Radio Spada fin dalla sua fondazione ha voluto approfondire le questioni riguardanti “vita e famiglia”, individuando in esse uno dei campi di battaglia fondamentali dell’epoca presente. Tra le pubblicazioni sul tema rimandiamo ad esempio a Dal divorzio al gender- Famiglie centrifugate e identità liquida: una dissoluzione dalle origini remote o a Sodoma distrutta. Le parole di Santi e Papi contro l’omosessualismo. Rimanendo in questo vasto ambito, emerge in maniera sempre più netta l’ipotesi dell’affermazione di un percorso volto all’instaurazione, anche nel nostro Paese, della pratica eutanasica. Volentieri offriamo ai lettori un nostro approfondito dialogo sul tema col Dott. Giacomo Rocchi, Consigliere della Suprema Corte di Cassazione.


1. RS: Consigliere Rocchi, La ringraziamo innanzitutto per la disponibilità a questo approfondimento sulle implicazioni giuridiche dell’eutanasia per Radio Spada. Come prima questione, potremmo affrontare proprio il tema nella sua definizione: qualche tempo fa si parlava di “fine vita”, poi si è passati al “diritto di morire”, ora si parla senza mezzi termini di “eutanasia”. 

GR: Che la prima domanda riguardi il significato dei termini usati non è casuale: chi ha seguito le vicende italiane che – parallelamente a quelle che avvenivano in altre parti del mondo – hanno portato prima all’approvazione della legge sul consenso informato e sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento e poi alle pronunce della Corte Costituzionale sull’aiuto al suicidio sa bene che proprio sui termini e sul loro significato ambiguo si è giocata la partita sul diritto alla vita. 

“Fine vita”: cosa significa, visto che tutti, prima o poi, dobbiamo morire? Confrontiamo questa espressione con un’altra, di carattere scientifico: “stato terminale”. Il soggetto in stato terminale è colui che, per una patologia incurabile e progressiva, ovvero per una condizione analoga legata all’età estremamente avanzata, è inevitabilmente destinato a morire in un lasso di tempo breve, benché non sempre quantificabile con precisione, senza che sia possibile né una guarigione né una stabilizzazione del suo stato che gli permetta di continuare a vivere per un lasso di tempo significativo. Il (bravo) medico sa riconoscere questa condizione e la buona medicina – quella che, per semplificare, ha creato gli hospice – sa approntare gli strumenti che permettono al paziente di affrontare la morte con dignità e serenità: cure palliative, terapia del dolore, cessazione di trattamenti e analisi invasive, alimentazione e idratazione adeguate, ambiente sereno, possibilità di vicinanza con i familiari e altre persone. Il rifiuto dell’accanimento terapeutico ha un senso con riferimento a questa condizione.

Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Fabiano Antoniani (DJ Fabo) erano pazienti terminali, sottoposti ad accanimento terapeutico? Assolutamente no, come è del tutto pacifico. Che senso ha, allora, fare riferimento a loro per una legislazione sul “fine vita”? Cosa intendeva il card. Bagnasco quando, nel 2008, ufficialmente ne auspicò l’approvazione, dando il via libera a quella che sarebbe diventata la legge sulle DAT? La risposta, purtroppo, è facile: la legge serve per consentire l’uccisione di quei soggetti la cui morte naturale, benché affetti da patologie o disabilità, non è affatto vicina. Sono un “problema” che, in qualche modo deve essere risolto…

Parliamo allora dell’espressione “eutanasia”. Per i pazienti terminali è facile comprenderne il significato: permettere al processo della morte ormai inarrestabile di fare il suo corso cercando di limitare le sofferenze del soggetto, così da consentirne una morte “dignitosa”. Questo risultato, talvolta – se il paziente lo chiede – può essere raggiunto anche con la sedazione profonda. Ma noi sappiamo che la parola “eutanasia” indica ben altro: l’uccisione “pietosa” del paziente malato o disabile, una condotta sostanzialmente attiva (anche se il risultato può essere ottenuto mediante l’aiuto al suicidio: pensiamo allo stantuffo di veleno messo davanti al volto di Fabiano Antoniani, lasciando a lui il gesto di attivarlo), non sempre preceduta dalla richiesta dell’interessato. Ma come facciamo a essere sicuri che la richiesta di morire è davvero libera e consapevole? E se il paziente è inconsapevole, come essere sicuri che i criteri di “pietà” che si applicano per deciderne l’uccisione siano quelli che avrebbe usato l’interessato? Da chi è stabilito il “best interest” di un bambino o di un incapace che vengono uccisi?

“Diritto di morire”: per il tramite delle vicende di Piergiorgio Welby e Fabiano Antoniani siamo giunti alla rivendicazione del referendum radicale: ciascuno deve avere sempre – a prescindere dalla sua condizione di salute o psicologica – il diritto di chiedere ed ottenere di farsi uccidere, per qualsiasi motivo. In realtà – per comprendere l’altra faccia del “diritto di morire” – dobbiamo ricordare Eluana Englaro: la decisione di ucciderla – non smettiamo mai di ricordare che Eluana Englaro fu uccisa! – fu affidata ad una terza persona: eppure la sua morte venne raccontata come il trionfo dell’autodeterminazione! Non ci suscita qualche preoccupazione?

2. RS: Qual è lo stato dell’arte in materia, tra artt. 579 e 580 del codice penale, da un lato, e legge 219/2017 dall’altro?

GR: Le due norme penali vietano e puniscono severamente la condotta di chi uccide un uomo che lo ha chiesto (omicidio del consenziente), di chi determina o rafforza il proposito di qualcuno di suicidarsi (istigazione al suicidio) e di chi agevola l’esecuzione dell’altrui suicidio (aiuto al suicidio). La pena è severa ma inferiore a quella prevista per l’omicidio volontario; tuttavia, se la richiesta di essere uccisi proviene da un minorenne, una persona inferma di mente o se il soggetto che si è suicidato ha meno di 14 anni, la pena è quella dell’omicidio volontario. Sono norme che attuano il principio della indisponibilità della vita, confermando l’interesse dello Stato e della società nei confronti di tutte le vite umane, anche quelle più fragili e sofferenti.

Nell’ambito della medicina, tuttavia, si è affermato parallelamente il principio del consenso informato nel rapporto medico – paziente; questo principio è stato usato per affermare il diritto dei pazienti a rifiutare anche le terapie salvavita e, quindi, ad essere lasciati morire in forza di una patologia non trattata. La legge 219 del 2017 ha cristallizzato questo principio, fino a questo momento affermato in sede giurisprudenziale, stabilendo che il medico deve rispettare il rifiuto libero e informato di terapie salvavita espresso dal paziente, salvo l’obbligo di sottoporlo ad un colloquio aggiuntivo, deve astenersi dai trattamenti salvavita o deve interromperli se sono in corso e, infine, deve accompagnare il paziente morente alleviandone le sofferenze, agendo con la terapia del dolore e ricorrendo anche alla sedazione profonda, con perdita totale della coscienza e possibile accelerazione della morte. 

La sentenza della Corte Costituzionale ha aggiunto un’altra possibilità: ha riconosciuto che i pazienti affetti da patologia irreversibile fonte di sofferenze insopportabili e che sono tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale possono ottenere di essere aiutati a suicidarsi (non ad essere direttamente uccisi); secondo la Corte, poiché questi pazienti potrebbero ottenere di morire imponendo l’interruzione delle forme di sostegno vitale e la cessazione delle terapie, è illogico negare loro il diritto di morire rapidamente e senza sofferenza. 

Apparentemente le norme del rifiuto di terapie salvavita in ambito medico si muovono in parallelo al divieto generale di suicidio assistito e di omicidio del consenziente: sembrano trattare un “settore particolare” – quello dei malati gravi inguaribili e sofferenti – senza smentire i principi generali che difendono la vita umana. In realtà non è affatto così: sarebbe un discorso lungo, ma segnalo soltanto alcune evidenze. 

In primo luogo, la normativa sugli incapaci: sul modello della decisione sul “caso Englaro”, la legge 219 attribuisce ai legali rappresentanti degli incapaci (tutori, amministratori di sostegno, genitori di minorenni) il potere di rifiutare terapie salvavita e forme di sostegno vitale e provocarne la morte. La morte non deriva più da una decisione di una persona estremamente sofferente, ma dall’applicazione dei criteri di chi decide, che sono quelli di “dignità della vita”. Eluana Englaro soffriva? Assolutamente no. Beppino Englaro riteneva la vita di sua figlia “degna”? Assolutamente no, la considerava “morta” fin dal giorno dell’incidente. 

Vi è poi l’equiparazione tra le terapie salvavita (chemioterapia ecc.) e forme di sostegno vitale. Se la persona – come Piergiorgio Welby – può continuare a vivere per anni con l’aiuto della ventilazione assistita, la sua decisione di farla cessare e, quindi, di morire in pochi minuti è solo apparentemente una scelta “terapeutica” ma è, in realtà, una “scelta di vita”, analoga a quella del soggetto sano che si suicida. 

Un terzo aspetto: le sofferenze che possono portare alla richiesta di interrompere le terapie salvavita o di essere aiutati a suicidarsi possono essere anche soltanto di tipo psicologico (lo conferma la Corte Costituzionale); non solo: il giudizio sulla loro intollerabilità è rimesso esclusivamente alla persona che chiede di essere aiutata a suicidarsi. Ma il suicida o colui che chiede di essere ucciso è sempre affetto da una sofferenza psicologica intollerabile che lo porta a ritenere il proseguimento della vita insopportabile.

Ecco che i confini tra i due “settori” – quello generale, in cui sarebbe tutelato appieno il diritto alla vita, e quello “settoriale” di ambito medico, in cui la morte del paziente discende dal legittimo rifiuto di terapie – diventano evanescenti, impalpabili: la norma “settoriale” permette, infatti, di uccidere disabili o minori sulla base della valutazione negativa sulla “dignità” e “qualità” della vita e, insieme, autorizza il suicidio assistito anche in casi in cui non vi sono terapie salvavita, ma forme di sostegno vitale, e la sofferenza è esclusivamente psicologica. 

Come stupirsi, allora, del referendum radicale che – ripetiamolo – vuole permettere a chiunque di uccidere coloro che ne fanno richiesta? Non solo porta a compimento ciò che già emerge dal complesso della normativa, ma dimostra che la differenza tra aiuto al suicidio e omicidio del consenziente è anch’essa assai fragile. Mettere davanti ad un soggetto una pasticca velenosa perché la ingoi è davvero differente dal fargli un’iniezione velenosa? Del resto, quando un paziente chiede di interrompere una terapia salvavita, il medico è già chiamato ad un comportamento attivo (ad esempio: spegnere e staccare il macchinario di ventilazione assistita) e non deve soltanto astenersi dall’agire.  

3. RS: Il diritto alla vita, dunque, non è più un diritto indisponibile? La teoria generale dei diritti umani – per tacer della morale cattolica – ci insegna che il diritto alla vita non può essere oggetto di rinuncia o, meglio, che non è valido il consenso ad essere privati della vita. Non è più così?

GR: La Corte Costituzionale ci assicura che il principio dell’indisponibilità della vita rimane fermo: a fronte della posizione della Corte di Assise di Milano che evocava il diritto alla libertà personale (art. 13 Cost.) e sosteneva che ciascun individuo ha il diritto di decidere con quali mezzi e a che punto la propria vita deve finire, la Corte ha ribadito che lo Stato ha il dovere di tutelare la vita di ogni individuo e  ha criticato una “concezione astratta dell’autonomia individuale”; ha fondato, quindi, la sua pronuncia sull’art. 32 della Costituzione, cioè sul diritto del paziente a rifiutare ogni terapia: quindi, in linea con l’impostazione della legge 219, ha operato soltanto nell’ambito “settoriale” della medicina e del rapporto medico – paziente. 

Si tratta di una decisione quanto meno ipocrita – esattamente come era ipocrita la sentenza n. 27 del 1975 che depenalizzò l’aborto volontario e che aprì la strada ad una sua legalizzazione assoluta – per l’evanescenza dei confini di cui si è già detto e per la fragilità dei “paletti” che la Corte ha piantato per limitare il ricorso al “suicidio medicalmente assistito”. 

Il primo è già caduto: Cappato e Mina Welby sono stati assolti dal suicidio assistito di Davide Trentini, che non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, ma assumeva farmaci; la Corte di Assise di Appello di Genova definisce anche quella di Trentini una “vita artificiale”, ritenendo sufficiente per assolvere gli imputati il suo desiderio “di congedarsi dalla vita senza soffrire e conservando dignitosamente la lucidità”. 

Ma il timore è ben altro: che siano indotti a chiedere di essere aiutati a morire persone che non sono davvero moralmente libere in questa richiesta (per quanto possa essere libero chi desidera la propria morte) e sono sottoposte a condizionamenti di diverso tipo; di questo rischio la Corte Costituzionale è ben consapevole ma, a contrastarlo, pone soltanto la riserva del suicidio assistito ad una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale e la necessità del parere del Comitato etico. Se queste sono garanzie…

4. RS: Si può dire che stiamo assistendo a una sovversione dello statuto giuridico – e, prima ancora, ontologico – della professione medica e della medicina? Si potrà arrivare al paradosso per cui, per condotta difensiva, si preferirà far morire un paziente piuttosto che lasciarlo vivere?

GR: Il tema è stato sollevato ormai da molti anni: il principio del consenso informato può portare all’instaurazione di una vera “alleanza terapeutica”, in cui medico e paziente, insieme, confrontandosi e usando la propria coscienza, concorrono a prendere decisioni difficili e impegnative (sulla opportunità e sui rischi di un intervento chirurgico, sull’adozione o sulla interruzione di una terapia aggressiva ecc.), ma può avere un effetto difensivo e deresponsabilizzante; il medico può sempre pretendere il previo consenso informato scritto e può mettersi al riparo da ogni responsabilità mediante la compilazione di moduli di consenso informato ampi, dettagliati, inequivoci: in questo modo risulterà che il paziente è stato dettagliatamente informato delle alternative e dei rischi e, in piena libertà, ha dato il consenso alle terapie prima che le stesse siano state intraprese. Nessuna terapia messa in atto prima che il paziente abbia firmato. In effetti, il rifiuto di terapie salvavita espresso per iscritto dal paziente mette un certo tipo di medico in una posizione assai migliore rispetto alla necessità di adottare scelte terapeutiche rischiose o difficili. 

Siamo, però, arrivati a ben altro: il medico deve eseguire gli ordini del paziente, anche se privi di qualsiasi giustificazione di carattere terapeutico e, infine, diventa la figura deputata ad uccidere il paziente quando gli è stato richiesto. 

Tuttavia, non ci possiamo stupire di questa deriva: i medici che uccidono i bambini non ancora nati fanno proprio questo; eseguono la volontà della donna di abortire, anche se priva di qualsiasi giustificazione (principio di autodeterminazione) e fingono di eseguire un’attività terapeutica (non si chiama forse “aborto terapeutico”?) ben sapendo che si tratta di ammazzare un uomo. 

L’aggressione nei confronti degli obiettori di coscienza si spiega proprio con il richiamo all’agire “in scienza e coscienza” che è proprio del medico e che, per chi ha tradito la sua missione, è intollerabile. 

5. RS: Come si concilia questo quadro con la nostra costituzione e, più in generale, con i numerosi documenti internazionali sui diritti umani?

GR: Mi verrebbe da rispondere: una domanda di riserva?

È ovvio che, leggendo Costituzione e documenti internazionali le soluzioni cui stiamo giungendo risultano decisamente incompatibili; ma è altrettanto palese che, rispetto all’aggressione poderosa contro la vita, la famiglia, la relazione tra uomo e donna, i bambini e così via, questi documenti si mostrano per quello che sono: carta. 

Lasciatemi dire che grande responsabilità per stravolgere i principi che, pure, sono scritti chiaramente, deve essere attribuita ai magistrati; lo dico con sofferenza personale, quella di chi opera accanto a coloro che hanno avuto l’ardire di disporre della vita di una disabile in stato di incoscienza sostenendo che lo facevano per rispettare la sua volontà! 

Banalmente, i giudici – non solo quelli nazionali e anche quelli che hanno il compito di garanti della Costituzione – sono permeabili alla società, sono espressione di quanto “bolle in pentola” in un certo periodo storico. Certo: poi c’è la coscienza personale di ciascuno che può essere influenzata o meno dalle convinzioni ideologiche.

Per i politici il discorso è analogo: per essi la corrispondenza a quanto si muove nella società è ancora più immediata e, forse, la disinvoltura ad ignorare Costituzione e carte internazionali ancora più evidente. 

Insomma: non sarà la Costituzione e tanto meno la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo a fermare certe derive. 

6. RS: Quali possono essere le strade per invertire questo processo o quantomeno per resistervi in modo realmente efficace? 

GR: Per quanto ho appena osservato, mi sembra evidente che ogni resistenza sarà impossibile se non si riesce ad incidere sulla coscienza sociale: pensiamo alla facilità con cui i radicali hanno ottenuto le firme per il loro referendum; benché palesemente inammissibile, il numero delle adesioni è molto significativo per comprendere a che punto siamo arrivati. 

La fede del popolo, ovviamente, conta molto, ma non sono titolato a parlarne; aiuterebbero molto pastori coraggiosi e preparati e cardinali che ricordano il significato del colore rosso delle loro tuniche (ne vedete molti?). 

Se, invece, vogliamo parlare dell’azione a livello sociale e politico, la parola chiave è “verità”. Abbiamo visto come l’intero apparato giuridico, che non è nemmeno facile da spiegare, è in realtà finalizzato a rendere possibile l’uccisione, in un modo o nell’altro, di categorie di persone ritenute inutili, costose, “scandalose” per la società: disabili mentali, malati gravi, anziani soli (come sarà facile indurli a rifiutare le terapie salvavita!), bambini “imperfetti”; è un disegno che vediamo da decenni e che si accompagna alla diffusione dell’aborto e della fecondazione in vitro e risponde a finalità che sarebbe lungo analizzare. 

Ecco: occorre far comprendere gli effetti di queste leggi e di queste sentenze così come l’importanza del principio dell’indisponibilità della vita e di quanto conti ogni vita umana per la società, ma anche il rischio di trasformare il nostro mondo in un luogo in cui occorre guardarsi alle spalle da aggressioni inaspettate. Tutti saremo anziani, tutti ci ammaleremo, tutti potremo sentirci soli e disperati: in quei momenti vorremo avere un medico che ci porge il modulo con cui rifiutiamo le terapie oppure un alleato, una persona di coscienzache è disposto a confrontarsi davvero con noi?

Occorre combattere a viso aperto queste leggi e le scandalose pronunce della Corte Costituzionale! Una “legge condivisa”? Assolutamente no: l’unica legge giusta possibile è quella che abroga la legge 219 e ribadisce che nessun medico e nessun altro può uccidere o comunque aiutare la morte delle persone malate e fragili!

Solo dicendo tutta la verità possiamo vincere! Sì, vincere come – per il momento – hanno iniziato a vincere i legislatori del Texas ribadendo (seppure parzialmente) una verità: un bambino è un bambino, con l’aborto lo uccidi. Sentiamoci liberi di dire tutta la verità!



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