di Luca Fumagalli

Continua con questo nuovo articolo la rubrica infrasettimanale di Radio Spada dedicata all’approfondimento e al commento dei racconti di Padre Brown, il celebre sacerdote detective nato dalla penna di G. K. Chesterton, tra i più grandi intellettuali cattolici del Novecento. I racconti, a metà strada tra investigazione e apologetica, hanno per protagonista il buffo e goffo Padre Brown, interessato sia a risolvere i crimini che a salvare le anime dei colpevoli.

Per una disamina introduttiva sulla figura di Padre Brown – protagonista pure di vari film, sceneggiati per la televisione e, addirittura, fumetti – si veda il breve articolo a questo link.

Per le precedenti puntate… da “L’innocenza di Padre Brown: 1. La Croce azzurra / 2. Il giardino segreto / 3. Il passo strano / 4. Le stelle volanti / 5. L’uomo invisibile / 6. L’onore di Israel Gow / 7. La forma errata / 8. Le colpe del Principe Saradine / 9. Il martello di Dio / 10. L’occhio di Apollo / 11. All’insegna della spada spezzata / 12. I tre strumenti di morte. Da “La saggezza di Padre Brown”: 1. L’assenza del Signor Grass / 2. Il paradiso dei ladri / 3. Il duello del dottor Hirsch / 4. L’uomo nel passaggio / 5. L’errore della macchina / 6. La testa di Cesare / 7. La parrucca violacea / 8. La fine dei Pendragon

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire l’opera di G. K. Chesterton e quella di molti altri scrittori cattolici britannici si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

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Accusato di essere un esempio del presunto razzismo di G. K. Chesterton, Il Dio dei Gong (The God of the Gongs), nono racconto della raccolta La saggezza di Padre Brown (1913), in realtà non è affatto male. Tra l’altro ha il pregio di dare particolare risalto all’originale metodo investigativo di Padre Borwn che consiste non tanto nel ragionare come il criminale quanto nell’identificarsi completamente con esso. In altre parole, il sacerdote, forte pure dell’esperienza del confessionale, sa che tra lui e il delinquente non vi è sostanziale differenza, essendo entrambi esseri umani fragili e peccatori. Dunque niente manicheismi, men che meno la presunzione di credersi migliore o di considerare il colpevole di turno come una scabrosa eccezione dell’umanità. È piuttosto la simpatia, nel senso etimologico del termine, l’arma vincente di Padre Brown, supportata da un intelletto acuto e da una straordinaria capacità di osservazione (le molte qualità del prete vengono alla luce sempre e solo durante le indagini poiché, piccolo e goffo com’è, sulle prime appare decisamente insignificante).

Per quanto concerne l’accusa di razzismo, poi, se è vero che la storia è caratterizzata da certi stereotipi sul sangue bollente dei popoli latini e sull’affettazione tracotante dei neri – invero molto comuni a inizio Novecento – allo stesso tempo Padre Brown è il primo a prendere la distanze da un simile atteggiamento, soprattutto quando sfocia nella discriminazione violenta: «Non mi sorprendo mai di nessuna opera dell’Inferno». Del resto sarebbe comunque frutto di una gravissima miopia quello di voler ridurre un racconto intelligente, che offre diversi spunti di riflessione, a questi addentellati più o meno sconvenienti.

Il Dio dei Gong ha come fulcro un incontro di pugilato organizzato da Lord Pooley a Seawood, un’immaginaria località costiera dell’Essex, con lo scopo di ravvivare il turismo nella spenta stagione invernale. Gli sfidanti sono Ned, un nero, e l’italiano Malvoli. Padre Brown si trova lì con Flambeau per un po’ di meritato riposo: «Non sembrava né un luogo né un momento molto appropriato per una vacanza, ma Padre Brown aveva poche ferie e doveva prenderle quando poteva, preferendo sempre, se possibile, prenderle in compagnia del suo vecchio amico Flambeau, un ex criminale e un ex investigatore. Il sacerdote aveva espresso il desiderio di visitare la sua vecchia parrocchia a Cobhole, e stava andando verso Nord-est lungo la costa». Mentre camminano sulla spiaggia, si imbattono in una spettrale stazione balneare e ne percorrono il lungo pontile. Padre Brown, però, cade rovinosamente in un buco: «Per qualche ragione la piattaforma aveva ceduto […], e lo sfortunato ometto era caduto di sotto. Era alto appena – anzi meglio dire basso – da riuscire a far spuntare solo la testa dal buco nel legno rotto, assomigliando in tal modo alla testa di san Giovanni Battista su di un piatto d’argento. Il volto presentava una espressione sconcertata, come quella, forse, di san Giovanni Battista».

Il prete scopre nel buco il corpo di un uomo che le successive indagini – con tanto di rocambolesca fuga e colpi di pistola – rivelano essere la vittima sacrificale di una terribile società segreta di cui Padre Brown ha letto in un libro: «L’unica forma in cui il Voodoo è ampiamente organizzato al di fuori della Giamaica stessa, è nella forma conosciuta come la Scimmia o Dio dei Gong, che è assai potente in molte parti dei due continenti americani, specialmente tra i mezzosangue, molti dei quali assomigliano esattamente a uomini bianchi. Differisce dalla maggior parte delle altre forme di adorazione del demonio e di sacrifici umani per il fatto che il sangue non viene formalmente versato sull’altare, ma tramite una sorta di assassinio tra la folla. Il gong batte con fragore assordante mentre le porte del tempio si aprono e il Dio-scimmia si rivela; quasi tutta la congregazione punta estasiata gli occhi su di esso. Ma dopo…». La società ha dunque la peculiarità di uccidere le persone in luoghi affollati, un modus operandi che Flambeau e Lord Pooley faticano a comprendere. Quando i due, all’opposto, sostengono che per un delitto sarebbe preferibile essere soli con la propria vittima, a Padre Brown non resta che scuotere «il capo come fosse un assassino di grande esperienza» e replicare: «Più un uomo si sente solo e meno può essere certo di esserlo. Essere solo può significare che ha degli spazi vuoti attorno a sé, ed è proprio questo che lo rende visibile».

Dietro tutta l’organizzazione c’è Ned, sempre più assetato di sangue, e grazie a Padre Brown l’incontro di pugilato viene infine annullato, evitando così la morte di un altro innocente: «Quel nero che se ne è appena andato è uno degli uomini più pericolosi della terra, perché ha il cervello di un europeo unito all’istinto di un cannibale. Ha trasformato ciò che era un semplice e sensato massacro tra i suoi compagni barbari in una società segreta di assassini assai moderna e scientifica».

Una volta smascherata la società segreta, l’epilogo del racconto – ambientato nella successiva primavera – si risolve nella cronaca della caccia a un uomo che ha fatto perdere le sue tracce: «Quasi ovunque il segreto del loro proposito era perito con loro. […] Ned era stato raggiunto a un miglio o due di distanza, ma uccise tre poliziotti con il pugno della mano sinistra. L’unico agente rimasto venne sopraffatto – e ferito – e il negro fuggì. Però questo fu sufficiente a far scatenare tutta la stampa inglese, e per un mese o due lo scopo principale dell’impero Britannico fu di impedire al giovane nero (che tale era in tutti i sensi) di fuggire da qualunque porto inglese».

Dove si sarà nascosto Ned? Si sarà camuffato schiarendosi il volto come suggerisce Falmbeau? Padre Brown è certo esattamente del contrario e si immagina un Ned dal viso ancor più annerito: «Mosse un dito per un istante in direzione dei neri dal volto sporco che cantavano sulla spiaggia».