione per appiccicare al Poeta le classificazioni più varie. Quello che viene solitamente lasciato sullo sfondo è l’esser stato l’Alighieri, l’Alighieri spiccatamente della Commedia, del poema sacro, un poeta cristiano. 
Ed è bene rileggere, a tal proposito, quanto scriveva Benedetto XV nella sua enciclica dantesca In praeclara summorum del 30 aprile 1921: 

«Questo è il suo elogio principale: di essere un poeta cristiano e di aver cantato con accenti quasi divini gli ideali cristiani dei quali contemplava con tutta l’anima la bellezza e lo splendore, comprendendoli mirabilmente e dei quali egli stesso viveva. Conseguentemente, coloro che osano negare a Dante tale merito e riducono tutta la sostanza religiosa della Divina Commedia ad una vaga ideologia che non ha base di verità, misconoscono certo nel Poeta ciò che è caratteristico e fondamento di tutti gli altri suoi pregi».

Partendo quindi dalla affermazione che Dante è nostro, che Dante è dalla Chiesa Cattolica Romana – affermazione che facciamo fondati sulle parole dei Vicari di Gesù Cristo da Leone XIII ad oggi [1] – ho pensato di sostanziarla, soffermandoci su quanto di più squisitamente cattolico vi sia nella Commedia, ossia la preghiera alla Vergine che apre il canto XXXII della «sublimis cantica, quae decoratur tituli Paradisi». 
In essa, una delle gemme della devozione mariana di tutti i tempi, possiamo vedere come il Poeta esprima una professione di fede in ordine al domma mariano, specificatamente a riguardo della mediazione universale di Maria; una fede che si nutre della liturgia della Chiesa, una fede che si rafforza nella piena conoscenza e padronanza degli insegnamenti dei Padri della Chiesa, armonizzati dai dottori scolastici e principalmente dall’Angelico san Tommaso, di cui il nostro Dante fu discepolo.
E la Provvidenza ha disposto che esponessi queste riflessioni il giorno 8 Maggio: giorno sacro alla Ss. Vergine del Rosario di Pompei; giorno vigiliare dell’annuale ricorrenza dell’incoronazione della Madonna delle Grazie venerata a San Pietro di Silky; giorno infine dedicato, secondo l’edizione del Missale Romanum del 1962, dedicato alla festa di Maria Mediatrice di tutte le grazie, nel centenario della concessione di questa festa il 12 gennaio 1921 da parte di Benedetto XV. Un papa che potremmo dire “di Dante”, ma anche di Maria Mediatrice. I due temi del presente intervento.
Ecco quale atmosfera sacra ci prepara alla lettura delle sublimi terzine.
Calandoci nel flusso poetico, vediamo Dante che è giunto finalmente all’Empireo e sta per accedere alla visione della Trinità. Per accedervi gli è necessaria l’intercessione, la mediazione, della Vergine. Così san Bernardo, il citaredo di Maria, che accompagna il pellegrino, le innalza una preghiera, monumentum aere perennius della letteratura mondiale e della devozione mariana.

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 
umile e alta più che creatura, 
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura 
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Il primo verso è evidentemente l’affermazione più chiara della realtà, della natura di Maria, del dogma che a lei si riferisce, della unicità del suo rapporto con la Santissima Trinità, alla cui visione il Poeta sta per arrivare. 
Maria è Madre ed al contempo è Vergine; è Figlia di Dio Padre e Madre di Dio Figlio. 
Ciò è reso con la figura retorica dell’antitesi, un’antitesi che non ha nulla di artificioso nell’esprimere la realtà del mistero sovrano dell’Annunciazione e dell’Incarnazione del Verbo e del miracolo sublime, profetizzato da Isaia, della Vergine che, rimanendo tale, partorisce un figlio. 
Un’altezza che, per contrasto, viene accostata alla bassezza, all’umiltà: altezza e umiltà (chiaro riferimento al verso del Magnificat «respexit humilitatem ancillae suae») che nel contesto del verso sono la messa in poesia del detto del Signore «qui se humiliat exaltabitur», fondamento della vita cristiana. 
Una esaltazione che in Maria si attua, in virtù della unicità del suo essere Madre di Dio, come una «propinquitas» (parola di san Tommaso), una vicinanza, una affinità con la divinità; l’appartenenza ad un ordine superiore rispetto a qualsiasi altra creatura [2]. 
La natura umana, in Maria, è nobilitata in grado sommo, perfetto, a somiglianza del suo divin Figlio: «[l]a faccia che a Cristo / più si somiglia» [3]. 
E l’adorna la somma di tutte le virtù, una somma che supera il cumulo di virtù di tutti gli angeli e di tutti i santi.
Come dunque di ordine superiore, sublime, è lo stato della creatura Maria, allo stesso modo, superiore e sublime, deve essere l’elogio che il poeta cristiano compone al cospetto di tanta altezza, mentre si affaccia sull’abisso del mistero di Dio. 
E per essere all’altezza del compito, nulla è più naturale che attingere alla tradizione poetica classica e cristiana; nulla è più originale dell’operazione dantesca di condensarla e organizzarla.
Diretto è il richiamo ad un’antifona della liturgia: «Genuisti qui te fecit, in aeternum permanens Virgo» , a sua volta eco delle pagine di sant’Ambrogio, di san Pier Damiani e di san Bernardo.
Così si scorgono inoltre i riferimenti alle Laudes beatae Mariae Virginis dello pseudo-Bonaventura: «Tu qua numquam humilior / in creaturis legitur / fuisse nec suavior / et propter hoc sublimior / esse nulla te noscitur» [4]; e ai Carmina di san Pier Damiani: «Parentem peperisti; / fit Factor ex factura / Creans ex creatura» [5].
Da sottolineare l’espressione «termine fisso d’etterno consiglio», richiamo al passo dei Proverbi: «Dominus possedit me in initio viarum suarum, antequam quidquam faceret a principio. Ab aeterno ordinata sum» [6], che la Santa Chiesa applica alla Vergine. Parole che la stessa Chiesa fa legge, per esempio, come epistola della Natività di Maria o ancora dell’Immacolata Concezione.
Mistero, quest’ultimo, a proposito del quale è bene richiamare le parole dell’immortale Pio IX:

«Dio ineffabile […] previde fin da tutta l’eternità la tristissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo […] affinché venisse recuperato felicemente ciò che sarebbe caduto con il primo Adamo, fin dall’inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendola a tutte le creature, da compiacersi in lei sola con un atto di esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, la ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi – dell’abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all’infuori di Dio, può abbracciare con la propria mente».

Lo stesso concetto che già Dante aveva condensato nei vv. 7-9: 

Nel ventre tuo si raccese l’amore, 
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

proclamando, sempre rifacendoci a testi scritturistico-liturgici e patristici, segnatamente di san Bernardo [7],  e ancora nei vv. 19-21, le qualifiche mariane di Corredentrice [8] e Mediatrice di grazia. 
L’atmosfera calorosa – «per lo cui caldo» – rievoca quel risveglio della primavera di cui in Cantico dei cantici II, 11-12: «Iam enim hiems transiit; imber abiit, et recessit. Flores apparuerunt in terra nostra». [9]
L’agghiacciante inverno seguito alla caduta originale viene spazzato via, secondo un’immagine sublime di san Gregorio di Nissa, dal soffio benefico dello Spirito Santo che operando l’incarnazione del Verbo nel seno della Vergine inaugura la primavera della redenzione dell’umano genere, riapre l’accesso al Paradiso, consente che in esso accedano i beati e che questi possano formare la candida rosa dell’Empireo ossia il «fiore» dell’«etterna pace». [10] 
Il mezzo per cui si è potuto compiere tutto ciò è Maria Santissima. 
Maria Santissima, Madre di Dio, ha mediato per noi il Mediatore, il Redentore.
Ma non ha in ciò esaurito la sua missione in nostro favore presso di lui. La Trinità che gliel’ha affidata fin da tutta l’eternità ed ella, costituita Mediatrice presso il Mediatore, fino alla consumazione dei secoli e per tutta l’eternità la compirà, mediandoci i frutti della redenzione; ottenendoci, in virtù della potenza che le deriva dalla singolare familiarità con Dio, le grazie della redenzione.

Qui se’ a noi meridiana face 
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali, 
se’ di speranza fontana vivace. 

La stessa Maria che trasmette la fiamma d’amore ai beati e riscalda i cuori dei mortali con la speranza: «Spes nostra, salve!». Speranza di salvezza, speranza di rialzarsi dalle cadute. 
«Salve, Mater misericordiae, – leggiamo nel proprium missae B.M.V. Mediatricis omnium gratiarumMater spei et gratiae,o Maria. Alleluia». 
Gli stesso concetti espressi dall’Alighieri.
Quella speranza e profonda confidenza nella intercessione della Madre di Dio che ha guidato Dante nel suo cammino spirituale, nel suo percorso di purgazione dai peccati commessi e dagli errori filosofici e teologici professati, ossia l’uscita dalla selva oscura descritta nel primo e secondo canto dell’Inferno. 
La mediazione di Maria viene quindi espressa con una potentissima solennità negli immortali versi: 

Donna, se’ tanto grande e tanto vali, 
che qual vuol grazia e a te non ricorre 
sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre 
a chi domanda, ma molte fiate 
liberamente al dimandar precorre.  

In te misericordia, in te pietate, 
in te magnificenza, in te s’aduna 
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna 
de l’universo infin qui ha vedute 
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute 
tanto, che possa con li occhi levarsi 
più alto verso l’ultima salute.    

In essi Dante fa dire a san Bernardo ciò che già aveva brillantemente scritto: «Nihil nos Deus habere voluit, quod per Mariae manus non transiret». [11]
Tutto ciò che Dio vuole accordarci di grazie e favori, tutto, per sua stessa disposizione, passa per le mani di Maria, ricolma in sovrabbondanza di grazia e di grazia dispensatrice. Ce lo assicurano tutti i Padri e i Dottori, che lo insegna la Chiesa.
Ed è bello vedere questo insegnamento ecclesiastico, che è anche dantesco, nel  salmo tractus della già nominata messa di Maria Mediatrice: «Qui sitit, – fa dire la Santa Chiesa alla Madonna – veniat; et qui vult, accipiat aquam vitae gratis». [12]
Si riconferma l’antico adagio lex orandi lex credendi! [13]
Maria è il canale per cui a noi arrivano le grazie che Dio vuole accordarci, la fontana che ci fornisce quest’acqua di vita, una fontana inesauribile perché collegata ai fiumi d’acqua viva sgorganti dal fonti del Salvatore.
Pertanto non a caso, ma ben poggiato su di un fondamento più che millenario, Bartolo Longo (citazione d’obbligo l’8 di Maggio) poteva scrivere: 

«L’anima mia è miserabile, gravata da enormi colpe, merita di ardere nell’inferno, indegna di ricever grazie. Ma non sei Tu la Speranza di chi dispera, la grande Mediatrice tra l’uomo e Dio, la potente nostra Avvocata presso il trono dell’Altissimo, il Rifugio dei peccatori? Deh! Solo che tu dica una parola in mio favore al tuo Figliuolo, ed Egli ti esaudirà» [14]

e ancora:

«Voi, dunque, come nostra Madre, siete la nostra Avvocata, la nostra Speranza […] Non ha Gesù riposto nelle vostre mani tutti i tesori delle sue grazie e delle sue misericordie? […] Voi sola ci strappate dalle mani di Satana, o Maria. Voi siete l’Onnipotente per grazia. Voi dunque potete salvarci». [15]

E appellare la Vergine Santissima, che da sacerdote dello spiritismo lo aveva eletto apostolo del santissimo Rosario nella Valle di Pompei, «Riparatrice del genere umano» [16], «Mediatrice di misericordia» [17], «Salvatrice» [18].
A tanto fasto di dichiarazioni sul titolo di Mediatrice tributato alla Madre di Dio, si potrebbe obiettare (e invero lo si fa) che si tratta di “espressioni d’amore” “belle”, ma “esagerate”; che «uno solo è il Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù». 
Ebbene rispondiamo a queste obiezioni antiche, moderne e modernistiche con un episodio che vide protagonista il papa Pio XI. 
Esso ci è riferito dal padre Gabriele Roschini dei Servi di Maria, uno dei più grandi mariologi del secolo scorso, ed è il seguente.

«Raccontava il Card. Ruffini che, avendo un giorno domandato al S. Padre Pio XI di s.m., se si poteva sperare in una prossima definizione dogmatica della mediazione di Maria, s’intese rispondere: “A che pro? È questa una verità già definita, non solo implicitamente ma anche esplicitamente”. E aggiungeva: “Che forse quando Dante Alighieri cantava della Vergine “Donna, se’ tanto grande e tanto vali, – che qual vuol grazia e a te non ricorre, – sua disïanza vuol volar sanz’ ali” non ne coglieva il contenuto dalla labbra stesse del popolo cristiano, eco fedele dell’insegnamento della Chiesa?”. Mi sia lecito aggiungere che non solo la suddetta celebre terzina dantesca, ma tutta la Divina Commedia, la quale, come ebbe a confessare Carducci , può dirsi “la voce di dodici secoli cristiani”, è una proclamazione solenne della mediazione universale di Maria. Tutto il divino poema si aggira, si può dire, su questo perno: nessuno può andare a Dio se non per mezzo di Cristo; e nessuno può andare a Cristo se non per mezzo di Maria. Ed infatti il mistico viaggio di Dante (simbolo dell’umanità) verso l’eterna salvezza, con Maria e per Maria si inizia, convertendosi, ossia passando dal male al bene, per opera della “Donna gentile” (I Cantica, l’Inferno); con Maria e per Maria si svolge, guidandolo Ella, per mezzo dei suoi messi dal bene al meglio (II Cantica, il Purgatorio); con Maria e per Maria si compie, passando dal meglio all’ottimo, ossia alla visione beatifica. È qui tutto il nucleo della Divina Commedia. Dalle sue mirabili Cantiche chiaramente apparisce come la grazia della conversione, della purificazione e della visione di Dio, vale a dire, ogni grazia, giunga all’umanità attraverso le mani di Maria». [19]

E se Dante coi suoi versi espresse la voce di dodici secoli di Cristianesimo; se espresse la voce della Santa Chiesa, che onora con una speciale officio e una speciale messa la Vergine Mediatrice; se espresse la voce dei Santi Padri e dei sacri Dottori; noi pure possiamo ripetere ed esprimere questa voce e riconoscere in Maria Santissima la nostra Mediatrice di grazie, la nostra Avvocata presso Dio, la nostra Corredentrice [20].  
E il popolo sardo, strenuo assertore dei privilegi della Purissima, memore della fede dei padri, della fede predicata secondo la tradizione da san Pietro e da san Paolo, questa voce ripete da secoli, anzi la canta nelle famose strofe:

Deus ti salvet, Maria,
chi ses de gratzia plena.
De gràtzias ses sa vena
ei sa currente.

Su Deus onnipotente
cun tegus est istadu.
Pro chi t’hat preservadu
Immaculada.

Beneita e laudada,
subra a totu gloriosa.
Mama, fiza e isposa
de su Segnore.

Beneitu su fiore
e frutu de su sinu.
Gesus, fiore divinu,
Segnore nostru.

Pregade a Fizu ostru
pro nois pecadores,
chi totu sos errores
nos perdonet.

E i sa gratzia nos donet
in vida e in sa morte.
Ei sa dìciosa sorte
in Paradisu.


[1] Riferimenti agli interventi pontifici del secolo scorso si possono trovare nella Lettera Apostolica “Candor lucis aeternae” del Santo Padre Francesco scritta per il VII Centenario della morte di Dante Alighieri e pubblicata il 25 marzo 2021. Fra i tanti, particolarmente lapidarie le seguenti parole di Paolo VI: «Che se volesse qualcuno domandare, perché la Chiesa Cattolica, per volere del suo visibile Capo, si prende a cuore di coltivare la memoria e di celebrare la gloria del poeta fiorentino, facile è la nostra risposta: perché, per un diritto particolare, nostro è Dante! Nostro, vogliamo dire della fede cattolica, perché tutto spirante amore a Cristo; nostro perché molto amò la Chiesa, di cui cantò le glorie; e nostro perché riconobbe e venerò nel Pontefice Romano il Vicario di Cristo».
[2] «Come la natura umana in Gesù Cristo è stata elevata ad un’altezza infinità, così il Maria SS. ma, Madre di Dio, la persona umana è elevata fino ai confini della divinità, “ad fines divinitatis propria operatione attigit” (Gaetano, in 2.2 q. 103, a. 4. ad. 2) … La dignità di Madre di Dio (…) è di un ordine superiore a qualsiasi altra creata dignità, o che possa crearsi, appartenendo questa dignità in certo modo all’ordine dell’unione ipostatica con una divina Persona, al quale ordine essa è necessariamente congiunta (…) Da questa maternità Maria acquista una certa affinità colle tre Persone della Santissima Trinità, “propinquitatem“, come dice S. Tommaso. Dopo la unione ipostatica questa è la più stretta che si possibile, di modo che nessuna altra creatura più si avvicina a Dio» (G. BUCCERONI, La Beata Vergine Maria. Considerazioni sopra i misteri della sua vita, Roma, 1913, pp. 139-140).
[3] Pd. XXXII, 85-86.
[4] «Tu di cui nessun’altra creatura fu mai più umile e più dolce, e di cui per questo nessuna fu più sublime».
[5] «Hai generato colui che ti ha generato / il Fattore si è fatto fattura / il Creatore creatura».
[6]  «Il Signore mi è ebbe con sé nel cominciamento delle sue opere, da principio, prima che creasse cosa alcuna. Dall’eterno sono stata costituita » (Prov. VIII, 22-23).
[7] I vv. 7-9 richiamano principalmente le ispirate parole di sant’Elisabetta «benedictus fructus ventris tui» (Luc. I, 42). In ordine all’uso del verbo germinare la fonte biblica di Dante è Isaia: «Aperiatur terra et germinet salvatorem» (XLV, 8). Il fiore è Cristo, chiamato «flos campi et lilium convallium» nel Cantico dei Cantici (II, 1-2) e vaticinato dal già menzionato Isaia nei seguenti famosissimi termini: «Et egredietur virga de radice Iesse, et flos de radice eius ascendet» (XI, 1). La virga è Maria, Gesù il flos. Su questi importantissimi riferimenti scritturistici neo come vetero-testamentari – i citati sono solo una minima parte – fiorì (è il caso di dirlo!) la prosa dei Padri orientali come occidentali, dei Dottori e degli scrittori sacri. Basti citare un passo di sant’Ambrogio «In quo utero Virginis […] lilii floris gratia germinabat» (De institutione virginis, XIV); e uno di san Bernardo: «Sic omnino, sic Virginis alvus floruit, sic inviolata, integra et casta Mariae viscera, tamquam pascua aeterni viroris florem protulere» (Sermones in Adventu Domini II, 4). 
[8]  Il Verbo si fece carne per riparare il peccato originale e nel farlo, volle associare all’opera della redenzione sua Madre Maria. Così Gesù è il nuovo Adamo e Maria la nuova Eva, un pensiero espresso già dai Padri apostolici. Per questo, a somiglianza del Figlio con cui collaborò, la Vergine fu acclamata dagli scrittori sacri coi titoli di Riparatrice, Espiatrice e persino Salvatrice. Dante esprime questi concetti nei seguenti versi: «La piaga che Maria richiuse e unse, / quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi  / è colei che l’aperse e che la punse» (Pd. XXXII, 4-6). La piaga di cui Maria si prese cura è il peccato originale, dal quale peraltro fu esente, generando e allevando il suo Riparatore. 
[9] «Già l’inverno è passato, il tempo piovoso è andato via, è sparito. I fiori sono apparsi sulla nostra terra».
[10] Una parafrasi dell’esposizione di san Gregorio Nisseno si trova nel commento al passo dei Cantici in oggetto, fatto da monsignor Antonio Martini (1720-1809), arcivescovo di Firenze, e traduttore in italiano della Vulgata di san Girolamo. Ad essa si è fatto riferimento. Il concetto è lo stesso espresso dai passi di sant’Ambrogio e san Bernardo di cui alla nota 8.
[11] In Vigilia Nativitatis Domini, 10.
[12]  Apoc. XXII, 17.
[13] Risulta ben opportuno riportare un passo dalla enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947) che spiega questo detto: «A questo proposito, Venerabili Fratelli, riteniamo di porre nella sua giusta luce una cosa che pensiamo non esservi ignota: l’errore, cioè, di coloro i quali pretesero che la sacra Liturgia fosse quasi un esperimento del dogma, in quanto che se una di queste verità avesse, attraverso i riti della sacra Liturgia, portato frutti di pietà e di santità, la Chiesa avrebbe dovuto approvarla, diversamente l’avrebbe ripudiata. Donde quel principio: La legge della preghiera è legge della fede (Lex orandi, lex credendi). Non è, però, così che insegna e comanda la Chiesa. Il culto che essa rende a Dio è, come brevemente e chiaramente dice S. Agostino, una continua professione di fede cattolica e un esercizio della speranza e della carità: «Dio si deve onorare con la fede, la speranza e la carità». Nella sacra Liturgia facciamo esplicita professione di fede non soltanto con la celebrazione dei divini misteri, con il compimento del Sacrificio e l’amministrazione dei Sacramenti, ma anche recitando e cantando il Simbolo della fede, che è come il distintivo e la tessera dei cristiani, con la lettura di altri documenti e delle Sacre Lettere scritte per ispirazione dello Spirito Santo. Tutta la Liturgia ha, dunque, un contenuto di fede cattolica, in quanto attesta pubblicamente la fede della Chiesa. Per questo motivo, sempre che si è trattato di definire un dogma, i Sommi Pontefici e i Concili, attingendo ai cosiddetti «Fonti teologici», non di rado hanno desunto argomenti anche da questa sacra disciplina; come fece, per esempio, il Nostro Predecessore di immortale memoria Pio IX quando definì l’Immacolata Concezione di Maria Vergine. Allo stesso modo, anche la Chiesa e i Santi Padri, quando si discuteva di una verità controversa o messa in dubbio, non hanno mancato di chiedere luce anche ai riti venerabili trasmessi dall’antichità. Così si ha la nota e veneranda sentenza: «La legge della preghiera stabilisca la legge della fede» (Legem credendi lex statuat supplicandi). La Liturgia, dunque, non determina né costituisce il senso assoluto e per virtù propria la fede cattolica, ma piuttosto, essendo anche una professione delle celesti verità, professione sottoposta al Supremo Magistero della Chiesa, può fornire argomenti e testimonianze di non poco valore per chiarire un punto particolare della dottrina cristiana. Che se vogliamo distinguere e determinare in modo generale ed assoluto le relazioni che intercorrono tra fede e Liturgia, si può affermare con ragione che «la legge della fede deve stabilire la legge della preghiera». Lo stesso deve dirsi anche quando si tratta delle altre virtù teologiche: «Nella … fede, nella speranza e nella carità preghiamo sempre con desiderio continuo».
[14] B. LONGO, Novena alla prodigiosa Vergine del Rosario di Pompei per impetrare le grazie nei casi più disperati
[15]  IDEM, Supplica alla Regina del Santissimo Rosario di Pompei da recitarsi nell’ora di mezzodì agli  8 di Maggio e nella prima domenica di Ottobre.
[16]  IDEM, Preghiera alla Vergine del Rosario di Pompei per la conversione degli Infedeli.
[17]  IDEM, Cinque salmi al Nome benedetto della Vergine del Rosario di Pompei.
[18]  IDEM, Novena di ringraziamento alla Vergine Santissima del Rosario di Pompei.
[19] GABRIELE M. ROSCHINI dei Servi di Maria, Conferenze Mariane trasmesse dalla Radio Vaticana, Rovigo, 1952 (II edizione) pp. 35-37.
[20] Il magistero dei Sommi Pontefici ha copiosamente insegnato la dottrina della corredenzione nel corso degli ultimi due secoli senza soluzione di continuità da Leone XIII a Pio XII, tanto che sembrava imminente, dopo la proclamazione dell’Assunzione corporea della Madonna in cielo. una definizione dogmatica a riguardo dei titoli di Corredentrice, Mediatrice, Avvocata. Dall’immenso, e non solo per mole, insegnamento di Leone XIII caviamo il seguente insegnamento: «La Vergine Immacolata, prescelta ad essere Madre di Dio, e per ciò stesso fatta corredentrice del genere umano, gode presso il Figlio di una potenza e di una grazia così grande che nessuna creatura né umana né angelica ha mai potuto né mai potrà raggiungerne una maggiore. E poiché la gioia per Lei più gradita è quella di aiutare e consolare ogni singolo fedele che invochi il suo soccorso, non vi può essere dubbio che Ella voglia molto più volentieri accogliere, anzi esulti nel soddisfare i voti di tutta la Chiesa» (Enciclica Supremi Apostolatus sul Santo Rosario, 1° settembre 1883). Per approfondimenti vedi AA.VV., Il libro d’oro di Maria Santissima, Edizioni Radio Spada, Cermenate, 2021.


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