di Giuliano Zoroddu

Nei giorni in cui il mondo vedeva la Pachamama sotto il baldacchino del Bernini – ottobre 2019 – un amico mi segnalò una curiosa satira composta per la morte di Clemente XIV. Dal momento che il testo era interessante e divertente, mi posi a ricercarlo su GoogleLibri. L’indagine fu breve e ben feconda: non solo trovai la satira che già conoscevo, ma varie altre. Così decisi di scriverci sopra qualche riga. Lo faccio dopo tre anni. Nulla di male: l’attualità le rende assai più speciose.
Partiamo dal soggetto della satira: Clemente XIV. Il Cardinale Lorenzo Ganganelli, frate dei Minori Conventuali, fu eletto al Pontificato il 28 maggio 1769. Il suo atto più noto è senza dubbio la soppressione della Compagnia di Gesù, i Gesuiti, nel 1773, l’anno precedente la sua morte (10 settembre 1774).
I Romani hanno sempre accompagnato la morte del Papa con lazzi mordaci. Ne siano esempio le pasquinate in morte di Sisto V (1590): “Requie il diavolo accordi a papa Sisto, / al diavolo fedel, ostile a Cristo; o in morte di Leone XII (1829): “Qui della Genga giace, / per sua e nostra pace”. Quindi che i Pasquino del 1774 si esibiti in satire contro il quattordicesimo dei Clementi appena presentatosi al Creatore, rientra nella ordinarietà della Roma papale.
La particolarità di questi scritti sta nel fatto che essi paiono descrivere il pontificato attuale, il primo pontificato di un Gesuita, fra sincretismo pachamamico, collaboratori di dubbia moralità, commissariamenti non sempre chiari di congregazioni religiose, rapporti con gli Stati non sempre nell’interesse della Chiesa e frequenti sbandamenti rispetto al dettato della dottrina rivelata.
Con ciò non si vuole attribuire ai seguenti testi autorità poetica, si vuole solo rilevarne l’esistenza e la curiosità dal punto di vista della storiografia ecclesiastica e della storia della letteratura. Veda il lettore che pensarne. L’importante è che non pensi che li si pubblichi con intento denigratorio del Papato Romano e della Santa Chiesa.

1) Quattro “motti” per Clemente XIV
Per il defunto Pontefice fu eretto una sorta di mausoleo a forma di piramide, volto a ricordarne le “benemerenze”. Nella prima facciata mostrava la bolla In Coena Domini per terra e recava il motto SACRORUM CANONUM DESTRUCTOR (distruttore dei sacri canoni). Clemente XIV infatti interruppe la pubblicazione del documento, atto a condannare le violazioni della libertà ecclesiastica e altri crimini. Nella seconda facciata era raffigurato un altare con un idolo sopra, ai cui piedi stavano un inglese e un ebreo adoranti; il motto recitava: IDOLORUM CULTOR (cultore degli idoli). La terza facciata era decorata con un immagine assai evocativa: Castel Sant’Angelo traboccante di chierici imprigionati. Chiaramente si alludeva al padre Lorenzo Ricci, generale dei Gesuiti, incarcerato dopo la soppressione della Compagnia. Il motto era: CLERICORUM PERSECUTOR (persecutore dei chierici). Simile l’ultima facciata con tanti monaci e frati spogliati del saio e il motto CAENOBIORUM DEPOPULATOR (devastatore di monasteri).

2) L’epitaffio di Clemente XIV

Sacerdotum Persecutori
Cænobiorum Depopulatori
Sacrorum Canonum Destructori
Idolorum Cultori
Senatus Populusque Romanus
Ne tanti excidii memoria pereat
Monumentum poni curavit

Perché di tanta strage non perisca la memoria, il Senato e il Popolo Romano curarono che fosse posto un monumento al Persecutore dei Sacerdoti, al Devastatore dei Monasteri, al Distruttore dei Sacri Canoni, all’Adoratore degli Idoli.

3) Rimprovero di S. Pietro a Clemente XIV

Dimmi indegno Pastor che mai facesti
Nel corso d un sol lustro che regnasti?
I dritti della Chiesa altrui cedesti,
Su la santa mia sede invan poggiasti.

Turba d’infima plebe a lato avesti
Da cui l’erario dissipar lasciasti;
La navicella mia salvar fingesti,
Ma tra i flutti più infidi la gittasti.

La Chiesa colle infami opre tradisti;
Base e sostegno della fè non fosti.
Ma i nemici di lei sol favoristi.

Cosi Pier santo dagli eterei posti,
Sgridò Clemente e fur là giù tra i tristi
Ignei legami alle sue membra imposti

4) Sonetto per la tanto decantata pace fatta dalla santa memoria di XIV

La bolla che ab antico sempre fu
L’antemurale dell’immunità,
La compagnia sì illustre di Gesù
Che mantenea la fede e la pietà;

La giustizia del Foro alma virtù,
Del purpureo senato la maestà,
L’onor del Papa che tirollo su,
Della fede di Pier la santità:

Tutto questo in cinqu’anni devastò;
Le chiavi in mano alli sovran cedé,
E li dogmi all’errore abbandonò.

In compenso il Camauro ebbe per sé;
Due terre per lo stato riacquistò,
Ecco la pace che Clemente fè.

Immagine: Antonio Canova, Tomba di Clemente XIV, 1783, Basilica dei XII Apostoli, Roma (fonte wikimedia.org)
Bibliografia: A. Theiner, Storia del pontificato di Clemente XIV, Traduzione di F. Loghena, Firenze, 1854.