Volentieri offriamo ai lettori un estratto del libro La Compagnia della Croce – Viaggio al cuore della Terra di Mezzo, di Isacco Tacconi, prefazione Paolo Gulisano. Buona lettura!


Da quando scrissi più di un anno fa il presente saggio su Merry e Pipino, molte cose sono cambiate. Eppure, oggi come allora, un concetto mi è assolutamente chiaro: “C’è un tempo per ogni cosa”. In questo i figli aiutano moltissimo a relativizzare tutti quegli impegni superflui che prima del loro arrivo sembravano così imprescindibili. Proprio loro, i piccoli, i prediletti del Signore, i prototipi del cuore e della mente del cristiano, formano la gioia del focolare e l’effetto visibile dell’amore coniugale. Ed è anche a causa di questo contesto di ordinaria semplicità che l’unico soggetto di cui ora sento di poter scrivere sono i «piccoli», così straordinari quanto sottovalutati, e, non di rado, disprezzati. Eppure, sub specie aeternitatis, essi valgono quanto tutti gli altri uomini, se non di più, agli occhi di Colui che solo è l’«Altissimo», «qui deposuit potentes de sede et exaltavit humiles».

Meriadoc Brandibuck e Peregrino Tuc, cugini tra loro e con Frodo Baggins, nonché, racconta Tolkien, suoi «amici per la pelle». Una trattazione su di loro potrebbe essere caratterizzata dal tema dell’amicizia, e così di fatto è, giacché la loro unione è talmente forte da superare la distanza, la paura della morte, e il dolore di non essere più insieme. Certo, di acqua sotto ai ponti ne è passata da quando i due giovani hobbit hanno dovuto abbandonare le comodità, le allegre bevute e i lazzi senza numero al Drago Verde. Non si tratta più di rubacchiare patate e funghi al Vecchio Maggot né di organizzare feste a casa Baggins, i due sprovveduti hanno messo i loro piedi pelosi fuori dai confini delle terre di Buck ben oltre la vecchia foresta, in una via oscura e sconosciuta che conduce…beh, non si sa.

Una sola certezza nella loro disavventura guidata, come quella degli altri del resto, dalla mano invisibile della Provvidenza: accompagnare il loro congiunto Frodo nella sua missione. Questo gesto di sconsiderata generosità costerà loro molto caro: conosceranno la «serietà della vita», come la conobbe il buon Tolkien. Verranno loro chieste le grandi responsabilità che un hobbit mai e poi mai vorrebbe spontaneamente assumersi, se non nella forma di slanci ideali e generosi, sempre comunque al sicuro nel proprio comodo salotto hobbit. Quei sogni di trascendenza che solo una storia ancestrale di Elfi e avventure misteriose ben raccontata sa evocare; un incantevole viaggio dell’anima nella cornice di una taverna al termine di una lunga serata con gli avventori, radi nella sala come gli ultimi fiori d’autunno, mentre la fiamma crepitante danza sinuosa e la birra scende fredda e schiumosa per il gargarozzo, al suono della voce profonda del vecchio Gandalf, interrotta solamente da lunghi sbuffi di fumosa erba pipa. E no, cari hobbit, ora non è più un semplice bel sogno a pancia piena ma la ruvida realtà fra i morsi della fame. Ma la virtù di questi piccoli inglesi in miniatura è proprio la loro tempra in mezzo alle strettezze fisiche e morali, e la loro capacità di «andare oltre» le afflizioni dell’hic et nunc. E parrebbe essere proprio questo lo spirito di speranza cristiana che gli hobbit Merry e Pipino trasportano in tutto il Libro dovunque si trovino.

Tolkien raccomandò questo medesimo atteggiamento interiore a suo figlio Cristopher, mentre si trovava a condividere, come suo padre prima di lui, l’esperienza della guerra: «Bé, eccoti qua: uno hobbit in mezzo agli Urukhai. Conserva nel cuore la tua hobbitudine, e pensa che tutte le storie sono così quando ci sei in mezzo. Tu sei dentro una storia molto grande!». Ma gli “Uruk–hai” cui si riferisce metaforicamente Tolkien non sono i “nemici della corona”, non sono cioè i “mostruosi nazisti”, bensì gli stessi commilitoni di Cristopher, inglesi e americani, i quali, se visti dall’interno, appaiono molto meno “eroici” di quanto la storiografia dei vincitori non voglia ammettere. In fondo, in guerra è davvero arduo dare un giudizio morale su ogni singolo soldato, poiché non tutti quelli che si trovano dalla parte giusta del fronte sono “buoni”, né tutti quelli che si trovano dalla parte sbagliata sono “cattivi”, sono uomini. Non è raro che qualcuno di noi si possa trovare in situazioni analoghe, in situazioni cioè in cui ci pare di essere circondati da veri e propri “Uruk–hai”, ambienti lavorativi, sportivi, scolastici e, Dio non voglia, familiari, in cui parole come virtù, onore, lealtà, onestà, modestia, castità, umiltà e perdóno vengono calpestate con disprezzo. Tale è la condizione di Meriadoc e Peregrino, l’indomani dalla morte di Boromir.

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