Volentieri offriamo ai lettori questo estratto della Storia d’Italia di San G. Bosco sul glorioso secolo di Leone X. Particolarmente curioso lo “scherzo del Buonarroti”.


6. Il secolo di Leone X – Tartaglia, Bramante, Buonarroti, Leonardo da Vinci 

Nel vedere l’Italia divenuta campo di tante guerre e di tanti disastri si direbbe che le belle contrade nostre fossero per ricadere in una barbarie simile a quella che aveva travagliata l’intera Europa dopo la caduta del Romano Impero. Tuttavia in mezzo a quelle lotte sanguinose, in mezzo a quei disordini interminabili, la Provvidenza suscitò un uomo, che la storia appella a buon diritto il Rigeneratore delle scienze e delle arti nell’Italia e, possiamo dire, in tutta l’Europa. È questo un figliuolo di Lorenzo il Magnifico, gran benefattore della Toscana. Il suo nome era Giovanni; ma avendo egli preso la carriera ecclesiastica, fu eletto Papa sotto il nome di Leone X. Egli amava molto le scienze e le arti quindi incoraggiava coi premi e con onori gli artisti e i letterati. Coi poverelli era benefico, affabile con tutti. Desiderava molto la gloria e la felicità dell’Italia: perciò mentre si studiava di promuovere le belle arti, adoperavasi di tenere da essa lontani i flagelli della guerra. Allora una grande quantità d’uomini illustri coprirono di gloria l’Italia coi frutti del loro vario ingegno, con capolavori immortali, che formano ancora al presente l’ammirazione di tutti.

Quando l’Europa era ancora rozza ed ignorante, gli artisti Italiani, protetti dal Romano Pontefice, producevano quadri, statue e monumenti, i quali dovevano servire di modello a tutte le nazioni. Giudico pertanto di farvi cosa piacevole raccontandovi la vita di alcuni de’ più celebri personaggi che fiorirono nel secolo di Leone X. 

Comincio da un matematico bresciano detto Tartaglia, quel medesimo, che spesso fa parte delle rappresentazioni drammatiche popolari, onde avrete già più volte avuto occasione di riso e di trastullo. Durante la crudele guerra tra i Francesi e i Veneziani, la città di Brescia dopo ostinata resistenza fu presa d’assalto dai Francesi, saccheggiata, messa a sangue e a fuoco. Fra le vittime di quel disastro si trovò un fanciullo appena di dieci anni, il quale per le profonde ferite ricevute nel capo era rimasto come morto sulla soglia della casa, ove i suoi parenti erano stati tutti sgozzati. Una persona caritatevole passando colà si accorse che il miserello viveva ancora ed avendolo portato in casa propria gli usò tante cure che l’orfano guarì perfettamente. Per mala sorte un largo taglio riportato sulle labbra non gli permise più di parlare speditamente ed a cagione di questo gli fu dato il nome di Tartaglia, ossia balbettante, che egli sostituì a quello dei genitori perduti.

Il giovane Tartaglia, salvato come per miracolo da una morte che pareva certa, col crescere dell’età divenne un uomo studioso e profondamente erudito e fu il primo in Italia, che, essendosi applicato alla geometria ed alla meccanica, fece risorgere nell’Europa quelle utili scienze, lasciate in abbandono da lunghi anni e che forse avrebbero potuto andar quasi perdute se l’orfanello di Brescia co’ suoi studi non avesse loro dato lustro novello.  

Un altro uomo, che in particolar maniera si segnalò sotto al pontificato di Leone fu Michelangelo Buonarroti. Egli nacque in Caprese, villaggio di Toscana, da povero padre, il quale per guadagnarsi il vitto andava addestrando i suoi figli nell’arte di lavorare la lana e la seta. Osservando in Michelangelo una particolare attitudine allo studio, gli fece frequentare le scuole. In simile guisa, secondando le sue inclinazioni, consumava molto tempo nello schiccherare sulla carta figure d’uomini, di bestie, di case e per questo veniva dal padre e dai maestri spesso ripreso e talvolta castigato. Tuttavia il padre volendo secondare il genio del figliuolo, risolvette di porlo a studiare pittura sotto ad un maestro chiamato Ghirlandaio, che era il pittore più stimato di Firenze. Lo scolaro vi faceva tali progressi che il maestro medesimo era stupito. Un giorno, essendo assente il Ghirlandaio, Michelangelo ritrasse al naturale il ponte su cui lavoravano i pittori e su quello gli sgabelli e gli arnesi dell’arte, come pure i giovani che dipingevano. Tornato il maestro e visto quel disegno, rimase sbalordito della perfetta imitazione, e disse: Costui ne sa più di me.

La prima opera che veramente fece nome a Michelangelo fu un dipinto che rappresenta i diavoli che tentano sant’Antonio. Poco dopo gli fu dato a copiare una testa d’un pittore antico e Michelangelo la seppe imitare così esattamente che per celia restituì al padrone la sua copia come se questa fosse stata l’originale: nessuno si accorse dell’inganno.

La grande abilità e lo straordinario ingegno di Michelangelo furono in breve conosciuti in tutte le parti dell’Italia e nell’età di soli quindici anni Lorenzo il Magnifico lo ricevette in sua casa, provvedendolo di quanto gli era necessario, come se fosse stato suo figliuolo. Intorno a quel tempo medesimo l’antecessore di Papa Leone, che era Giulio Il, nel desiderio di rendere Roma la più bella città del mondo, come essa ne era già la più celebre, determinò di fare un grande edifizio. A questo fine chiamò a Roma un celebre architetto detto Bramante e lo incaricò di fare vicino al palazzo Vaticano, ove dimoravano i Papi, una Basilica con tale magnificenza, che avesse a riputarsi il più vasto e grandioso monumento del mondo.

Mentre Bramante eseguiva gli ordini del Papa e dirigeva i lavori del Vaticano si avvide che la sua avanzata età non gli avrebbe dato campo di terminare l’opera incominciata; laonde supplicò il Papa di chiamare il Buonarroti in Roma. Come il Papa fu in grado di valutare il merito di quel giovane, preso di ammirazione, lo incaricò di incominciare per lui un mausoleo, vale a dire un edificio che egli voleva destinare per sua tomba. In pari tempo Michelangelo si diede a dipingere parecchi quadri sulle pareti della cappella papale, detta Sistina, perché fabbricata per ordine di un Papa chiamato Sisto IV. Colorì ancora la grande volta della cappella, rappresentandovi vari fatti della Sacra Scrittura. Ritrasse in una statua di bronzo il Papa medesimo in abiti pontificali, che Giulio II donò alla città di Bologna.

Mentre il Bramante ed il suo compagno Buonarroti continuavano con alacrità quei lavori, fioriva in Milano un altro uomo dotato di straordinario ingegno, chiamato Leonardo da Vinci, perché nacque in Toscana nel castello di Vinci. Esso era un genio affatto meraviglioso: era pittore, poeta, architetto, scultore, geometra, meccanico, ballerino e musico. Era peritissimo in tutti gli esercizi del corpo e dello spirito, era egualmente abile a domare il più focoso cavallo, come a scolpire in marmo una statua od a rappresentare sulla tela delle figure coi più vivi colori. Per queste sue rare qualità Leonardo era ricercato da tutti i principi e da tutti i signori d’Italia. Giulio II non ebbe pace finché non lo indusse a recarsi in Roma, per dedicare il suo ingegno all’abbellimento del Vaticano, che il Bramante andava facendo.

Continuò i suoi lavori a Roma per quasi tutto il pontificato di Leone X ma, insorti alcuni dispareri tra lui e Buonarroti, partì da Roma e passò in Francia, ove sapeva che il re lo teneva in gran conto. Giunto in Parigi, fu accolto con onore dal sovrano, che era quel Francesco I, di cui poc’anzi vi ho parlato, e visse colà fino ad una onorevole vecchiaia.

Essendosi ammalato, chiamò tosto i soccorsi della cattolica religione, vale a dire i SS. Sacramenti, e si dispose alla morte. Egli viveva nel palazzo reale e il re lo soleva amorevolmente visitare durante la sua malattia. Un giorno che questi si recò al letto dell’infermo, Leonardo per riverenza si alzò alquanto, ponendosi a sedere sul letto. Mentre andavagli esponendo il suo rincrescimento per non essere vissuto abbastanza col timor di Dio e colla carità verso il prossimo, fu colto da un accesso di febbre. Il buon re prontamente si levò e resse la testa dell’infermo come per alleggerirgli il male. Leonardo spirò in quell’istante fra le braccia del re. Egli morì in età d’anni sessantasette colla gloria d’essere stato il primo a far conoscere ai Francesi le maraviglie del genio e delle arti degli Italiani.

7. Buonarroti, Raffaele ed altri uomini celebri del Pontificato di Leone X – Morte di questo Pontefice 
(Dall’anno 1513 all’anno 1521)

Quando Buonarroti ebbe compiuto le pitture del palazzo Vaticano, rivolse ogni sua cura alla rinomata fabbrica della basilica Vaticana. Costantino, imperatore fino dall’anno 324, aveva innalzata una chiesa in onore del Principe degli apostoli. Questa minacciando rovina, il Papa Nicolò V verso la metà del decimoquinto secolo la demolì e prese ad edificarne una nuova. Morto lui, Giulio II al principio del secolo decimosesto, come vi accennai, concepì l’idea di un vasto disegno e ne affidò la cura a Bramante. Progredirono i lavori sotto il pontificato di Leone X ma sotto Paolo III il Buonarroti cambiò in gran parte il disegno e concepì solo la vasta e ardimentosa idea d’innalzarvi l’immensa ed alta cupola di S. Pietro, che ora forma l’ammirazione universale. 

La basilica Vaticana, appunto perché è il tempio più vasto per le sue gigantesche proporzioni, il più ricco di marmi, di dipinti, di statue, di monumenti e d’ogni maniera di ornati, richiese meglio di due secoli per essere condotta a fine. Esercitò lo zelo di parecchi Pontefici ed ebbe molti architetti, fra cui primeggiano Bramante e Buonarroti, e più pittori e scultori, sicché essa può meritamente chiamarsi il primo tempio della Cristianità. Sebbene il Buonarroti godesse di tutta la fiducia del Pontefice, non mancarono maligni ed invidiosi che si adoperassero per screditare lui ed i suoi lavori. Dicevano che i più belli lavori di Michelangelo erano di gran lunga inferiori alle statue spezzate e monche, le quali si andavano scoprendo fra le rovine dell’antica Roma. Ma egli seppe usare una curiosa astuzia per confondere i suoi detrattori.

Fece una statua di bel lavoro e, come l’ebbe terminata, le ruppe un braccio e l’andò a nascondere segretamente in quei luoghi medesimi dove si scavavano le rovine per rinvenire qualche antica rarità. Poco tempo dopo si dissotterrò quella statua. Tutti si raccolsero in folla intorno alla medesima, dicendo che avevano trovato una meraviglia sepolta in quel sito da parecchi secoli.

I nemici di Michelangelo, recatisi anch’essi a vederla, andavano spacciando che lo scultore fiorentino non aveva un solo lavoro, il quale avesse alcun pregio dell’arte antica. Allora il Buonarroti palesò l’astuzia che aveva usata. Voi, disse ai detrattori, voi siete altrettanti gelosi e bugiardi: la statua, che tanto ammirate, è l’ultima delle mie opere; io stesso la nascosi in questo luogo, e affinché nessuno dubiti di ciò che io dico, ecco qui il braccio, che spezzai io medesimo per confondere la vostra malignità. Immaginatevi di quale vergogna siano stati coperti gl’invidiosi del grande artista! Da quell’ora nessuno più osò disprezzare in pubblico le opere di un uomo, che eglino stessi avevano riputato superiore a tutta l’antichità.

Pervenuto all’età di novant’anni, sentendosi avvicinare la morte, Michelangelo fece testamento con queste poche parole: Raccomando l’anima mia al Signore, lascio il corpo alla terra e la roba ai parenti più prossimi.

Fra gli uomini celebri, di cui Leone X si compiaceva, si deve ancora annoverare Raffaele Sanzio, nativo di Urbino, città non molto distante da Roma. Ancora in giovanile età si era acquistato nome tra i migliori artisti e perciò fu invitato dal Papa ad ornare con pitture e stucchi le logge che attorniano un cortile del palazzo Vaticano, detto cortile di S. Damaso. Raffaele disegnò sopra cartoni quei cento e più quadri di soggetti sacri: poi egli stesso coll’aiuto dei suoi più periti scolari li eseguì a fresco su quelle pareti che sono oggidì visitate con ammirazione. Fra i quadri poi da lui dipinti l’ultimo ed il più pregiato fu la Trasfigurazione di Gesù Cristo sul monte Tabor. Questo quadro, riputato come il primo del mondo, era stato dai Francesi nel 1797 trasportato insieme con molti altri capolavori in Francia: dopo il 1814 fu restituito a Roma.

Il gran Raffaele era giunto all’età migliore della vita umana quando cadde in una grave malattia che presto fece temere di lui. Senza affannarsi egli domandò di ricevere i soccorsi della religione, fece testamento, ordinò che colle sue facoltà fosse ristorato un tabernacolo di Santa Maria Rotonda, ivi fosse eretto un altare nuovo con una statua alla Beata Vergine, dichiarando che desiderava essere sepolto in quella chiesa. Morì il venerdì santo nel 1520, il dì stesso in cui era nato, nella florida età d’anni trentasette.

Il Papa, che spesso andava a visitarlo durante la malattia, ordinò che vicino al letto, sul quale fu adagiato dopo morte, venisse posto il magnifico quadro della Trasfigurazione, rappresentante G. C. che s’innalza al Cielo entro un mare di luce. Tutti quelli che accorrevano per vedere l’ultima volta il maraviglioso Raffaele, quando erano nella sala funebre, sentivansi scoppiare il cuore, scorgendo morto l’artefice di un’opera immortale, siccome appunto era quell’incomparabile dipinto.

Altro celebre e classico artista fu Tiziano Vecelli, nato in Pieve del Cadorino nel 1477. Tra i molti suoi accreditati lavori è rinomatissimo il ritratto dell’imperatore Carlo V, che lo fece divenire il pittore del re. Ebbe grandi onori dai Papi e dalla corte di Spagna. Ricco di gloria e di danaro, andò a fissar dimora a Venezia, dove visse principescamente promovendo le belle arti col denaro e coll’ingegno. In questa città moriva centenario nel 1576.

Né questi furono i soli uomini che resero celebre il pontificato di Leone. Si segnalarono due begl’ingegni, uno di nome Sadoleto, l’altro Bembo, ambedue insigniti della dignità cardinalizia. Essi furono il sostegno ed i restauratori della letteratura italiana nel secolo decimosesto; insieme con questi vissero Tommaso Gaetano e Lorenzo Campeggi, personaggi veramente illustri nella scienza delle cose ecclesiastiche. Il gran favore che Leone prestava a tutti gli artisti e le sollecitudini con cui promoveva ogni genere di scienze e di arti, fecero sì, che quel periodo memorabile di tempo fosse appunto chiamato il secolo di Leone X (o del risorgimento delle arti) perché di fatto giunsero in quel tempo alla loro perfezione in Italia e cominciarono a spandersi negli altri paesi d’Europa.

Leone X in mezzo alle consolazioni che provava per la gloria d’Italia, ebbe molto a soffrire per l’eresia di Martin Lutero. Era questi un frate che uscì dalla religione per secondare i suoi vizi. Vestitosi da secolare, si ribellò alla Chiesa Cattolica. Il Papa si adoperò per farlo rientrare in se stesso ma egli, seguito da alquanti libertini e sostenuto da alcuni sovrani ai quali permetteva di farsi una religione come più loro gradiva, divenne ostinato e fu causa che molti si separassero dalla Chiesa Cattolica, unica vera Chiesa di Gesù Cristo.

Così ebbe origine quella eresia che si suole nominare protestantesimo, perché quelli che la professavano protestarono di non sottomettersi all’editto di un imperatore di nome Carlo V, di cui avrò presto a parlarvi; anzi in una città della Germania, detta Smakalde, col pretesto di religione fecero una lega e cagionarono molte turbolenze e guerre sanguinosissime. Questa eresia fu anche detta Riforma, perché i suoi seguaci pretesero di riformare la Chiesa Cattolica.

Lutero, credendosi divenuto un gran dottore, volle disputare con alcuni ecclesiastici ma rimasto confuso, né volendosi assoggettare al loro parere, si appellò ai vescovi, di poi al Papa: da tutti vennero condannati i suoi errori. Egli volle appellarsi ad un concilio generale. Fu convocato questo concilio (anno 1545) nella città di Trento nel Tirolo, onde fu detto Concilio Tridentino. In esso furono condannate le dottrine dell’eresiarca, senza che per altro egli si ritrattasse.

Leone X morì nel 1521: il Senato ed il popolo Romano, gratissimi pei benefizi ricevuti da lui gl’innalzarono una statua in Campidoglio ed un’altra nel tempio detto della Minerva. I coltivatori degli studi e delle arti, i suoi sudditi e tutti i buoni piansero la sua morte, e avevano ragione di sentirne amaro dolore, perché nessun principe aveva più di lui onorato le belle arti [v. Parravicini, vol. IV].


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Immagine in evidenza: Papa Leone X, Palazzo Vecchio / I, Sailko, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.