Volentieri riportiamo un largo estratto dell’articolo “ORSI&TORI” di Paolo Panerai, pubblicato su Italia Oggi del 4 settembre 2021. Ovviamente non condividiamo tutto ciò che è scritto, in particolare i riferimenti al liberalismo, ma è un’analisi che vale la pena di leggere.


[…] In MF-Milano Finanza di sabato 28 agosto, Roberto Sommella ha descritto che la prossima calamità del mondo sarà il cambiamento mentale indotto dai social. Lo documenta Andrew Keen, che nel suo libro The cult of amateur definisce gli utilizzatori di Myspace e Facebook giovani con la cultura del narcisismo digitale, mentre la cultura di Wikipedia sta minando la cultura degli insegnanti nelle classi e la generazione di YouTube è più interessata all’espressione personale piuttosto che quello che è l’apprendimento del mondo; la cacofonia dei blog anonimi e contenuti generati dagli utenti sta coprendo la voce degli esperti alle orecchie della gioventù. Questo “cambiamento mentale”, come lo definisce la neuroscienziata Susan Greenfield, membro della camera dei Lord, metterà in ginocchio parlamenti, governi e società. Nel suo libro Mind Change la neuroscienziata descrive ogni dettaglio. E conclude che il cambiamento mentale prodotto dall’utilizzo assiduo e quasi disperato dei device è come quello climatico: un fenomeno senza precedenti, controverso e sfaccettato.

Due analisi che trovano una formidabile sintesi che ho già citato in queste pagine, ma che vale ora ripetere. “Oggi un politico viene giudicato dopo due secondi dal compimento di ogni sua azione o opinione”, aveva dichiarato alcuni mesi fa a Barbara Carfagna per SpecialeTg1, il presidente dell’Armenia e in passato professore di fisica a Cambridge, Armen Sarkissian. “Per questo ai politici non rimane che adeguarsi e così nascono le bestie. La democrazia come è stata finora, fra non molto tempo non esisterà più”.

Ecco perché il liberismo classico è in pericolo come un secolo fa. E pur da punti politici e culturali quasi opposti, se ne sono finalmente accorti sia a Washington che a Pechino.

Molti giornali hanno classificato le recenti decisioni di forte restrizione agli Ott dell’ex-celeste impero da parte della Cina di Xi Jinping come un segno di autoritarismo. A cominciare da qualche mese prima della nuova Assemblea del popolo e dal varo del Nuovo piano quinquennale cinese, è iniziata la svolta con l’impedimento a Jack Ma di quotare la sua società finanziaria. Per un discreto lasso di tempo Ma, il primo capitalista del sistema digitale cinese, è anche scomparso dalla scena, probabilmente invitato in uno degli alberghi speciali per politici o imprenditori che hanno bisogno di riflettere su quanto accaduto. Ora nella sua società finanziaria Ant entreranno due società partecipate dallo stato cinese.

Ma pochi si sono accorti che l’iniziativa del governo cinese è stata quasi contemporanea alla scelta del presidente Joe Biden, che prima della tempesta afghana ha deciso con determinazione di rilanciare l’azione di antitrust su basi nuove dopo un ventennio in cui, senza il minimo intervento del governo se non addirittura con finanziamenti pubblici, a Google è stato permesso di raggiungere una quota di mercato del 94% nel search, a Facebook di arrivare a 1,6 miliardi di clienti, ad Amazon di dominare i mercati di tutto il mondo occidentale. Ma soprattutto a questi e agli altri Ott americani è stato consentito o di comprare o di creare sistemi collegati all’attività principale, sì da creare sistemi inattaccabili da chi volesse fargli concorrenza. A Google oltre al search, creato all’interno della società, è stato consentito di comprare YouTube, di creare il sistema operativo telefonico Android (il più usato al mondo), di offrire tutto gratuitamente, incluso il sistema mail, sì da poter acquisire, classificare, penetrare con i big data l’anima di larga parte della popolazione, violandone la privacy anche con il sistema elementare di offrire l’alternativa perentoria quando si fa una ricerca: accetta, oppure non puoi avere il servizio. E Facebook, a cui le precedenti amministrazioni americane hanno consentito di acquistare WhatsApp e Instagram, mentre Amazon ha attuato la strategia di non guadagnare che pochissimo dal commercio digitale, sì da poter costruire, intorno all’e-commerce, un formidabile e ricchissimo sistema di cloud, di trasporti, di informazioni nelle case dei cittadini con Alexa fino a produrre serie televisive e trasmettere sport, potendo conquistare milioni di abbonati conoscendo l’anima e le preferenze di milioni di clienti.

La mossa, questa sì intelligente, del presidente Biden, come ho già scritto in queste pagine, è stata quella di nominare presidente della Ftc (Federal trade commission), l’organo antitrust, Lina Khan, che nel libro Il Paradosso antitrust di Amazon, ha rimodellato l’azione antitrust secondo cui non è sufficiente la soddisfazione del consumatore con prezzi bassi e buona qualità, ma in ogni settore deve esserci pluralità di operatori. Amazon invece ha chiuso il mercato ai concorrenti in due modi: rinunciando quasi a guadagnare sul commercio, costruendo però un sistema di attività funzionali al commercio ma anche di valore autonomo e forte reddito, che non permettono ai concorrenti potenziali di entrare nel mercato.

Nel nuovo piano quinquennale, l’Assemblea del popolo cinese ha varato provvedimenti severissimi per combattere il dominio di pochi in vari settori, quindi per attuare una politica antitrust né più né meno simile a quella americana. Ma il presidente Xi Jinping e il Comitato centrale cinese sono andati ben oltre. Hanno fissato regole rigide e tempi di uso limitato contro i videogiochi, definiti il nuovo “oppio” per i giovani e i meno giovani, stabilendo che i giovani non possano usare i device per più di un’ora al giorno, e infine circoscrivendo i siti che forniscono educazione scolastica on line. Autoritarismo? Anche, ma quale potrebbe diventare la deriva di un popolo di 1,4 miliardi di cittadini se il vizio del gioco o l’abuso dei device riducesse gli esseri umani appunto come l’oppio aveva ridotto il popolo cinese durante l’impero?

L’uso della parola “oppio” da parte di alcuni quotidiani che fanno parte del sistema pubblico, ha suscitato reazioni, perché sembrava un paragone eccessivo. È stata fatta una seconda edizione del quotidiano economico del gruppo Xinhua, sul quale la parola oppio era scomparsa, ma il paragone ha fatto presa ed è stato ripetuto ancora da varie autorità cinesi.

[…]

Naturalmente, i freni ai vari Ott cinesi hanno provocato forti cadute in borsa sia nelle borse cinesi e di Hong Kong sia a New York. Ma a giudizio del governo di Xi Jinping è stata una decisione indispensabile, per mettere un freno a quelle che erano diventate posizioni assolutamente dominanti e capaci di minacciare l’azione di governo così come la democrazia in occidente. Una decisione che appare in contraddizione con quanto il governo cinese aveva favorito negli ultimi 20 anni per lo sviluppo di aziende di alta tecnologia.

Ma quella politica era stata fatta per creare dei giganti in concorrenza con gli Ott americani, per raggiungere uno sviluppo analogo e in più casi superiore alla tecnologia americana. Basta pensare ai computer quantistici, capaci di elaborare quantità mostruose di dati che ogni giorno vengono prodotti e che ormai, secondo le stime del prof. Mario Rasetti, raggiungono ogni giorno più dati del giorno precedente e di tutta la storia dell’umanità messi insieme. La Cina ha scelto per i computer quantistici la tecnologia ottica e ha raggiunto una potenza di calcolo che supera quasi di dieci punti quella dei computer quantistici americani, per i quali è stata scelta la tecnologia a bassa temperatura.

Chi ha più dati e può elaborarli tutti in tempo reale per creare gli algoritmi e quindi l’intelligenza artificiale, naturalmente ha e avrà in futuro il massimo potere. Le guerre saranno sui dati. Per secoli gli stati e il potere dei governi si sono basati sugli eserciti e sulla possibilità di indirizzare economia, politica interna ed estera, sviluppo. Se il potere ora e domani sarà sempre più dei dati, quale democrazia o anche autoritarismo ci potranno essere, se l’uso dei dati non sarà ricondotto a controlli precisi per evitare che chi ha più dati vinca, esautorando di fatto il potere di chi vota e di chi è votato?

Di questo pericolo si sono accorti i capi di stato e di governo dei due paesi più potenti al mondo e guarda caso, quasi all’unisono, hanno deciso di intervenire con l’antitrust, per ricreare pluralismo, ma anche con regole sull’abuso di uso del digitale, dei device, dei contenuti che tutti fin da bambini possono avere a disposizione. La scienza sta già definendo i pericoli per il cervello degli esseri umani. I politici, i governanti, sia in democrazia che in paesi a regime (talvolta necessariamente) autoritario, devono porsi il problema del prossimo futuro, per volgere in positivo le conquiste della scienza e della tecnologia.

Del resto, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Quando fu realizzata, con anche la partecipazione di Enrico Fermi, la fusione nucleare, una grande scoperta scientifica utilizzabile in positivo in molti settori, ecco che ci fu subito la deviazione verso il male con la bomba atomica. È tipico delle grandi scoperte, delle grandi evoluzioni tecnologiche, che abbiano aspetti ed effetti positivi ma anche effetti disastrosi. La costruzione di bombe atomiche è stata messa sotto controllo, con però paesi che cercano di evadere i controlli, perché il mondo ha negli occhi il drammatico disastro di Hiroshima. Tutto quanto è scoperta scientifica e scoperta tecnologica degli ultimi 40 anni, sta ora cominciando a mostrare la faccia negativa dell’abuso o del cattivo utilizzo e della messa a punto di tecnologie certamente utili ma sfruttate nell’ottica principalmente di trarre profitti enormi da parte di chi se ne è impossessato. La responsabilità di aver fatto crescere gruppi più potenti dei governi è principalmente degli Usa, cioè del paese che sin dalla fine dell’800 aveva capito il valore del liberismo garantito in economia dalla legge antitrust, e che per 30 anni ha lasciato fare, anzi ha finanziato quelli che oggi dominano la scena. Il merito di Biden, insieme al demerito dell’esecuzione del ritiro dall’Afghanistan, è di aver capito che occorreva riapplicare le leggi antitrust, riadeguate nei modi ai tempi del digitale imperante. Non c’è nessuna prova provabile che la sintonia fra Biden e Xi Jinping sia frutto di un dialogo, ma ci sono buoni motivi per ritenere che il dialogo ci sia stato, visto la tempistica dell’avvio di azioni analoghe per contenere gli Ott. Per una semplice ragione: Alibaba, Tencent e gli altri colossi cinesi sono diventati tali anche perché, quotandosi nelle borse occidentali, hanno reperito i capitali per lo sviluppo. E quando si realizza lo scambio di capitali, anche se l’ideologia e la forma di governo sono diverse, si crea inevitabilmente un terreno di comune interesse.

Per questo, nella preoccupazione della degenerazione che può derivare dall’eccesso e di abuso di tecnologia che sta cambiando i cervelli, Biden e Xi Jinping sono assai più vicini e in comunicazione di quanto si possa pensare. Bisognerà osservare se un ritorno degli Usa a un reale liberalismo influenzerà di più la Cina di quanto l’autoritarismo cinese possa influenzare gli Usa.


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Foto (modificata) di cottonbro da Pexels