Volentieri offriamo ai lettori un estratto del libro La Compagnia della Croce – Viaggio al cuore della Terra di Mezzo, di Isacco Tacconi, prefazione Paolo Gulisano. Buona lettura!


Rapiti da una marmaglia di luridi orchi e travolti dagli orrori di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili, i due giovani hobbit si ritrovano nella vecchia foresta di Fangorn, soli e sperduti all’insaputa del resto del mondo, mentre i loro amici sono impegnati chissà in quale scenario a combattere contro gli eserciti di Mordor e di Isengard. Fangorn, foresta vecchia più che antica, perché invecchiata dall’inedia, dallo statico isolamento che devitalizza e inacidisce. «Buia e soffocante», così la definisce infastidito Pipino al suo entrarvi, e sembra quasi ricordare quelle antiche sagrestie odoranti di incenso che l’umidità ha fissato nella calce, semiabbandonate o abitate dall’abitudine, che troppo in fretta ha fatto invecchiare i suoi custodi. Eppure sia l’una che l’altra attendono un «risveglio» dirompente, che faccia di nuovo penetrare la luce fra le foglie e profumare di rigogliosa estate i paramenti anneriti e consunti. Esattamente questo è lo scopo per cui i due cugini–amici sono stati inviati là, per dare il via a uno smottamento che scuota le fondamenta stesse della terra. Ma come potrebbero mai un Tuc e un Brandibuck, più adatti a fumare erba pipa e bere birra della Contea che a intrattenere rapporti diplomatici con gli esseri più antichi della Terra (gli Ent), incidere così decisamente sulla storia e gli eventi, diremmo noi, “mondiali”? 

In minimis Deus maximus, Dio si mostra in tutta la sua grandezza nel piccolo – che si tratti di cose o persone. È lo stile inimitabile di nostro Signore, che aveva scelto di manifestarsi sulla terra non nelle vesti di un imperatore romano o di un grande filosofo greco, ma nascendo da genitori ebrei in un’infima provincia ai margini dell’impero, aveva incaricato del compito di primo pontefice non un potente o un intellettuale, ma un semplice pescatore di Galilea, e aveva paragonato il Regno dei Cieli al seme più minuscolo, quello della senape. E dopo essere stato glorificato dal mendicante volontario, san Francesco d’Assisi, e aver scelto una ragazza esile, santa Caterina da Siena, per spiegare la saggezza agli eruditi e ai saggi del Quattordicesimo secolo, chiamò di nuovo due persone semplici e umili alla vocazione di santi straordinari”.

Ebbene queste due persone semplici e umili potrebbero essere Merry e Pipino. Impossibile dite? Non è forse vero che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti”? Si ma, qualcuno dirà: paragonare Merry e Pipino, due bricconi, sciocchi e veniali ai Santi, è una vera assurdità! Tuttavia non bisogna dimenticarsi che “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio”. Se Dio avesse voluto utilizzare Giulio Cesare, Pericle, o Aristotele per manifestare la sua gloria avrebbe potuto farlo, ma allora come avremmo potuto distinguere le qualità e le virtù proprie dell’uomo dalla virtù soprannaturale dello Spirito Santo? Viceversa, perché sia evidente la potenza che non può venire dall’uomo, Iddio elegge sempre strumenti dalla qualità piuttosto scadente. Basta guardarci intorno, non sembra infatti che tra le fila di noi cristiani ci siano “molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili”.

Questa è la vera forza che il Nemico non è in grado di valutare: l’umiltà. Nell’economia del racconto, e ai fini del trionfo delle forze del bene, l’utilità di Merry e Pipino risiede nella loro apparente inutile leggerezza, che confonde sapienti e strateghi. I due hobbit sono i piccoli e impercettibili sassolini che all’insaputa dei più, si staccano discretamente dal fianco della montagna provocando una frana travolgente. Sono proprio i personaggi più meschini che il Nemico, nella sua superbia, non può neanche concepire come un ostacolo per sé. Essi sfuggono alla sua comprensione per la loro disprezzabile piccolezza, per la loro indegna insignificanza. Imprigionato nell’inflessibile logica del potere, il malvagio pensa che non si può ricevere potere da coloro che non possiedono nulla, da coloro che sono poco più che humus, degli hobbit, appunto. Ma essi sono coloro che Iddio guarda con amore, suscitandoli in imprese che li superano enormemente, al fine di confondere i piani dell’Avversario. Fine stratega e provato psicologo, proprio perché rinchiuso nella ferrea “legge” della sua psicologia, non riesce a scorgere quei movimenti secondari che il Buon Dio guida ai fianchi della battaglia. Colui che è l’artefice e governatore invisibile di tutto ciò che possiede consistenza, è lo stesso che sceglie ciò che è nascosto, piccolo, riprovato dagli uomini ma infinitamente prezioso ai suoi occhi. La “politica” di Dio in questo non cambia. Essa è la medesima che adottò nei confronti di quella giovane ragazza di Nazareth, la quale poté esclamare: «quia respéxit humilitatem ancillae suae». E, spiega Tolkien: 

“Come i primi racconti erano visti attraverso gli occhi degli elfi, quest’ultima grande storia, che dal mito e dalla leggenda scende alla terra, è vista soprattutto attraverso gli occhi degli hobbit: in questo modo, in effetti, diventa antropocentrica. Ma attraverso gli hobbit, e non gli uomini, perché l’ultima storia deve chiarire del tutto un tema ricorrente: il posto che nelle «politiche mondiali» occupano gli atti di volontà imprevisti e imprevedibili, e le buone azioni di chi apparentemente è piccolo, poco eroico e dimenticato invece dai saggi e dai grandi (sia buoni che malvagi)”. 

In effetti è questo un tema a lui particolarmente caro che abbiamo già avuto modo di incontrare nelle trattazioni su Frodo e Sam: «senza l’alto e il nobile il semplice e il volgare è destinato a rimanere tale; e senza il semplice e volgare il nobile e l’eroico non hanno senso».

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Immagine in evidenza: Vigolo Baselga, chiesa di San Leonardo – Occhio della Provvidenza, Syrio, CC BY-SA 4.0, attraverso Wikimedia Commons