Nota di Radio Spada: Continua la rubrica radiospadista del carissimo Aurelio Martino Sica dedicata ai canti di Fede, Tradizione e Crociata che spero potrà edificare i nostri lettori. Una maggiore conoscenza dello spirito crociato rientra pienamente nelle finalità di un sito come il nostro: non a caso nel mio articolo dedicato alla nostra quinta giornata di cultura radiospadista del 25 aprile 2019 vi parlavo di “crociata permanente”. Nelle tepide sere di un’estate surreale e sfigurata dalla pandemia, fatevi cullare, cari lettori ed amici, da queste note di Gavaudan che rimandano all’eterno presente del cattolicesimo militante. Non mi resta quindi che augurarvi buona lettura e buon mese d’agosto. (Piergiorgio Seveso, presidente SQE di Radio Spada)

“Senhors, per los nostres peccatz” è un canto crociato del XII secolo del trovatore provenzale

Gavaudan.

Esso si inserisce nel contesto dei canti di crociata “ad Occidente”: l’intento, infatti, è quello di smuovere i re cristiani d’Europa in favore della Reconquista della Spagna, quindi in supporto del “rey d’Espanha” Alfonso VIII di Castiglia.

Il canto è stato presumibilmente composto nel 1196-1197, dopo “il clamoroso tracollo delle forze cristiane ad Alarcos, allorché il califfo Abu Yusuf Ya’qub al-Mansur protrasse per oltre due anni le sue spettacolari scorrerie nella Spagna centro-settentrionale e, facendo intuire il disegno di voler prima consolidare il potere nella penisola iberica e poi estendere la mira espansionistica in direzione della Francia meridionale, determinò allarme e sgomento tra la popolazione europea e in particolare occitanica” [1], essendosi spinto “verso zone della Spagna settentrionale da tantissimo tempo non raggiunte dagli Arabi ed ormai per tradizione considerate baluardo invalicabile del mondo occidentale” minacciando “di proiettarsi verso Proensa e Tolzas (cioè la Provenza e Tolosa)” [2].

Il re del Marocco, inoltre, esplicitò il suo progetto di “marciare fino a Roma e spazzare via la Basilica di San Pietro con la spada di Maometto”: la seria minaccia alla Francia meridionale, prima, e all’Europa tutta, specie Roma – centro della Cristianità –, non poté che portare angoscia e timore, in quel che era il momento peggiore della Reconquista. Ecco perché si legge l’appello all’imperatore Enrico VI, ai re Filippo Augusto e Riccardo Cuor di Leone, ed al Conte Raimondo VI di Tolosa, a correre in aiuto del rey d’Espanha.

Tutti, “Alemanni, Francesi, Cambresini, Inglesi, Bretoni, Angioini, Bearnesi, Guasconi”, ab nos mesclatz, cioè “uniti a noi (provenzali)”, dice Gavaudan: l’autore mostra, nella strofa VII, di identificarsi coi sudditi del Conte di Tolosa Raimondo VI, senza l’aiuto del quale vana sarebbe stata la resistenza degli altri popoli francesi, rendendo così il suo grido disperato d’aiuto un grido personale, e non una chiamata alle armi doverosa ma estranea al contesto, lontana.

Curioso è il fatto che «assieme ai “cani che Maometto ha abbindolato“, il trovatore voglia vedere sgominati “i rinnegati che sono passati dalla loro parte“. Questi ultimi sono da riconoscere nei Leonesi. All’indomani, infatti, della battaglia di Alarcos, Alfonso IX di Leon si schierò al fianco di al-Mansur nelle rovinose spedizioni contro la Castiglia, impegnandosi tanto a fondo da provocare nell’ottobre 1196 la sua scomunica da parte di Celestino III, seguita nell’aprile dell’anno successivo dall’incitamento a combatterlo come un infedele e a devastare il suo regno» [3].

Oltre all’iniziale richiamo al peccato come causa della guerra e delle sconfitte dei cristiani, ed alla penitenza come rimedio, Gavaudan “non smarrisce il senso della realtà: egli si rende conto che non bastano le promesse di vittoria, di gloria e di salvezza eterna (“Cristo … ci collocherà tra gli eletti”, ndr), ad indurre principi e cavalieri a prendere le armi per una missione pur nobile ed alta, ma che è necessario il miraggio d’un guadagno immediato e d’un compenso materiale (“e poi sarà diviso tra noi tutto il loro oro”, frutto – comunque – anche delle conquiste delle terre cristiane, ndr) per smuovere gli uomini dalle loro abitudini e dai loro interessi quotidiani. Le ricchezze degli Arabi erano proverbiali, e la speranza di potersene impadronire (che il poeta tanto sapientemente insinua) rappresentava certamente una spinta per un’azione militare contro di loro” [4].

Infine, Gavaudan conclude il suo sirventese con la certezza del profeta, quasi volendo obbligare i suoi interlocutori all’impegno militare, non essendovi altra via di scampo per la salvezza dell’Occidente: morte ai cani! E Dio sarà onorato e servito là dove Maometto era adorato.

TESTO:

I. Signori, per i nostri peccati cresce la forza dei Saraceni: Saladino ha preso Gerusalemme ed essa non è stata ancora riconquistata; ed ecco che il re del Marocco fa sapere che si batterà contro tutti i re cristiani assieme ai suoi perfidi Andalusi e Arabi armati contro la fede di Cristo.

II. Ha mandato a chiamare tutti i suoi luogotenenti, masmudi, mori, goti e berberi, e non c’è nessuno, pingue o mingherlino, che non sia stato incluso nei ranghi: mai pioggia venne giù più fitta di quanto siano essi quando passano ricoprendo le pianure; egli (il re del Marocco) spinge al pascolo come pecore queste orde, carogne per gli avvoltoi, e (dopo il loro passaggio) non resta filo d’erba né radice.
III. Sono così pieni di boria quelli che egli ha convocato che credono d’essere i padroni del mondo; Marocchini e Marabutti sostano a mucchi in mezzo ai prati e fra di loro dicono irridendo: «Franchi, fateci largo! Nostra è la Provenza e la regione attorno a Tolosa e tutta la terra fino a Puy!». Mai così terribile minaccia era stata udita da parte di questi perfidi, spregevoli cani infedeli.
IV. Ascoltate, imperatore, e voi, re di Francia, e voi, suo cugino, e voi, re d’Inghilterra, conte di Poitiers: correte in soccorso del re di Spagna! Nessuno ebbe mai migliore occasione di servire Dio: con la Sua assistenza vincerete tutti i cani che Maometto ha abbindolato e i rinnegati che son passati dalla loro parte.

V. Gesù Cristo, che ha voluto illuminarci con la Sua parola perché la nostra fine fosse buona, ci mostra qual è la giusta via: con la penitenza sarà perdonato il peccato che cominciò da Adamo. E desidera assicurarci fermamente che, se abbiamo fede in Lui, ci collocherà tra gli eletti e sarà laggiù nostra guida contro i perfidi scellerati infedeli.

VI. Non lasciamo i nostri beni, dal momento che siamo sostenuti dalla grande fede, ai cani negri d’oltremare: che ciascuno ci rifletta, prima che il danno ci colpisca! Portoghesi, Galleghi, Castigliani, Navarrini, Aragonesi, Seritani, abbiamo loro opposto come barriera, ma essi li hanno respinti e umiliati.

VII. Quando vedranno i baroni crociati, Alemanni, Francesi, Cambresini, Inglesi, Bretoni, Angioini, Bearnesi, Guasconi, uniti a noi, coi Provenzali, tutti in un imponente stuolo, allora, potete essere certi, assieme agli Spagnoli, fenderemo la calca e la testa (degli invasori) e le mani, fino ad ucciderli tutti e a sterminarli; e poi sarà diviso tra noi tutto il loro oro.

  VIII. Gavaudan sarà profeta: ciò che ha predetto si avvererà. E morte ai cani! E Dio sarà onorato e servito là dove Maometto era adorato.
  I.   Senhors, per los nostres peccatz creys la forsa dels Sarrazis: Jherusalem pres Saladis et encaras non es cobratz; 5 per que manda·l reys de Marroc qu’ab totz los reys de Crestias se combatra ab sos trefas Andolozitz et Arabitz contra la fe de Crist garnitz.      

II. 10 Totz los alcavis a mandatz: masmutz, maurs, goitz e barbaris, e no·y reman gras ni mesquis que totz no·ls aya·n ajostatz: anc pus menut ayga non ploc 15 cum elhs passon e prendo·ls plas; la caraunhada dels milas geta·ls paysser, coma berbitz, e no·y reman brotz ni razitz.      

III. Tant an d’erguelh selh qu’a triatz 20 qu’els cujo·l mons lur si’aclis; Marroquenas, Marabetis pauzon a mons per mieg los pratz; mest lor gabon: «Franc, faiz nos loc! Nostr’es Proensa e Tolzas, 25 entro al Puey totz lo mejas!» Anc tan fers gaps no fon auzitz dels falses cas, ses ley, marritz.      

IV. Emperaire, vos o aujatz, e·l reys de Frans’e sos cozis, 30 e·l reys engles, coms peitavis: qu’al rey d’Espanha secorratz! Que anc mais negus mielhs no poc a servir Dieu esser propdas: ab Luy venseretz totz los cas 35 cuy Bafometz a escarnitz e·ls renegatz outrasalhitz.      

V. Jhezus Cristz, que·ns a prezicatz per que fos bona nostra fis, nos demostra qu’es dregz camis: 40 qu’ab penedens’er perdonatz lo peccatz que d’Adam se moc. E vol nos far ferms e certas, si·l crezem, qu’ab los sobiras nos metra, e sara·ns la guitz 45 sobre·ls fals fellos descauzitz.      

VI. Non laissem nostras heretatz, pus qu’a la gran fe em assis, a cas negres outramaris; q’usquecx ne sia perpessatz 50 enans que·l dampnatge nos toc! Portogals, Gallicx, Castellas, Navars, Aragones, Serdas lur avem en barra gequitz qu’els an rahuzatz et aunitz.      

VII. 55 Quan veyran los baros crozatz, Alamans, Frances, Cambrezis, Engles, Bretos et Angevis, Biarns, Gascos, ab nos mesclatz, e·ls Provensals, totz en un floc, 60 saber podetz qu’ab los Espas romprem la preyss’e·l cap e·ls mas, tro·ls ajam mortz totz e delitz; pueys er mest nos totz l’aurs partitz.    
  VIII. Profeta sera·n Gavaudas 65 que·l digz er faitz. E mortz als cas! E Dieus er honratz e servitz on Bafometz era grazitz.

– Linea 3: Gerusalemme cadde in mano a Saladino il 2 ottobre 1187.

– Linea 5: i califfi almohadi si proclamarono governanti non solo del Marocco ma di tutta l’Ifriqiya e di al-Andalus.

– Riga 11: i Masmude erano una tribù berbera della dinastia degli Almohade.

– Riga 44: indica che Gavaudan non era in Spagna quando ha composto questa canzone [5].

[1] S. Guida, il trovatore Gavaudan, 1979.

[2] http://www.rialto.unina.it/Gav/174.10(Guida).htm

[3] S. Guida, Canzoni di Crociata, Ed. Luni, 2001.

[4] Ibidem.

[5] Note estratte dalla fonte [2].

Elenco delle puntate precedenti:

[CANTI DI FEDE E DI CROCIATA]: CHEVALIER, MULT ESTES GUARIZ (1° puntata)

[CANTI DI FEDE E DI CROCIATA]: EL MARTES ME FUSILAN (2° puntata)

[CANTI DI FEDE E DI CROCIATA]: BRIGANTE SE MORE (3° puntata)