Luca Fumagalli

Continua con questa seconda puntata lo speciale agostano dedicato alle migliori opere teatrali di Graham Greene. Per la prima puntata: L’ultima stanza

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Greene e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

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La trama di quello che sarebbe diventato Il capanno degli attrezzi (The Potting Shed), secondo spettacolo teatrale firmato da Graham Greene, venne abbozzata intorno all’estate del 1953, quando Evelyn Waugh annotò sul suo diario che l’amico gli aveva appena parlato del progetto di un dramma nel quale un prete cattolico “sacrifica” la sua Fede per restituire la vita a un ragazzo morto suicida. La stesura della pièce – il cui soggetto vanta molteplici punti di contatto con La seconda morte, un racconto giovanile di Greene – procedette però con grande lentezza tanto che per la prima mondiale di New York fu necessario attendere fino al 1957. In Italia lo spettacolo venne portato in scena l’anno successivo e nel 1963 il regista Sandro Bolchi ne trasse una versione televisiva per la RAI.

A metà strada tra la detective story e il miracle play, Il capanno degli attrezzi è un’opera tanto appassionante quanto di difficile decifrazione, che porta al parossismo il concetto teologico di “sostituzione mistica”, ovvero quella capacità di farsi misteriosamente carico dei dolori del prossimo che, stando alla tradizione cattolica, fu prerogativa di diversi santi.

La vicenda ruota attorno a un oscuro episodio che riguarda il passato di James Callifer, un giornalista di Nottingham. A causa di una crisi religiosa causatagli dalle argomentazioni del padre, un ateo militante amico di H. G. Wells e Bertrand Russell, da giovane aveva deciso di farla finita impiccandosi nel capanno degli attrezzi. A scoprire il suo corpo esanime era stato lo zio sacerdote, William Callifer, che lo aveva infine resuscitato con la forza della preghiera: «Portami via la Fede, ma lascialo vivere». Nonostante sia riuscito a salvare il nipote, da allora – e sono passati trent’anni – Padre William conduce un’esistenza tormentata, resa appena sopportabile dall’alcol, costretto a un ministero che non gli dà più alcuna gioia. Per ironia della sorte, anche il genitore di James, a seguito del presunto miracolo, ha smesso di aver fiducia nel suo razionalismo e non ha più scritto alcun libro.  

“Il capanno degli attrezzi” (Acacia Theatre Company, 2019)

Il primo atto dello spettacolo è ambientato nella residenza dei Callifer, “Wild Grove”, un tempo attorniata dal verde e ora minacciata dall’industrializzazione galoppante. H. C. Callifer, il capofamiglia, è prossimo alla morte e i parenti più stretti sono stati convocati al suo capezzale. Con loro vi è pure il dottor Baston, amico e discepolo di Callifer con velleità da biografo (in verità il suo mentore, un tempo famoso, è stato quasi completamente dimenticato). Mentre la moglie ricorda come il marito abbia sempre odiato «quei miti sentimentali, le nascite virginali, gli dei crocifissi», sulla soglia di casa appare James, il figlio con cui da anni nessuno della famiglia ha più rapporti. Quest’ultimo, dopo il fallimentare matrimonio con Sara, vive da disperato in un bugigattolo che condivide con un collega. In lui, come gli ricorda l’ex moglie, vi è un’anima che pare non funzionare più a dovere: «Durante la notte ti svegliavi amando il niente. Andavi cercando il niente in ogni luogo. Quando rientravi alla sera potevo vedere che eri stato in compagnia del niente tutto il giorno. Era gelosa del niente come se fosse stato una donna; e ora dormi con il niente ogni notte. […] Non sei vivo. Qualche volta avrei voluto farti arrabbiare o farti sentire in colpa, addirittura ferirti. Ma non hai mai sentito dolore».

Per tentare di venire a capo dei suoi problemi e di un passato di cui non ricorda nulla, James si è pure affidato a uno psicologo, Kreuzer, i cui metodi a base di medicinali si rivelano tuttavia inefficaci. D’altronde il dottore, che ha alle spalle un matrimonio fallito e un figlio suicida, per quanto affabile, appare un uomo debole, che si accontenta «di una verità relativa che renda tollerabile la vita».

L’edizione Viking Press del 1963

Nel secondo atto si mostra invece come il miracolo della resurrezione di James, del tutto simile a quello di Lazzaro, abbia rovinato l’esistenza di William Callifer, ennesima incarnazione del “whisky priest” greeneiano. La governante, Miss Connolly, è costantemente a caccia degli alcolici che il sacerdote nasconde in ogni dove – persino dietro i volumi dell’Enciclopedia cattolica – e nulla ha potuto fare per scuoterlo dal torpore che lo affligge (in altri termini, la vita del nipote gli è costata la morte spirituale). Padre William, secondo le sue stesse parole, è diventato un miscredente come il fratello appena defunto, «condannato» al sacerdozio per il resto dei suoi giorni. In effetti continua a svolgere tutte le mansioni del parroco, confortando i malati, confessando e celebrando Messa, ma non crede più «in niente di tutto ciò». Più avanti James descriverà così l’abitazione dello zio, un luogo infestato da suppellettile sacra di dubbio gusto: «Una stanza dalla quale la Fede è scomparsa è abbastanza differente. È come un matrimonio senza più amore; tutto quello che rimane sono abitudini, nomignoli e oggetti dal valore affettivo raccolti sulle spiagge o in paesi stranieri che non hanno più alcun significato. E la pazienza, pazienza in ogni dove come nebbia». Riecheggiando San Giovanni della Croce, Padre William cade nell’errore di voler razionalizzare l’operato della Misericordia divina: «Se Dio esiste, perché avrebbe dovuto portarmi via la Fede? L’ho servito bene. Continuo a servirlo. I santi hanno notti oscure, ma non per trent’anni. Hanno momenti in cui ricordano cosa significhi credere». Il confronto con James, che grazie allo zio scopre cos’è davvero accaduto al capanno degli attrezzi, porta a un epilogo positivo per entrambi: Padre William ha finalmente la possibilità di ridare un senso alla propria vocazione, mentre per il nipote si aprono di nuovo le porte della religione: «Non volevo venire. Ho lottato per non farlo. Ma qualcosa mi ha spinto verso di te. […] O qualcuno».

Del terzo atto esistono due differenti versioni. In quella americana James spiega a Sara i motivi che lo hanno ricondotto alla Fede – «Non voglio pregare. Qualcosa è successo, ecco tutto, come un incidente stradale. Non voglio Dio. Non amo Dio. Ma Lui è lì e non ha senso fare finta di niente. È nei miei polmoni come l’aria – e tra i due rifiorisce l’amore (quella del loro matrimonio è l’ennesima resurrezione descritta nella pièce). Nella versione inglese l’attenzione si concentra maggiormente sul confronto tra James e la madre, la quale, dall’incidente, ha speso tutte le proprie energie per sostenere il marito disilluso: «Oh, i Callifer conoscono ogni cosa. Era giusto dubitare dell’esistenza di Dio come faceva tuo nonno ai tempi di Darwin. Il dubbio, quella era la libertà dell’uomo. Ma la mia generazione, noi non dubitiamo, sappiamo. Non credo in questo miracolo, anche se non ne sono più tanto sicura».

“Il capanno degli attrezzi” (Finborough Theater, 2011)

Il capanno degli attrezzi, che in privato Waugh definì «senza alcun senso dal punto di vista teologico», mette dunque alla berlina lo scetticismo razionalista per riaffermare quella dialettica a tre tra il dubbio intellettuale, la psicanalisi e il cattolicesimo che sta al fondo degli scritti di Greene. Esemplare in tal senso è il pellegrinaggio spirituale di James che finisce semplicemente per arrendersi alla volontà divina: «Se sapessi, non crederei in Lui. Non posso credere in un Dio che capisco». Del resto lo scrittore inglese sapeva di muoversi su un terreno scivoloso, e quando la stampa gli chiese ragione del personaggio di Padre William – secondo lui il vero protagonista – liquidò immediatamente gli scrupoli del sacerdote come un qualcosa di insensato.

Con un punta di malizia il sipario non si chiude su James e nemmeno sullo zio, ma sulla piccola Anne, la figlia del fratello di James. La ragazza racconta con gioia di aver sognato di recarsi al capanno degli attrezzi dove all’interno ha trovato un leone che, dopo essersi svegliato, «ha leccato la mia mano». Il rimando può essere all’Aslan di C. S. Lewis – Il leone, la strega e l’armadio è datato 1952 – o al film Androcolo e il leone, basato sull’omonimo spettacolo teatrale scritto da G. B. Shaw nel 1912. Si tratta comunque di un’evidente allegoria divina, forse è la metamorfosi finale del cane di James che, da riflesso di un tenue legame sentimentale col mondo, è diventato segno di un amore che non conosce confini: «Niente mi importava perché tutto sarebbe presto finito. […] Ora quando ti guardo, vede qualcuno che non morirà per sempre».