Non si può leggere senza rimanerne santamente commossi il bello e sublime sermone tenuto dal Nostro Divin Redentore ai suoi amati discepoli, poco prima di andare ad immolarsi sulla Croce per la salute del mondo. Come fa notare l’Evangelista s. Giovanni, che lo riferisce per intiero, il Redentore Divino aspettò che uscisse l’Apostolo traditore, per andare a consumare il divisato tradimento, e uscito che egli fu, disse agli undici rimasti fedeli: Figliuoli, per poco tempo ancora sono con voi. Un nuovo comandamento do a roi: che vi amiate l’un l’altro, che vi amiate anche voi l’un l’altro, come io vi ho amati. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l’uno per l’altro (Joan. XIII, 31-35). Continuò quindi ad ammaestrarli con familiari ed affettuosissimi modi intorno a tutte quelle verità che voleva rimanessero bene impresse nella loro mente. Prima poi di terminare il divino sermone, che era come il testamento che lasciar voleva ai suoi diletti discepoli ed a tutti i suoi seguaci, levando gli occhi al cielo in atto supplichevole, con il volto raggiante lo splendore della sua divinità: Padre, Egli dice, santifica questi miei discepoli nella verità. La tua parola è verità : io non prego solamente per questi, ma anche per coloro i quali per la loro parola crederanno in me: che siano tutti una sola cosa come tu sei in me, o Padre, e io in te: che siano anch’essi una sola cosa in noi; onde creda il mondo che tu mi hai mandato. Io ti prego, affinché siano una sola cosa come una sola cosa siamo noi; affinché siano consumati nella unità «ut sint consummati in unum» (Joan. XVII). La unità, risultante dalla verità e dall’amore scambievole, la unità nella verità e nell’amore, era ciò che Gesù Cristo pregando nell’assunta umanità domandava al Padre celeste, negli ultimi momenti della sua vita, poco prima di darsi nelle mani dei suoi persecutori, e dei suoi crudeli carnefici. E mentre dello amore che voleva regnasse fra i suoi discepoli presentava un tipo, un’esemplare tutto divino, cioè l’amore che Egli stesso porta a noi: ut diligatis invicem sicut ego dilexi vos; dell’unità parimenti che voleva regnasse fra i suoi, presentava un altro tipo od esemplare divino, cioè la consustanziale unità con il suo Padre celeste: ut omnes unum sint, sicut tu Pater in me et ego in te. Voleva insomma e domandava, che fra i suoi seguaci regnasse una unità cosi perfetta da rappresentare in qualche modo la perfettissima e divinissima unione che esiste fra lui ed il Padre; voleva che i suoi fedeli fossero una sola cosa per la reciproca unione tra loro e che fossero ancora una sola cosa per la costante unione col Padre e con lui; voleva e domandava che la perfetta uniformità di sentimenti e la intima unione di carità che regnar doveva fra i suoi fedeli fosse uno dei mezzi potentissimi per trarre il mondo alla fede, persuadendolo della verità e della santità della sua celeste dottrina e della verità della sua missione: Ut sint consummati in unum … ut credat mundus, quia tu me misisti. La preghiera del Divin Redentore non rimase e non poteva rimanere inefficace, come Egli stesso ce lo attesta (Joan. XI, 42). Sapeva bene che sempre era esaudito dal Padre celeste. La unità infatti nella verità e nell’amore fu sin da principio il carattere distintivo più ammirabile dei discepoli del Redentore: la moltitudine dei credenti, ci dice il sacro scrittore degli Atti Apostolici, era un solo cuore e un’anima sola.
Gli Apostoli erano più che mai solleciti di conservare e di custodire questa unità: Vi scongiuro, scriveva s. Paolo a quei di Efeso (Ephes. IV, 1, 2, 3, 4, 5), io prigioniero pel Signore che camminiate in maniera convenevole alla vocazione a cui siete stati chiamati, con tutta umiltà e mansuetudine, con pazienza , sopportandovi gli uni gli altri per carità, solleciti di conservare l’unità dello spirito, mediante il vincolo della pace. Un solo corpo (cioè corpo mistico di Gesù Cristo, che è la Chiesa, e un solo spirito, come siete stati ancora chiamati ad una sola speranza della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e per tutte le cose e in tutti noi. Scrivendo poi ai Filippesi (Philip. I, 27), diceva loro: Diportatevi come esige il Vangelo di Cristo; affinché o venga io e vi vegga, o lontano senta parlare di voi, siate costanti in un solo spirito, in una sola anima, cooperando per la fede del Vangelo. E scrivendo a quei di Corinto, diceva (Corinth. I, 10): Io vi scongiuro, o fratelli, pel nome del Signor Nostro Gesù Cristo che diciate tutti il medesimo e non siano scismi tra voi, ma siate perfetti nello stesso spirito e nello stesso sentimento.
Questa caratteristica di unità nella verità e nell’amore, che tiene compatto il corpo mistico del Divin Redentore, formato dalla moltitudine dei fedeli (che costituisce una delle note per le quali la cattolica Chiesa distinguesi dalle conventicole degli eretici e dei scismatici), fu e sarà sempre un mezzo potentissimo per condurre gli increduli ad abbracciare la vera fede. La sfolgorante evidenza di questo fatto sovrumano che solo si verifica nella vera Chiesa di Gesù Cristo, perché Gesù Cristo solamente, siccome lo aveva predetto (Joan. XII, 32), esaltato sulla Croce, dalla Croce trasse tutto a sé stesso, e trasfuse nella Chiesa e nel mondo quella unità, che più non vi si trovava, perché scissa dalla colpa, se qualche volta non basta a rammollire i cuori impietriti nel male, fu sempre bastevole a risvegliare l’ammirazione anche dei più scellerati. E mentre gli stessi tiranni allagavano la terra col sangue cristiano, erano costretti ad ammirare la unità, la carità e la pace che regnavano fra le vittime del loro furore ed a proporre questo fatto sovrumano come esempio da imitarsi, esclamando : Vedete come si amano fra loro i Cristiani!
Non vi è stato forse mai un tempo nel quale tanto si parlasse di unità, di pace e di amore scambievole, come se ne parla ai giorni nostri. Le grandi scoperte del nostro secolo, per le quali in modo sorprendente si sono agevolate e si vanno vie più agevolando le reciproche scommunicazioni fra i popoli, sembrerebbe che dovessero contribuire in modo nuovo e maraviglioso a costituire la vera unità nella umana famiglia. La civilizzazione che sembra prendere uno sviluppo e una estensione straordinaria inoltrandosi coraggiosa nelle regioni più barbare e selvagge, senza paventare né i dardi infuocati del sole dell’Africa, né le gelide regioni dei poli, porterebbe a farci credere che ormai la pace universale e l’amore vicendevole, stia per prendere esclusivo possesso di tutta quanta la umanità.
Con le parole e con i fatti, con le pubblicazioni che chiamansi scientifiche, con la facilità di propagare notizie, idee e teorie di ogni sorta per mezzo della stampa, con le grandi associazioni, che minacciano di assorbire tutto, con i congressi chiamati di pace, con le società cooperative e di mutuo soccorso e in mille altri modi, che sarebbe troppo lungo il solo enumerare, pare che ad ogni costo si voglia la sospirata unità e la pace universale.
In mezzo però a queste teorie chiamate umanitarie, si vede da un giorno all’altro aggirarsi più minaccioso che mai il demone della discordia. Gli odii e le nimistà regnano fra individuo e individuo, penetrano nel seno delle famiglie e prima le scindono poi le distruggono. I paesi , le città , le piccole e le grandi nazioni, sono dilaniati da mille diversi e fra loro avversi partiti, capitanati da uomini audaci o nelle loro idee ostinatissimi, ognuno dei quali pretende di essere il restauratore, il salvatore della languente umanità, e intanto non fa altro che mantenere e fomentare le intestine discordie, cercando gloria e innalzamento sulla rovina dei proprii simili. Nelle assemblee, nei gabinetti e sui troni si proclama la unità, si protesta di volere la pace; intanto però con una ansietà veramente febbrile si preparano armi ed armati, si allestiscono flotte ed eserciti, muniti di tali e tanti mezzi cosi formidabili di distruzione, che basterebbero a ridurre il mondo un cumulo di rovine, disertandolo dei suoi abitatori.
Questa palpabile contraddizione tra le parole ed i fatti, questa guerra fratricida, che ogni di si fa più minacciosa , sotto il mentito velo di menzognere promesse destinate a non altro che ad illudere e ingannare la misera umanità per meglio tradirla ed opprimerla; potrebbero forse recar meraviglia a chi non rifletta alla guerra accanita che ai giorni nostri si muove alla Chiesa cattolica, al suo Capo visibile il Romano Pontefice e al suo divin fondatore Gesù Cristo. È ormai , non solo inutile, ma è pure pericoloso lo illudersi : quelle orribili parole dettate dalla podestà delle tenebre, quel grido furibondo, che il popolo deicida fece risuonare nell’aria, sulle piazze e per le vie di Gerusalemme contro il mansuetissimo Redentore dicendo al preside della Giudea: Togli, togli, crocifiggilo (Joan. XIX, 15); si va ripetendo pur troppo con audacia del tutto nuova dalla giudaica setta massonica, anche in mezzo ai popoli cattolici.
L’odio il più accanito contro Gesù Cristo che covò sempre nel suo seno il giudeo ribelle e ostinato, passò e si trasfuse di generazione in generazione, e incoraggiato e nutrito nel corso dei secoli dalla indifferenza, dal mal costume, dalla incredulità e dalla apostasia d’indegni cristiani, irrompe ora più feroce che mai contro il Redentore divino e contro i figli della cattolica Chiesa. Quel popolo deicida, sebbene ramingo e disperso sulla superficie della terra, sotto il peso della terribile maledizione che invocò sopra sé stesso, allorquando disse che il sangue dell’innocente Gesù ricadesse sopra di sé e sopra i suoi figliuoli (Matth. XXVII, 25), rannodatosi sotto l’egida e nei covi della setta massonica, grida anche oggi contro Gesù Cristo: Togli, togli, crocifiggilo. E queste grida furibonde invece di trovare come un argine che le trattenga, trovansi incoraggiate da chi meno il dovrebbe. Sotto il mentito pretesto di tolleranza e di libertà si promuove l’apostasia dei popoli dal divin Redentore e dalla cattolica Chiesa. Si vuole sbandito il catechismo dalla scuola, si toglie fra i dispregi, con mano sacrilega, sin anche l’insegna della nostra santa religione, la Croce, dalla scuola, dall’ospedale, dai pubblici e privati edificii, sostituendola con emblemi pagani, con simboli della setta che combatte ad oltranza contro Gesù Cristo. Si vuole insomma l’individuo e la famiglia senza Dio, la scuola e la scienza senza Dio, un governo indifferente e perciò anche questo senza Dio, e tutto quello che ricorda Iddio, tutto quello che ricorda il divin Redentore si vorrebbe sbandito dal mondo, cancellato dalla mente e dal cuore dell’uomo. E per meglio riuscire nell’intento, i persecutori di Gesù Cristo e della sua Chiesa, adoprano ogni arte per seminare la discordia tra i veri credenti, procurando di staccarli dal centro visibile della unità, che è il Sommo Pontefice Vicario e rappresentante del Redentore. Mentre pertanto si proclama la unità, la pace, l’amore fra gli individui e fra i popoli, con pertinacia diabolica, con incredibile accanimento si tenta demolire e ridurre, se mai fosse possibile, in frantumi l’unico e vero baluardo dell’unità, dell’amore, della pace che esista sulla faccia della terra. Si vuole sbandito dalla umana società Gesù Cristo che solo può esser centro e ispiratore di unità, di pace e di amore nella umana famiglia.
In mezzo pertanto alle illusioni, alle aberrazioni, alle menzogne, agli errori di ogni sorta, che si vanno da ogni parte spargendo e che minacciano di scindere la famiglia e la società in modo da ridurla alla più degradante barbarie, si alza una voce potente e sapientissima, la voce del Vicario di Gesù Cristo, che dopo avere additati ai popoli cattolici i pericoli dai quali sono minacciati, le insidie dalle quali sono per ogni parte attorniati, gli esorta tutti alla recita del Santo Rosario, e ordina prima per un anno (1), poi per un altro anno (2), e quindi finché durano le attuali tristissime vicende (3) che il mese di ottobre sia consacrato al culto speciale di Maria Santissima , invocandola con la recita del Santo Rosario. Ma qui non hanno fine la sollecitudine e le raccomandazioni ardentissime del sapiente e pio Pontefice Leone XIII, per ottenere che sempre più si propaghi e si pratichi dai fedeli la recita del Rosario.
Nel 1886 avendo accordato un generale Giubileo, torna ad inculcare la recita del Rosario come mezzo efficacissimo a conseguire le divine misericordie, per la mediazione della Vergine (4). Nel 1887, non contento di far emanare un altro Decreto dalla S. C. dei Riti in virtù del quale la solennità del Rosario fu innalzata a rito doppio di seconda classe per tutta la Chiesa (5) a mostrare la sua speciale sollecitudine pei fedeli d’Italia, in mezzo ai quali trovasi, per divina disposizione, la Sede del Vicario di Gesù Cristo e la Capitale del mondo cattolico, scrive una affettuosissima lettera ai Vescovi di questa nazione, manifestando loro la fiducia che ripone nella pratica di questa sacra forma di pregare, per ottenere la cessazione delle gravissime presenti calamità, e inculcando la divozione già stabilita del mese di ottobre (6).
Finalmente nel 1888 ordinò che fosse emanato altro Decreto dalla S. C. dei Riti in virtù del quale viene esteso a tutta la Chiesa il bellissimo officio proprio del Rosario, che già da molto tempo recitavasi dai PP. Domenicani, e questo come un attestato di gratitudine verso la Vergine Santissima, come un atto di ringraziamento al Signore, per il mirabilissimo slancio di amore e di fede addimostrato da tutto il mondo cattolico nella fausta ricorrenza del suo sacerdotale Giubileo. Facendo al tempo stesso rilevare che considera e ritiene questa portentosa manifestazione, come frutto delle speranze riposte nel potentissimo patrocinio della Vergine invocata con la recita del Rosario, e come pegno di grazie maggiori che dalla pratica di esso ne deriveranno a pro di tutto il popolo cristiano (7).
A chiunque non abbia una giusta idea di questa sacra forma di pregare, che ormai da otto secoli si pratica nella cattolica Chiesa ; a chi non ponga mente alla singolare sollecitudine con la quale i Sommi Pontefici sempre la raccomandarono e ne inculcarono la pratica ai fedeli; potrà per avventura sembrare alquanto esagerata la fiducia che nella efficacia di essa ripone il Nostro Santo Padre Leone XIII, mentre propone e ordina la recita del Santo Rosario come rimedio ai mali presenti, e un mezzo per conseguire l’aiuto potente del Signore a soccorso della bersagliata Chiesa. Quei poi che sempre bestemmiano ciò che ignorano, non hanno lasciato di mettere in ridicolo la provvida disposizione del Sommo Pontefice, spregiandola come cosa insulsa e da non farne alcun conto.
I salutari effetti però già ottenuti, ed i maggiori che a buon dritto confidano di ottenere tutti i buoni cristiani, servono a meraviglia per disingannare i primi e per ribattere la ostinata perfidia dei secondi. Né potrebbe diversamente avvenire. Il Rosario in fatti guardato anche soltanto dal lato dei Misteri che in esso si ricordano e che vengono nel modo più facile proposti all’attenzione e meditazione di chiunque lo recita, servono mirabilmente a mantenere vivo il pensiero di ciò che ha fatto per noi il Redentore, di tutto ciò che si attiene alla di Lui venuta, nascita e permanenza nel mondo, ai dolori che ha per noi sofferti, alla sua morte acerbissima di Croce, alla sua risurrezione ed ascensione gloriosa, alla venuta dello Spirito Santo, alla parte che prese Maria Santissima nell’opera della nostra Redenzione, alla glorificazione di questa Augusta Madre del Redentore e insieme madre nostra pietosa.
Nei quindici Misteri del Santo Rosario trovasi compendiata la vita del Redentore medesimo, trovansi espresse in poche parole le grandi e sublimi verità di nostra fede, che il cristiano deve sempre tenere dinanzi agli occhi e meditare seriamente.
Sembra a primo aspetto assai poco ciò che intorno a Gesù Cristo ci dicono i Misteri del Rosario : riflettendo però attentamente, troveremo in essi compendiati ed espressi i più ammirabili e sublimi avvenimenti, che formano, per cosi esprimermi, le grandi linee dell’opera della Incarnazione del Verbo divino e della Redenzione del mondo. La Chiesa stessa nell’ordinare e nello stabilire le più grandi solennità, da celebrarsi nel corso dell’anno, allo scopo di tenere sempre viva nella mente dei fedeli la memoria della Redenzione, ci fa conoscere l’importanza grandissima dei Misteri del Rosario.
Ci fa conoscere quanto la meditazione di questi sia valevole a tenerci uniti al divino Maestro, che venne al mondo per raccogliere in un solo ovile la disgregata umanità, per infondere e mantenere nei suoi seguaci il vero spirito di amore, di unità e di pace, dichiarando altamente che chiunque non è con Lui è contro di Lui, e chiunque non raccoglie o riunisce con Lui, non fa altro che disgregare e disperdere (8).

(1) Encicl. Superiori anno, 30 agosto 1884.
(2) Encicl. Supremi Apostolatus, 2 settembre 1883.
(3) Decreto Urbis et orbis, 20 agosto 1885.
(4) Decreto Urbis et orbis, 20 agosto 1886.
(5) Decreto Urbis et orbis, 11 settembre 1887.
(6) Lettera ai Vescovi d’Italia, 20 ottobre 1887.
(7) Decreto Urbis et orbis, 5 agosto 1888.
(8) Lucæ, 11-23.

Fonte : Il Rosario. Memorie Domenicane, Anno Sesto – 1889, Ferrara, pp. 193-200.
Testo raccolto da Giuliano Zoroddu
Fonte immagine: L. Devò, Madonna del Rosario,1724 (fonte beweb.chiesacattolica.it)

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