di Luca Fumagalli

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la vita e le opere di Hugh Ross Williamson e di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala il saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

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«Così, tra le mura, ho trovato ancora una volta la libertà, la sicurezza e la felicità del giardino»[1]. È con queste parole che si chiude The Walled Garden (1956), l’autobiografia che Hugh Ross Wlliamson scrisse all’indomani del suo ingresso nella Chiesa di Roma, dopo aver servito per svariati anni come ministro anglicano. Romanziere, saggista, drammaturgo, teologo, giornalista, storico, politico e presentatore televisivo, Ross Williamson fu uno dei convertiti più illustri del suo tempo, destinato a lasciare il segno, in terra inglese, su più di una generazione di cattolici. Inoltre si dimostrò un abile apologeta, tra i pochi che osò ribellarsi ai cambiamenti liturgici e dottrinali introdotti con il Concilio Vaticano II.

Nato tre settimane prima della scomparsa della regina Vittoria, il 2 gennaio 1901, Ross Williamson era figlio del ministro congregazionalista della piccola comunità di Romsey, nell’Hampshire. Nelle sue vene scorreva sangue scozzese – la famiglia del padre era originaria delle Highlands – mentre la nonna materna era una Pole, discendente dell’omonimo cardinale che, nel XVI scolo, fu l’ultimo arcivescovo cattolico di Canterbury.

Foto di famiglia (1911)

A casa la situazione economica era tutt’altro che rosea. Le offerte dei fedeli erano sufficienti per vivere dignitosamente ma nulla più, e i Ross Williamson, ora in cinque con l’arrivo di altri due figli, furono costretti a trasferirsi prima a Trowbridge, nel Wilsthire, e infine a Hove. Il piccolo Hugh, dotato di una non comune vivacità intellettuale, imparò presto a leggere e a scrivere, cimentandosi pure col latino. A scuola fu un alunno brillante e col tempo prese a interessarsi anche di teologia, distanziandosi dal nonconformismo del genitore per avvicinarsi sempre più alle posizioni anglicane e, in particolare, a quelle anglo-cattoliche (nel suo primo libro, The Poetry of T. S. Eliot, del 1932, avrebbe scritto: «Il protestantesimo è una via di mezzo in cui trova rifugio chi non vuole meditare intorno a una questione sino alla sua conclusione. Solo i cattolici e gli agnostici osano raggiungere la fine dei loro viaggi»)[2]. Non sopportava il relativismo dogmatico e le discussioni inconcludenti, ed era altresì convinto che l’Eucarestia fosse davvero il corpo di Cristo e non un mero simbolo.

Lo scoppio della Grande Guerra non ebbe grosse ripercussioni sulla sua vita dal momento che un problema al piede, per cui si era già sottoposto a un’operazione nel 1915, gli valse l’esonero dal servizio militare (diversamente, durante il Secondo conflitto mondiale, per evitare di finire dietro a una scrivania, fu costretto a ricorrere all’obiezione di coscienza, sostenendo che lo scontro in atto non fosse cristianamente giustificabile). Si dedicò allora all’insegnamento, racimolando i soldi necessari per completare gli studi con una laurea in storia.

Quando fu il momento di seguire le orme paterne e di diventare anch’egli un ministro, Ross Williamson non si sentì pronto a compiere il grande passo. Troppi dubbi ne tormentavano la coscienza. Nella sua autobiografia racconta che un giorno gli venne detto che «i giovani hanno tre buoni motivi per darsi alla carriera ecclesiastica. Vorrebbero parlare o agire o scrivere, ma hanno troppa poca confidenza nelle proprie capacità da tentare di entrare in parlamento, in teatro o nel mondo delle letteratura. […] Era così vicino a ciò che sentivo che cominciai a pensare che fosse necessario fare esperienza di questi tre mondi prima di entrare nel quarto»[3].

Il saggio dedicato alla congiura delle polveri

Fu così che dal 1925 al 1943 Ross Williamson intraprese la carriera giornalistica – lavorò allo «Yorkshire Post» per poi diventare direttore del «The Bookman» e dello «Strand Magazine» –, ottenne una discreta fama come drammaturgo e fu a un soffio dall’essere eletto in parlamento tra le file del Partito laburista. Da quest’ultimo venne espulso in malo modo nel 1940, dopo che l’anno precedente aveva pubblicato un libello polemico, intitolato Who Is For Liberty?, in cui denunciava lo strapotere dei sindacati all’interno dell’organizzazione. Alla base della sua insofferenza vi era probabilmente anche quel disprezzo viscerale per il capitalismo e per il comunismo – «in lotta tra loro per il denaro che entrambi amano con la medesima intensità»[4] – che era andato maturando a contatto con le idee distributiste di Padre John O’Connor, il modello del Padre Brown di G. K. Chesterton. Ross Williamson ebbe modo di incontrarlo in varie occasione quando si trovava a Leeds: «Mi abbeverai alla sua saggezza, conobbi il suo amato Claudel (che stava traducendo), guardai le stazioni della Via Crucis fatte da Eric Gill per la chiesa di St Cuthbert (che sono molto più belle di quelle della cattedrale di Westminster) e, poiché me lo permetteva, ogni tanto provavo a litigarci»[5].

Dopo il libro su Eliot, il primo in assoluto dedicato al poeta, Ross Williamson continuò a pubblicare romanzi e saggi, soprattutto opere biografiche sulle principali figure del XVII secolo (la sua ammirazione per gli Stuart era cosa nota)[6]. Nel 1941, anno del suo matrimonio, scrisse invece un trattato religioso, A.D. 33, che, come ricorda la figlia Julia, ottenne addirittura il plauso di E. M. Forster[7].

Più in generale, da avido lettore qual era, subì l’influenza sia di autori anglicani come Dorothy L. Sayers e C. S. Lewis, che di scrittori cattolici quali mons. Ronald Knox, David Jones, Evelyn Waugh, Edith Sitwell e Sigfried Sassoon. Tra le opere di Chesterton la sua preferita era Ortodossia – del resto il titolo della sua autobiografia, The Walled Garden, è una citazione tratta proprio dal libro del famoso polemista inglese –, mentre si servì dei romanzi storici di mons. R. H. Benson come modello per i propri[8].

Una scena tratta da “His Eminence of England” (1953) con Robert Speaight nei panni di Reginald Pole

Nel 1943 divenne ministro anglicano facendosi un nome come teologo e predicatore, esponente di spicco della minoranza anglo-cattolica: «Era mia convinzione che l’Inghilterra sarebbe tornata alla fede solamente tramite la Chiesa d’Inghilterra»[9]. Per dodici anni fu legato alla parrocchia di St Cyprian, in Regent’s Park, e a quella di St Thomas, in Regent Street, ma ciò non gli impedì di far sentire la sua voce anche da altri pulpiti, sempre pronto ad accogliere gli inviti che gli giungevano da ogni parte del Paese.

Al di là delle diuturne diatribe teologiche in seno alla Chiesa inglese e dei molti che lo accusavano di voler imitare i “papisti”, fu soprattutto lo studio della storia a scuotere la coscienza anglicana di Ross Williamson (ecco perché dedicò buona parte delle sue energie a scrivere opere di taglio revisionistico, compreso un interessante saggio basato sull’ipotesi che Shakespeare fosse cattolico). Rimase costernato dalla scoperta di come il “cattolicesimo” di Lancleot Andrewes, uno dei suoi eroi, fosse più presunto che reale e di come la congiura delle polveri, sebbene molti particolari rimangano ancora oscuri, fosse in buona sostanza una macchinazione del governo. Al tema dedicò anche un saggio, The Gunpowder Plot (1951), che non mancò di suscitare numerose polemiche. L’indignazione degli anglicani raggiunse il culmine con lo spettacolo teatrale His Eminence of England, messo in scena nel 1953 per il Canterbury Festival. La pièce, incentrata sulla vita del cardinale Reginald Pole, celebre per essersi opposto alla politica di Enrico VIII e per aver servito fedelmente la regina Maria all’epoca delle persecuzioni anti-protestanti, era decisamente poco adatta per la più importante manifestazione della Chiesa d’Inghilterra, tanto che pure l’arcivescovo di Canterbury, Geoffrey Fisher, si rifiutò di assistere allo spettacolo[10].

Ciononostante fu necessario attendere ancora un paio d’anni prima che Ross Williamson decidesse di abbandonare finalmente l’anglicanesimo per farsi cattolico: «Lasciai la Chiesa d’Inghilterra perché, nel luglio del 1955, gli arcivescovi, i vescovi e i suoi rappresentanti riconobbero ufficialmente la validità degli ordini della Chiesa dell’India meridionale e così proclamavano che non vi era alcuna differenza tra quello che io, un prete anglicano, facevo alla Santa Comunione e quello che mio padre, un ministro congregazionalista, faceva; in altre parole, che il suo presiedere a una cena memoriale fosse la stessa cosa della mia celebrazione dell’Eucarestia e che ogni cristiano poteva prendere parte indistintamente sia all’una che all’altra»[11]. La conseguenza logica era che «gli ordini della Chiesa d’Inghilterra erano stati dichiarati invalidi dai suoi stessi rappresentanti»[12].

Hugh Ross Williamson (1956)

Il 15 ottobre Ross Williamson e la moglie vennero quindi accolti nella Chiesa cattolica dal gesuita Basil Fitz-Gibbon presso la parrocchia di Farm Street. La scelta fu però pagata a caro prezzo ed ebbe immediate ripercussioni su tutta la famiglia che si ritrovò improvvisamente senza un soldo. Non solo Ross Williamson non poté più contare sullo stipendio da vicario, ma la conversione finì pure per costargli il posto di conduttore della trasmissione televisiva “Brains Trust” della BBC: «Mio padre», ricorda Julia, «protestò dicendo che era il 1955 e non il 1555, ma Mrs Greene gli ribatté che un prelato anglicano alla moda andava bene ma un convertito al cattolicesimo no»[13]. Pur tra mille difficoltà, riuscì comunque ad andare avanti grazie alle vendite dei libri e lavorando come giornalista freelance.

Uno spirito pugnace del tutto simile a quello di Hilaire Belloc[14] lo convinse poi a dedicarsi all’apologetica con rinnovata passione. Nel 1957 diede alle stampe il saggio The Beginning of the English Reformation, mentre l’anno successivo fu la volta di The Challange of Bernadette e di due spettacoli – uno per la televisione e uno per il teatro – intesi a commemorare il centenario delle apparizioni di Lourdes (per l’occasione il gesuita C. C. Martindale gli indirizzò un paio di lettere elogiative). Pubblicò libri agiografici per i più piccoli e nel 1961 mise in scena una pièce dedicata a Santa Teresa d’Avila che riscosse un enorme successo. Ross Williamson, celato sotto lo pseudonimo di Ian Rossiter, si improvvisò attore e la cosa dovette piacergli molto se continuò a recitare, seppur occasionalmente, anche negli anni successivi.  

A gettare un’ombra oscura sull’ultima parte della sua esistenza terrena ci pensò il Concilio Vaticano II. In Inghilterra, ad eccezione di Waugh, Ross Williamson fu probabilmente il più veemente tra gli oppositori delle riforme conciliari. Tra il 1969 e il 1970 pubblicò due pamphlet, The Modern Mass: A Reversion to the Reforms of Cranmer e The Great Betrayal, in cui venivano contestati tutti quegli “aggiornamenti” che avevano portato alla sostituzione della Messa tridentina. I due scritti «non erano solo una protesta, di più, erano un vero e proprio attacco alla gerarchia, quasi una dichiarazione di guerra»[15]. Ross Williamson «non era un sedevacantista, ma pensava che il Papa si sbagliasse enormemente e fosse troppo influenzato dall’arcivescovo Bugnini e dalla sua folla di complici, che considerava i veri cattivi. Nell’arcivescovo Marcel Lefebvre vedeva l’unico con il coraggio di resistere all’eresia protestante ormai dilagante (come la considerava lui) e lo paragonò a San Giovanni Fisher, il vescovo che in Inghilterra si oppose al protestantesimo, motivo per il quale venne poi martirizzato»[16].

Il secondo scritto di Ross Williamson contro il “Novus Ordo”

A causa del rapido deteriorarsi della salute, Ross Williamson fu infine costretto a vivere confinato nella propria casa di Bayswater, dopo aver subito l’amputazione della gamba malata. Tuttavia, come racconta Julia, il padre, che morì il 13 gennaio 1978, non rinunciò mai all’amata liturgia tradizionale: «Il sacerdote veniva da noi e celebrava Messa per lui, in latino. Era molto arrabbiato a causa del Concilio Vaticano II. Scrisse due o tre libretti sul tema. Fu uno dei fondatori della Latin Mass Society. Non volle mai andare alla “Nuova Messa” ed era d’accordo con la divertente lettera che Evelyn Waugh aveva scritto al “Times”. […] Credeva che i cambiamenti riecheggiassero tutto quanto era stato fatto con la Riforma. In quanto storico, provava la sgradevole sensazione che i martiri di allora fossero morti per nulla, e che tutto ciò che aveva scritto sul tema, come aveva fatto Waugh con il suo libro su Edmund Campion, fosse ormai sorpassato»[17].


[1] H. ROSS WILLIAMSON, The Walled Garden, Michael Joseph, Londra, 1956, p. 185.

[2] Cit. in ivi, p. 45

[3] Ivi, p. 55.

[4] Ivi, p. 29.

[5] Ibid.

[6] Cfr. ivi, p. 33.

[7] Cfr. intervista a Julia Ashenden cit. in J. PEARCE, Literary Converts, HarperCollins, Londra, 2000, p. 287.

[8] Cfr. ivi, pp. 287-289.

[9] ROSS WILLIAMSON, The Walled Garden, p. 109.

[10] Cfr. PEARCE, Literary Converts, p. 283.

[11] ROSS WILLIAMSON, The Walled Garden, pp. 118-119.

[12] Ivi, p. 183.

[13] Intervista a Julia Ashenden… p. 290.

[14] Cfr. PEARCE, Literary Converts, pp. 285, 352.

[15] Ivi, p. 359.

[16] Messaggio di Julia Ashenden all’autore (30 settembre 2021).

[17] Intervista a Julia Ashenden… p. 360.