di Luca Fumagalli

Questo domenica d’estate Radio Spada regala ai suoi lettori un articolo speciale che raduna per la prima volta tutte le puntate della rubrica “EVELYN WAUGH: LETTERE SUL CONCILIO”, pubblicate sul nostro blog tra il novembre e il dicembre 2018.

Per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Evelyn Waugh e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

In Inghilterra, come nel resto del mondo, non furono pochi i cattolici che seguirono con preoccupazione gli sviluppi del Concilio Vaticano II (1962-1965). Il tanto pubblicizzato “aggiornamento”, se entusiasmò chi desiderava una Chiesa più moderna, al passo con i tempi, non mancò di suscitare perplessità in molti altri, i quali, al contrario, vedevano in esso un possibile rischio per la tenuta della Fede, già messa in crisi dallo scetticismo dilagante. Furono accusati di essere dei “profeti di sventura”, ma forse, col senno di poi, non avevano tutti i torti.

Alec Guinness, nella sua autobiografia, pubblicata a metà degli anni Ottanta, scriveva infatti che «dal pontificato di Pio XII molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere portando via da Roma lo splendore e il mistero». L’attore britannico lamentava inoltre «la banalità e la volgarità delle traduzioni che avevano soppiantato il magnifico latino» della liturgia, per non parlare poi «della stretta di mano e dei sorrisi imbarazzanti o affettati che avevano sostituito la gestualità più antica». Nonostante il palese sconforto, Guinnes era comunque sicuro che la Chiesa sarebbe tornata a lodare «il Dio di tutti i tempi, del passato e del futuro, e non l’Idolo della Modernità, così venerato da alcuni dei nostri vescovi, preti e suore in minigonna».

Tra gli intellettuali inglesi avversi al nuovo corso Evelyn Waugh fu forse quello che più di tutti manifestò pubblicamente il proprio dissenso: fino alla fine dei suoi giorni combatté a colpi di articoli, armato solo di macchina da scrivere, una diuturna battaglia contro l’eterodossia dilagante. Anche nel suo poderoso epistolario – curato da Mark Amory e dato alle stampe nel 1980 – sono rintracciabili diverse lettere che si occupano più o meno direttamente delle questioni dibattute al Concilio. Nel 1996 queste lettere vennero radunate da Alcuin Reid in un volumetto, A Bitter Trial, successivamente ampliato e ripubblicato in seconda edizione nel 2011 dalla Ignatius Press.

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L’attore Alec Guinness

Il 23 novembre 1962, poche settimane dopo l’apertura dell’assise conciliare, Waugh scrisse un lungo articolo per lo «Spectator», intitolato “The Same Again, Please”. In esso, da semplice fedele, lo scrittore si interrogava sui probabili esiti del Concilio Vaticano II a partire dai temi caldi che l’assemblea avrebbe dovuto discutere.

La riunificazione della cristianità – ipotesi ventilata dallo stesso Giovanni XXIII e ripresa dalle maggiori testate internazionali – pareva a Waugh un’insensatezza: «Non c’è modo che la Chiesa modifichi la propria dottrina per attirare a sé coloro che la disprezzano». Fatta salva una certa cordialità nei rapporti e la possibilità di collaborare per iniziative sociali e umanitarie, la riappacificazione teologica con gli scismatici orientali e i protestanti, secondo lui, era semplicemente una pia illusione.

Se sul fronte delle riforme strettamente connesse al clero, Waugh era sereno – «Queste cose possono essere lasciate tranquillamente all’esperienza e all’abilità dei padri conciliari» – era invece meno tranquillo a proposito di un probabile accrescimento del ruolo dei fedeli nella Chiesa: in generale aveva scarsa fiducia nei confronti dei teologi laici, spesso al limite dell’eterodossia, e considerava vergognose formule allora sempre più in voga come “il sacerdozio dei fedeli”. Chi domandava mutamenti radicali era solo una piccola minoranza: «Credo che molti dei padri conciliari […] abbiano la scomoda sensazione che esista una fetta consistente dei laici che spinga per decisioni che, in verità, sono molto lontane dalle speranza della maggior parte (quella silenziosa) di essi».

Più urgenti, sempre secondo Waugh, erano riforme che normalizzassero l’Indice dei libri proibiti – a volte confusionario e contraddittorio –, che rendessero più rapidi ed efficienti i tribunali ecclesiastici e che definissero con precisione i rapporti tra i fedeli e i vescovi.

Ma più di tutto a preoccupare lo scrittore erano le insistenti voci che davano per imminente una riforma liturgica: «Recentemente ho ascoltato la predica di un sacerdote appena ordinato, un’entusiasta, che parlava di un “grande vento” che avrebbe spazzato via le inutili aggiunte accumulatesi nel corso dei secoli e che avrebbe riportato la Messa alla sua primitiva e apostolica semplicità». Ancora, più avanti: «Una strana alleanza è stata stipulata tra gli archeologi, assorti nelle loro speculazioni sui riti del secondo secolo, e i modernisti, che vogliono dare alla Chiesa l’impronta della nostra deplorabile epoca. Insieme essi si autodefiniscono “liturgisti”».

Waugh chiudeva infine l’articolo criticando l’architettura strampalata di alcune chiese moderne – a partire dalla nota cappella di Vance, su progetto di Matisse –, l’uso del volgare nella liturgia in sostituzione del latino e la volontà di alcuni di voler ridurre la Messa a un «pasto comunitario».

La pubblicazione di “The Same Again, Please” suscitò l’entusiasmo degli ambienti più conservatori del cattolicesimo britannico. L’arcivescovo di Liverpool, John Carmel Heenan – futuro cardinale arcivescovo di Westminster e primate della Chiesa inglese – il 25 novembre scrisse a Waugh una lettera di congratulazioni in cui si rammaricava soltanto che l’articolo non fosse uscito prima, quando progressisti di ogni sorta avevano riempito il «Tablet» e il «Catholic Herald» con i loro peana rivoluzionari. Dello stesso tenore anche l’epistola del vescovo di Leeds, George Patrick Dwyer, datata 27 novembre.

Al tempo, però, né Waugh, né Heenan, né Dwyer potevano immaginare che solo qualche anno più tardi i loro peggiori timori sarebbero diventati realtà.

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Le lettere di Waugh sul Concilio

Il 16 marzo 1963 Waugh scrisse una breve lettera al direttore del «Tablet», il più importante settimanale cattolico britannico: «Le Chiese uniate d’oriente conservano ancora un’antica forma di culto a loro cara e liturgie che in molti casi sono incomprensibili ai fedeli. Non è forse tempo di chiedere simili privilegi per i cattolici romani? Promuoverebbe un appello rivolto alla Santa Sede per la creazione di una Chiesa uniate latina che possa conservare tutti i riti come erano al tempo di Pio IX?».

La curiosa proposta, volutamente provocatoria, nasceva dalla crescente preoccupazione dello scrittore per la ventilata riforma liturgica. A quanto si diceva, vi era la volontà di sostituire il latino della Messa con le lingue nazionali, e questo sarebbe stato solo un primo passo in direzione di una rivoluzione complessiva del rito eucaristico.

Cosa pensasse Waugh di tali cambiamenti è discusso nel dettaglio in una missiva del 15 marzo indirizzata a Lady Daphne Acton. La donna aveva prestato all’amico un saggio di padre Charles Davis, Liturgy and Doctrine (1960), che lo aveva parecchio indispettito: «Non mi è piaciuto affatto. Al di là delle obiezioni che nutro nei confronti della maggior parte dei temi trattati, penso che essi siano espressi in maniera banale e presuntuosa, qualche volta dando come assodato un fatto che, invece, doveva essere dimostrato, e qualche volta ancora scadendo nel luogo comune. […] Le Chiese uniate sono parecchio importanti. A loro è permesso conservare le antiche abitudini di devozione e avere lingue liturgiche come il siriaco, il greco-bizantino, […] e lo slavo che sono più morte del latino. Perché non dovremmo anche noi avere una Chiesa romana uniate e lasciare ai tedeschi i loro spettacoli comici? Penso sia una grande impudenza da parte dei tedeschi quella di provare a insegnare al resto del mondo qualcosa riguardo la religione. Dovrebbero piuttosto vestire per sempre una tela di sacco e cospargersi di cenere per tutte le enormità da loro commesse, da Lutero fino a Hitler».

Waugh metteva poi in discussione altri punti, come la vaghezza dell’aggettivo “vernacolare” riferito alla lingua dei nuovi riti e la bontà della riforma della Settimana Santa, datata 1955: «Quando padre Davis dice che la nuova, impoverita Settimana Santa è una cosa buona poiché insegna alle persone l’Antico Testamento, sta delirando. Di Antico Testamento ce n’era sei volte tanto nei vecchi riti».

L’epilogo della lettera restituisce nei termini dell’ironia amara la rassegnazione di un uomo votato a combattere una battaglia senza speranza: «La decisione che certamente verrà presa al Concilio, ipotizzo, sarà che tutta l’introduzione del canone della Messa diventerà in volgare nei giorni obbligatori. Si dice anche che noi avremo la stessa versione degli americani, il Cielo ci aiuti …».

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Il Cardinale Heenan

Nel 1964, nel pieno del dibattito conciliare, l’arcivescovo di Westminster John Carmel Heenan si trovò costretto a scrivere una lettera pastorale – da leggere nelle parrocchie il 9 febbraio – per fugare i crescenti dubbi che stavano turbando parecchi fedeli, invitandoli al contempo ad aver fiducia in Roma: «Lasciatemi dire chiaramente che la Chiesa non ha il potere di trasformare la legge di Dio. Ciò che è sbagliato e immorale non potrà mai diventare giusto. Né potrà essere alterata nessuna dottrina […]. Prendete, ad esempio, i cambiamenti nella Santa Messa. Qualcuno di voi è allarmato. Voi immaginate che tutto sarà mutato e che quello che avete conosciuto sin dall’infanzia vi verrà sottratto. Qualcun altro, d’altronde, tifa per le riforme e ha timore che pochissime cose verranno modificate. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati. La Chiesa, ovviamente, farà delle riforme, […] ma niente sarà cambiato se non per il bene delle anime. Noi vescovi, con il Papa, siamo la Chiesa docente».

Almeno nella sostanza Waugh condivideva il messaggio di Heenan, tant’è che 8 agosto il «Times» pubblicò un suo intervento in cui esprimeva un’incondizionata fiducia nei confronti della gerarchia inglese, perfettamente in grado, almeno a suo giudizio, di garantire ampi spazi d’azione agli estimatori del “Vetus Ordo”. Tuttavia lo scrittore doveva nutrire ancora delle riserve se il 3 marzo precedente aveva scritto ad Ann Fleming: «Vado a Roma per la Pasqua così da evitare gli orrori della liturgia inglese». Inoltre, più o meno nello stesso periodo, aveva annotato nel suo diario una fugace riflessione sulla Messa, un capolavoro da preservare ad ogni costo: «La prima volta che sono entrato in chiesa fui attratto non dallo splendore delle cerimonie, ma dallo spettacolo offerto dal sacerdote-artigiano. Lui ha un importante compito da svolgere, per il quale nessun altro è qualificato. […] “Partecipare” – la nuova parola d’ordine – non significa, come credono i tedeschi, fare baccano. Uno partecipa a un’opera d’arte quando si accosta ad essa con reverenza e consapevolezza».

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Il saggio di padre Davies ampiamente criticato da Waugh

Il 7 agosto 1964 Waugh indirizzò parole di fuoco al direttore del «Catholic Herald», una testata che fino a quel momento si era schierata senza mezzi termini con l’ala più progressista del Concilio. Come sempre, i temi affrontati dallo scrittore erano molteplici: si andava dalla critica rivolta ai novatori alla liturgia, alla differenza capziosa tra cattolicesimo e romanità, fino ad arrivare all’inganno portato avanti da chi pretendeva che “l’età giovannea” fosse diversa da quella di Pio XII (come accennato, Waugh non aveva perdonato a Papa Pacelli la riforma della liturgia della Settimana Santa).

L’aspetto più interessante dello scritto, però, è l’appassionata difesa dei conservatori: «Padre Sheerin sostiene che il conservatorismo cattolico sia il prodotto di una politica difensiva necessaria nello scorso secolo contro il secolarismo nazional-massonico dell’epoca.  Lo pregherei di considerare che la funzione della Chiesa in ogni tempo è stata conservatrice, ovvero di trasmettere un credo ereditato dai predecessori, non diminuito né contaminato. […] Il conservatorismo non è una nuova influenza nella Chiesa. […] Per tutta la sua vita la Chiesa è stata coinvolta in una guerra attiva contro i nemici esterni e i traditori interni».

Qualche giorno dopo, il 16 agosto, Waugh scrisse ad Heenan, rivelando a quest’ultimo come un buon numero di fedeli, sempre più preoccupati da quello che stava accadendo al Concilio, dopo aver letto il suo scritto apparso sul «Catholic Herald» lo avesse pregato di porsi alla guida di una sorta di gruppo di pressione anti-riforme, organizzando magari una petizione da consegnare allo stesso arcivescovo. L’epilogo è sarcastico: «È forse troppo chiedere che tutte le parrocchie debbano avere due Messe, una “pop” per i giovani e una “trad” per gli anziani?».

Da questa prima mossa di Waugh nacque tra lui ed Heenan un vivace botta e risposta, compendiato in tre lettere, datate rispettivamente 20, 25 e 28 agosto. L’arcivescovo, che ringraziava Waugh per quanto scritto sul «Catholic Herald», cercava tuttavia di stemperare i toni. A suo avviso la riforma liturgica non sarebbe stata così drammatica e scaricava sui cosiddetti “intellettuali” la colpa di ogni fraintendimento ed esagerazione: «Penso che i leader del nuovo pensiero (se non è una parola troppo dura) non siano i giovani ma i cattolici “intellettuali”. È così che si chiamano tra loro e credono davvero di esserlo.  Chiunque abbia un diploma ora è un intellettuale. […] Ci guardano come dei campagnoli con la mitra e cercano una guida nel clero continentale (che è stato ampiamente abbandonato dai lavoratori) o nei loro passati insegnanti (che, naturalmente, mancano di esperienza pastorale). La gerarchia è in una posizione difficile. Non abbiamo perso il rispetto dei cattolici ordinari, ma il costante baccano degli intellettuali così come le loro […] lettere e i loro articoli sulle riviste cattoliche possono col tempo turbare il semplice fedele».

Ecco perché, secondo Waugh, il “sacerdozio universale” dei fedeli, in fondo, non era altro se non una nuova forma di anticlericalismo che «minimizza il carattere sacramentale dei sacerdoti e suggerire che i laici siano al loro stesso livello». La conseguenza di un simile clima, aggiungeva Heenan, è che «la Messa non sia più il Santo sacrificio ma la cena in cui il sacerdote è il cameriere. Il vescovo, ipotizzo, è il caposala e il Papa l’anfitrione».

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Il Cardinale Bea

«Il Concilio Vaticano II sta gravando sul mio spirito. Non ho dubbi che la verità infine prevarrà, ma sono state dette sciocchezze a non finire». Questi i sentimenti che Waugh confessò all’amica Lady Diana Cooper nell’autunno del 1964. Il Concilio era ormai agli sgoccioli e molte delle folli proposte dei progressisti erano state accettate acriticamente. Qualcuno aveva protestato, ma in fin dei conti erano stati pochi i prelati che avevano osato alzare la voce. La maggior parte dei padri, pur con qualche riserva, si era limitata a subire i cambiamenti senza battere ciglio.

Nel febbraio 1965 un’altra missiva diretta a Lady Cooper – che nel frattempo si era recata a Roma – testimoniava il burrascoso stato d’animo di Waugh; questa volta lo scrittore sfogava la sua frustrazione prendendosela in particolare con il cardinale Agostino Bea, principale promotore dell’ecumenismo: «Stanno distruggendo tutto quello che, in superficie, vi è di attraente nella mia Chiesa. È una gran tristezza per me, immeritata (almeno per una volta). Se vedi il cardinale Bea, sputagli in un occhio».

Qualche settimana prima, Waugh aveva scritto ancora a Heenan. Nella lettera, piena di dubbi e riserve, questi confidava la sua fatica a partecipare a una funzione liturgica già vittima di troppe traduzioni, mutilazioni e rifacimenti: «Io e i miei amici proprio non riusciamo a capire la nuova forma della Messa. […] Prego Dio di non abiurare mai la mia Fede, ma andare a Messa è ora diventato una compito difficile».  Le critiche proseguono: «L’idea che [il “Novus Ordo”] attirerà i protestanti è da scartare. Gli anglicani hanno una forma di servizio elegante e comprensibile. Tutto quello che a loro manca sono degli ordini validi che lo renderebbero preferibile. Se si desidera una Messa completamente in inglese, allora il primo libro di Edoardo VI, con solo qualche piccolo emendamento, può andare bene. Invece noi abbiamo un guazzabuglio di greco, di latino e un di inglese rozzo».

Heenan, dal canto suo, si limitò a rispondere a Waugh con poche righe, rassicurando l’amico che, al di là dei suoi legittimi dubbi, «la stragrande maggioranza dei fedeli apprezza l’introduzione dell’inglese nella liturgia, persino chi prima vi si opponeva». I medesimi giudizi vennero nuovamente espressi dall’arcivescovo, in forma ufficiale, nella lettera pastorale della Pasqua del 1965: «Non dobbiamo pretendere che non si cambi nulla. La verità non cambia, ma la comprensione della verità è in continua evoluzione».

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L’epistolario di Waugh

Il 15 aprile 1965 un Waugh al limite della sopportazione trovò la forza di aprire il proprio cuore a mons. McReavy indirizzandogli poche righe: «Trovo che la nuova liturgia sia una tentazione contro la Fede, la speranza e la carità, ma, a Dio piacendo, non sarò mai un apostata».

La sua lunga battaglia contro i cambiamenti liturgici aveva sortito scarsi risultati; non solo la stampa cattolica si era schierata in blocco a favore di un ipotetico “Novus Ordo”, ma persino Heenan aveva assunto un atteggiamento un po’ troppo ambiguo. Questi, infatti, se da una parte si dimostrava solidale nei confronti di Waugh e dei fedeli più scettici, dall’altra continuava a minimizzare la portata delle innovazioni, sostenendo che non avrebbero intaccato o diminuito in alcun modo l’autorità della Chiesa e la verità del suo insegnamento.

Nel proprio diario, durante la Pasqua, lo scrittore prese amaramente atto di come le speranze di una retromarcia fossero ormai irrimediabilmente sfumate: «Prego Dio di non apostatare, ma ora vado in chiesa solo come un atto di dovere e di obbedienza».

Si consolò in parte togliendosi almeno lo sfizio, per così dire, di sparare gli ultimi colpi. Il 24 aprile scrisse al direttore del «Tablet» con toni provocatori: «I sapientoni giustificano il continuo processo di cambiamento della liturgia dicendo che aiuterà i laici a “partecipare” alla messa. Potrebbero allora spiegarci, per cortesia, come questo obiettivo desiderabile sia favorito dalla perentoria proibizione odierna di inginocchiarsi all’incarnatus durante il Credo?».

In una seconda lettera, più lunga e meglio argomenta, datata 31 luglio, Waugh reiterava invece i soliti dubbi sulla bontà delle innovazioni e sul pericolo di spaccare la cattolicità: «Forse saremo gli ultimi convertiti di questo secolo […]. Tutto quello che noi chiediamo è che in ogni chiesa, dove possibile, vi sia una messa nei giorni obbligatori celebrata come avveniva al tempo di Pio IX».  

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Evelyn Waugh con moglie e figli

Tra l’agosto e il settembre del 1965 scrisse altre tre lettere al direttore del «The Tablet».

Nella prima, datata 14 agosto, lo scrittore britannico tornava nuovamente all’attacco sull’uso del vernacolare nella liturgia: «Certamente molti sono quelli che non riescono a seguire la liturgia latina più di quanto un infante possa comprendere le parole che sono pronunciate al suo battesimo. Il flusso della Grazia non è ostacolato dal vocabolario». Ciò che più premeva a Waugh non era tanto il cambiamento della lingua – da lui stesso definita «una questione di estetica» – quanto evidenziare i «gravi pericoli per la Fede» che ne sarebbero derivati, in primis «una diminuzione del rispetto della dignità sacerdotale». Nel prosieguo Waugh si scagliava pure contro il “movimento liturgico” americano: «Nel XVI secolo la richiesta della comunione sotto entrambe le specie (di per sé inoffensiva) divenne una caratteristica dell’eresia. Allo stesso modo oggi l’appetito per alcune interpolazioni e tagli, per alzare la voce anziché la mente e il cuore, la messa in disordine di servizi di grande bellezza e significato che si sono sviluppati nel corso dei secoli […], potrebbero essere sintomo di un grave male».

Nelle altre due lettere, datate rispettivamente 21 agosto e 18 settembre, Waugh se la prendeva con i “liturgisti”, «che usano la più piccola concessione che caritatevolmente è stata offerta loro per spingere verso riforme della Messa più radicali e sconvenienti». Dopo aver citato un articolo in cui si esaltava il nuovo ruolo del sacerdote-presidente e la creatività liturgica, Waugh commentava lapidario: «Bastino questi pochi estratti come prova di quel movimento sotterraneo, attivo ovunque nella Chiesa, che è molto lontano dall’essere un fantasma immaginato dai tradizionalisti».   

Tutti i timori dello scrittore vennero riordinati e brillantemente riassunti in un’epistola del 14 gennaio del 1966, destinata a Heenan: «Il Concilio è finito. Entrambi non vivremo abbastanza da vedere i suoi effetti malefici. La Chiesa è durata ed è sopravvissuta a molti periodi oscuri. È una sfortuna per noi vivere in uno di questi. Le chiedo di pregare per la mia perseveranza e per quella dei molti cattolici inglesi che sono spaesati e sconcertati dai cambiamenti a loro imposti. Sono abbastanza fortunato da vivere a metà strada tra due ottime parrocchie. Mio cognato è diventato ortodosso».

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Padre Philip Caraman SJ

Nel 1966 Waugh sentiva che la fine era ormai vicina. Tutto quello in cui aveva sempre creduto era stato spazzato via dal Concilio Vaticano II. Grazie all’ottusa connivenza della maggioranza, pochi vescovi – coadiuvati da furbi periti che lavoravano nell’ombra – in una manciata d’anni erano riusciti a trasformare irrimediabilmente il volto della Chiesa. Roma non era più la casa ospitale che, decenni addietro, aveva accolto a braccia aperte lo scrittore e, con lui, migliaia di convertiti inglesi.

«Negli ultimi due anni sono diventato molto vecchio», scriveva il 9 marzo a Diana Mosley, «il Concilio Vaticano II mi ha devastato». Il 30 marzo, sempre in una lettera a Lady Mosley, Waugh rincarava la dose: «La Pasqua ha sempre significato molto per me. Prima di Papa Giovanni e del suo Concilio – hanno distrutto la bellezza della liturgia. […] Ora mi aggrappo tenacemente alla Fede senza gioia alcuna. Andare a Messa è per me solamente un dovere. Non vivrò per vedere la restaurazione. È ancora peggio in altri paesi».

Waugh morì improvvisamente il 10 aprile, la domenica di Pasqua, dopo aver assistito a una Messa celebrata in latino dal gesuita Philip Caraman. La figlia Margaret, come scrisse a Diana Cooper, pretese di scorgere nella scomparsa del padre i segni della Provvidenza divina: «Non essere troppo affranta per papà. Penso sia stato una sorta di meraviglioso miracolo. Lo sai quanto desiderasse ardentemente morire, ed è scomparso la domenica di Pasqua, quando tutta la liturgia è basata sulla morte e la resurrezione, dopo aver assistito alla Messa in latino e aver ricevuto la Santa comunione esattamente come voleva. Sono sicura che durante la messa abbia chiesto di morire. Sono davvero, davvero felice per lui». Dello stesso parere la moglie Laura: «Credo che pregasse di morire già da molto tempo e per lui non sarebbe potuto accadere in modo più bello e felice».

Padre Caraman tenne la predica in occasione della Messa da Requiem, celebrata presso la cattedrale di Westminster il 21 aprile. Tra i presenti, oltre a numerosi nomi noti del panorama culturale britannico, vi era il pure Heenan (fu soprattutto merito dell’abilità diplomatica del cardinale se si arrivò, nel 1971, al celebre “Indulto di Agatha Christie”).

La breve omelia di Caraman, un affettuoso omaggio a un cavaliere della Tradizione, fu quasi completamente dedicata al profondo amore di Waugh per la liturgia romana, sigillo di verità e di universalità: «È stato detto giustamente da un suo amico cattolico che il tabernacolo e la lampada del santuario erano per lui i simboli di una Chiesa immutata in un mondo in rovina».