Sintesi della 667° conferenza di formazione militante a cura della Comunità Antagonista Padana dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano, non tenuta in seguito alla chiusura dell’Ateneo a causa dell’epidemia di Coronavirus, preparata nella festa di Madonna del Rosario (7 ottobre2021) e postata nella festa di Santa Teresa d’Avila (15 ottobre 2021). La conferenza audio numero 666 è in fase di preparazione. Relatore: Silvio Andreucci (testo raccolto a cura di Piergiorgio Seveso).

“Terzo Reich”, l’ opera probabilmente più nota di Moeller van den Bruck(1875-1925), non fu che il titolo di un libro…ancorché richiami suggestivi pongano quest’ opera in relazione con il nazionalsocialismo(lo stesso Fuhrer pur non avendo avuto un intenso rapporto con Moeller che si spense nel 1925 non mancò di strumentalizzarne l’ opera). Non un progetto di regime politico strictu sensu, ma semplice titolo di un libro(1). D ‘altronde la forma moelleriana del “Terzo Reich” è molto più facilmente caratterizzabile per ciò che nega (liberalismo, democrazia plutocratica, regime parlamentare) che non per ciò che in positivo afferma.

In “Terzo Reich” Arthur Moeller (divenuto Moeller van den Bruch in seguito all’ aggiunta del cognome della madre) esprime compiutamente la sua visione di ” rivoluzione conservatrice”, una categoria del politico introdotta dallo storiografo Armin Mohler per caratterizzare la galassia della cultura politica tedesca che segnò la Repubblica di Weimar.

In qualche modo, la “konservative Revolution” contribuì a delineare un’ “ideologia tedesca” alternativa e antagonista al liberal-capitalismo e al marxismo. Chi intendesse rintracciare un legame di continuità tra ” konservative revolution” e nazionalsocialismo compirebbe un errore storiografico di portata non trascurabile. Non mancarono certo responsabilità personali, né teorici della “konservative revolution” che ravvisarono nel nazionalsocialismo una palingenesi rispetto la dozzinalita’ e decadenza in cui si era avvilluppata la temperie della repubblica di Weimar, ma in ogni caso i “rivoluzionari conservatori” mantennero un margine di autonomia culturale e ideologica(3) rispetto al regime hitleriano.

Furono aspetti estranei e presto rifiutati da Moeller il paganesimo spinto, il razzismo biologico, la direttrice marcatamente antimoderna, reazionaria, antistorica che permearono il nazismo. Al di là del comun denominatore del rifiuto del liberalisimo e della democrazia, le analogie tra “konservative revolution ” e ” nazismo” non vanno spinte oltre.

Secondo Marcello Veneziani, la genesi storica del termine ” Rivoluzione conservatrice” non sarebbe da ascrivere all’ ideologia italiana, ma a quella tedesca; la nazione tedesca precedette quella italiana nell’ uso consapevole del termine. Infatti, questa forma del politico si sarebbe affermata nella temperie compresa tra il 1918 e 1932, e due ben note opere ne rappresenterebbero gli argini: ” Tramonto dell’ Occidente” di O.Splenger (1918) e “Operaio” di E.Junger (1932).

Confrontando la storia nazionale contemporanea italiana e quella tedesca, avvertiamo una sorta di contrasto tra “proteron” e “usteron” .Per quanto riguarda la definizione del concetto di ” Rivoluzione Conservatrice”, infatti questa forma del politico si è affermata prima in italia, affondando le radici nel Risorgimento, e, tuttavia, la nazione tedesca rivendica la genesi storica del termine(4).

Inoltre, pensando alle fasi salienti della storia nazionale italiana e di quella tedesca a cavallo tra 800′ e 900′, possiamo costatare che in Germania si è assistito all’ antagonismo e all’ alternanza tra “governi conservatori” e ” governi rivoluzionari” , invece in Italia all’ epoca non si configuro’ una vera e propria dicotomia tra la forma della ” rivoluzione” e quella della ” conservazione”, ma piuttosto una convergenza, nello stesso Risorgimento, che ha conciliato la ” Rivoluzione” rifiuto dell’ autorità, segnatamente di quella divina ed ecclesiastica) e la “Conservazione”( restaurazione dell’ ordine politico su basi liberali e laiche).

Anche la Francia conobbe la sua temperie di “Rivoluzione Conservatrice”. Brasillach, Bardeche, Drieu la Rochelle, Celine, De Man, Rebatet furono solo alcuni degli esponenti ed è inoltre possibile rintracciare affinità rispetto alla concezione di Moeller(rifiuto della democrazia parlamentare, rifiuto del primato del ” regno della quantità, dello stile di civiltà borghese, etc).

“Das Dritte Reich”, tradotta in italiano per l’ edizione Settimo Sigillo con il titolo ” Terzo Reich” è sostanzialmente un’ opera di filosofia politica; ogni capitolo è dedicato a una determinata forma del politico e le forme analizzate sono otto: rivoluzionaria, socialista, liberale, democratica, proletaria, reazionaria, conservatrice e ” erzo Reich”(“Reich” è un termine la cui genesi è rintracciabile nella teologia luterana e significa ” sacro”, ma Moeller ritrascrive il termine in ambito politico con connotazioni evidentemente immanentistiche).

Il “Terzo Reich” si afferma come superamento e inveramento delle forme precedentemente analizzate. Ma Moeller non delinea una filosofia della storia progressista, lineare o rettilinea, ma al contrario si tratta di una visione a spirale in cui, in ultima analisi, le forme antitetiche, il “conservatore” e il “rivoluzionario” convergono e si riconciliano in una sorta di “conversum”(5). La filosofia della storia moelleriana non ha dunque il carattere di un processo di estensione verso un ” escaton”, ma piuttosto di una conversione “ad principium”, del ” punto omega” (rivoluzione) che si riconcilia e salda con il “punto alfa” (conservazione).

La dicotomia categoriale destra-sinistra è assolutamente inadeguata alla penetrazione della visione politica moelleriana; il tipo del ” conservatore”(destra) si riconcilia con il tipo del “rivoluzionario” (sinistra); al pari degli esponenti della “Rivoluzione conservatrice” italiana (Panunzio, Soffici, Costamagna, Oriani, d’ Annunzio, etc) Moeller non si definì mai né di “destra” nè di ” sinistra” e piuttosto la sua visione mirò alla ricongiunzione dei due estremi.

Il “conservatore” deve forse espungere in blocco la “modernita’”? Esiste identificazione tout court tra “conservatorismo” e “antimodernismo”?

Oppure, al contrario, è possibile rintracciare in quel processo tortuoso che noi definiamo ” modernità” qualche aspetto degno di essere proseguito?

La modernita’, nel suo carattere definitorio primo, è sorta come sovversione contro il Trono e l’ Altare, contro l’ autorità divina e quella umana (la Rivoluzione dell’ 89′ , ispirata agli ideali di emancipazione dell’ Illuminismo è il caso più paradigmatico). La direttrice della “modernità” sembra identificarsi tout court con il fatto rivoluzionario stesso, con l’ istanza rivoluzionaria; J. De Mainstre ben ne fu consapevole, al punto da affermare che la Restaurazione non può consistere in una” rivoluzione al contrario” bensì in una controrivoluzione.

La modernità ha partorito i due monstra , il liberalismo e il collettivismo, distruttori della visione comunitaria e organica che aveva permeato il Medioevo. Il liberalismo, fondato sull’ assunto che l’ individuo precede la comunità, conclude all’ atomismo sociale disgregatore. Il collettivismo bolscevico si configura come una sorta di ” comunitarismo” artificioso, forzato e astratto; esso nasce sul  terreno stesso del liberalismo( tanto che taluni hanno paragonato il liberalismo e il collettivismo a due fratelli che si odiano a morte) .Il bolscevismo, e più in generale il marxismo, dissolve l’ individuo nella materia sociale, distrugge l’ idea di comunità intesa come complesso di quei vincoli culturali, sacri ed etnici che permeano i popoli, preesistono alla nascita individuale, a  rigore accomunano i defunti, i viventi e i nascituri.

In definitiva, il collettivismo non oltrepassa la visione di società come sommatoria di individui atomizzati.

Ma questo costituisce indubbiamente il tratto che differenzia la concezione di Moeller dallo spirito puramente reazionario. Il compositore di ” Terzo Reich” crede possibile salvare un momento positivo, partorito dalla stessa modernità, forse preesistente al mondo moderno, ma che su questo terreno ha avuto la spinta decisiva per la sua affermazione: l’ idea di “nazione”.

Il vincolo di comunità che accomuna gli individui non va dunque rintracciato in una tradizione primordiale, né nei vincoli di sangue, ma appunto nella nazione.

Secondo Moeller , dunque la modernità non va respinta in toto, occorre enucleare e salvare in essa l’ idea di “nazione” e le mele marce sono rappresentate dallo spirito del liberalismo che rende l’animo gretto e borghese e produce disgregazione, dal democraticismo e dalla visione materialista della vita.

Il momento nazionalistico si è certamente affermato anche con il trionfo della Rivoluzione dell’ 89′, poi proseguita nell’ edificazione dell’ Impero Napoleonico. Tuttavia, l’ideologia giacobina, permeata di sensismo, di Illuminismo, di materialismo ha contribuito a deteriorare il nazionalismo francese. A giudizio di Moeller, il nazionalismo tedesco è molto più sano di quello francese, dal momento che il primo è fondato su una visione romantica, spirituale, che aspira a porsi per gli altri popoli come modello di ” cultura” e non di semplice ” civilizzazione”, invece il secondo è inficiato e deteriorato dal materialismo; l’anima tedesca aspira dunque all’ universalismo, a porsi come modello di cultura universale per tutti i popoli, invece l’ impostazione culturale francese è votata al cosmopolitismo astratto, all’ egualitarsmo che livella , che fonde i popoli, che distrugge tradizioni peculiari e radici.

Tanto conviene all’ anima tedesca l'” esprit de finesse” quanto a quella francese il sensismo e l’ ” esprit de geometrie”(6).

Non è possibile per il compositore di “Terzo Reich” pretendere di professarsi al contempo liberali e nazionalisti ; innervandosi nella cultura dei popoli, il liberalismo inevitabilmente conduce alla loro deriva, allontanandoli da radici e tradizioni e avviluppandoli in un gretto spirito borghese e mercantilista. Scrive il Balistrieri” Moeller ignora la valenza nazionale insita nel liberalismo, o meglio non la ignora ma la attribuisce esclusivamente agli inglesi, che ne sono gli inventori .Liberalismo e nazionalismo possono per Moeller solo là trovare un collegamento, dove già effettivamente si trovano d’ accordo nel Volkgeist”(7). 

È in ultima analisi la fusione di liberalismo e nazionalismo nello spirito degli inglesi , ciò che avrebbe storicamente originato l’ imperialismo inglese, l’ affermazione della nazione inglese su tutte le altre.

In alcun modo per Moeller il liberalismo può avere valenza universale; saldandosi con la cultura nazionale inglese ha generato la forma dell’ imperialismo, invece nella misura in cui contaminasse le altre culture nazionali produrebbe esiti disgregatori, regressivi e distruttivi.

La decadenza dell’ Occidente, che Moeller dipinge a tratti che inevitabilmente rievocano la nota opera di O. Splenger,” Tramonto dell’ Occidente”, la deriva stessa dell’ idea di ” Occidente” in ” Occidentalismo, non sono dunque dovute all’ avvento della modernità (in cui è possibile salvare l’ idea di “nazione”), ma al dispiegarsi dello spirito liberale(7).

Moeller non rifiuta a priori la categoria del cosiddetto “imperialismo”, ma qui per comprendere bene la sua prospettiva occorre avere cognizione della differenza tra due categorie ricorrenti nella sua opera, cultura” e ” civilizzazione”. 

Il compositore di ” Terzo Reich” auspica un assetto di nazioni europee sovrane, sotto l’ egida culturale della Germania. 

L’ imperialismo anglosassone è negativo, mira allo sfruttamento delle risorse dei paesi colonizzati, non propone “Kultur”, ma soltanto “Civilisation”, cioe’ imposizione del proprio modello culturale e sradicamento delle culture autoctone dalle proprie tradizioni.

Al contrario, l’ egemonia tedesca è benefica, è proposta del proprio modello culturale, non imposizione, né mero sfruttamento economico.

Man mano che Moeller accresceva il proprio livore critico verso l’ Occidentalismo, verso la perdita del sacro causata dall’ incedere del liberalismo che rischiava di portare il continente sull’ orlo di quella ” finis Europae” di cui parlava un esponente italiano della ” Rivoluzione Conservatrice”, Adriano Tilgher, accoglieva con favore la prospettiva di una ” salus ex oriente”.

Di qui un atteggiamento progressivamente russofilo, la passione per Dostoevskjj, di cui esaltava la Rivoluzione Spirituale contro l’ Occidente sempre più disperato di senso. 

Moeller considerava l’ autore di Delitto e castigo” un vero e proprio “Rivoluzionario conservatore” e anzi affermò di aver imparato da Dostoevskij stesso l’ espressione conservatrice.

Dostoevskij dunque attuò una Rivoluzione dello spirito, fu rivoluzionario per amore della tradizione, per un’ istanza appassionata di restaurazione di valori sacri.

In Dostoevskij “si configuravano le linee della rivoluzione conservatrice: l’ idea di una cultura nazionalpopolare, il disegno di una terza via oltre il progressismo degli occidentaisti e il conservatorismo degli slavofili, lo spiritualismo e la riflessione sul nichilismo(8)”.

Al pari di F.W.Nietsche, Dostoevskij tematizzò il fenomeno del “nichilismo” con valutazione di segno diametralmente opposta.

Nonostante la russofilia di Moeller fosse di ascendenza letteraria e non politica (maturo’ infatti durante il suo soggiorno a Parigi e gli fu trasmessa dallo scrittore russo Dimitri Merezkovskji) egli guardava con favore alla prospettiva geopolitica di una “Mitteleuropa”: un’egida tedesca in Europa che mirasse ad un’espansione verso Est, senza oppressione dei popoli slavi, e culminasse in un’alleanza strategica con la Russia(9).

Nonostante l’ ammirazione appassionata di Moeller per Dostoevskij, le analogie tra i due scrittori non vanno spinte oltre il lecito; Dostoevskij aveva sempre lo sguardo rivolto al cielo e alla Trascendenza, voleva realizzare in terra valori trascendenti; invece il compositore di Terzo Reich, pur non essendo irreligioso, collocava la propria rivoluzione conservatrice in una dimensione molto piu orizzontalista e secolare

La modernità, come ho rimarcato precedentemente nel corso della conferenza, nasce nel segno della Rivoluzione, eppure l’ opzione di Moeller, e del resto di tutti i teorizzatori della ” konservative revolution”,è quella di non demonizzare il fatto della Rivoluzione in se stessa. Altrimenti, non vi sarebbe percorso alternativo che quello di un atteggiamento reazionario sterile, arenarsi quindi sul binario morto di un’ utopia archeologica…gli è che il processo della Rivoluzione, l’istanza rivoluzionaria, l’ anelito rivoluzionario e’ attraversato da un’ eterogenesi dei fini.

La “rivoluzione per la rivoluzione” ,concepita come telos, e non già come metodo, in ultima analisi, finisce per smarrire la materia stessa delle proprie negazioni, sovversivismo non più orientato teleologicamente…anche il ribelle più incallito contro l’autorità e qualsivoglia ordine deve prendere atto.

La rivoluzione paradossalmente è ” vittoriosa”, quando si spegne per lasciare il posto alla restaurazione di un nuovo ordine. Per la ” rivoluzione conservatrice” , l’ anelito rivoluzionario è destinato a cedere il passo a quello restauratore dell’ autorità.

Moeller, dunque, come tutta la galassia della”konservative revolution”, valorizza il fatto rivoluzionario come metodo.

Attraverso il conato rivoluzionario, la civiltà si depura dei detriti, degli aspetti cadaverici, del conformismo borghese, per conservare la carne viva, per recuperare nuova vitalita’ .Poi subentra un ordine basato su valori forti. Per Moeller non si tratta tanto di restaurare la tradizione, o di ricrearla ex novo, quanto di ricollocarsi e ricongiungersi, riconciliarsi con essa.

L’ autore del Terzo Reich invece non accetta la ” rivoluzione” intesa come forma mentis o disposizione permanente, perché non può che essere aporetico un anelito rivoluzionario fine a se stesso ,senza presupposto di un’ aspirazione a una riscoperta di valori.

Perfino la rivoluzione bolscevica, peraltro permeata da un’intrinseca contraddizione tra materialismo e spirito rivoluzionario, dopo la fase di esordio internazionalista, è culminata in una nuova forma di autocrazia, pur calata in un contesto immanetista e ateologizzato.

D’ altronde, nella temperie stalinista, l’ Unione Sovietica ha pur sempre rintacciato un legame con la tradizione, pur trascritta nel contesto di un’ utopia secolare; e sul piano geopolitico, l’Unione Sovietica in fondo non ha ricoperto sul piano geopolitico un ruolo molto differente da quello che ricopriva al tempo dell’ autocrazia zarista.

È possibile rintracciare in questa visione moelleriana rivoluzionaria- conservatrice accenti costanti presenti nell’ opera dei principali esponenti della ” rivoluzione conservatrice” italiana; nel più solido ideologo nazionalista italiano, Alfredo Rocco, che ricompose in un’ integrazione nazionale fermenti sociali e rivoluzionari, in Angelo Olivetti, secondo cui la “rivoluzione è un meraviglioso fenomeno di conservazione, distrugge le forme e salva la vita”, in Sergio Panunzio che definì il fascismo ” rivoluzione conservatrice” strictu sensu, nel primo Cantimori che ebbe il merito di divulgare in Italia l’ esperienza culturale della ” konservative revolution” tedesca cui dedicò studi approfonditi. La scuola elitista, di cui Pareto, Michels e Mosca furono i più esimi esponenti, si avvicinò per non pochi aspetti alla visione di Moeller, soprattutto in merito alla fallacità’ e aporeticità del concetto di ” rivoluzione permanente”e la necessita’ di ogni rivoluzione di confluire in un ordine autoritario.

Il nostro Augusto del Noce, inoltre, pur non avendo avuto un approccio approfondito del pensiero di Moeller, si appropriera’ della categoria di ” eterogenesi dei fini”, riferita al fatto rivoluzionario(10). 

Infine, durante gli anni Settanta la “Rivoluzione conservatrice” di Moeller, segnatamente la sua principale opera” Terzo Reich”, in cui il nazionalismo ha fondamenti culturali e spirituali, non etnici né razziali(11), sarà costante punto di riferimento per i circoli nazionalrivoluzionari tedeschi della ” Neue Rechte” e da essa trarrà suggestioni anche la debenoistiana “Nouvelle Droite”

“Terzo Reich” di Moeller Van den bruck è un’opera che indubbiamente non intende rifiutare tutto il tortuoso e complesso processo della “modernità”, di cui salva in chiave di valutazione positiva l’ idea di “nazione”; è altresi un’ opera che contiene inequivocabili segnali d’ allarme sulla ” cultura della crisi” che aveva interessato la Germania durante la pur effimera Repubblica di Weimar e sul liberalesimo, foriero di decadenza e disgregazione sociale. Questa decadenza, a giudizio di Moeller, era stata partorita dalla pseudo rivoluzione del 9 novembre 1918 , che non aveva segnato il trionfo degli ideali di “patria” e ” comunita”, ma la resa incondizionata della Germania alle potenze vincitrici della ” Grande Guerra”.

Dovrebbero oggi leggere accuratamente ” Terzo Reich” i nostrani odierni rappresentanti della ” destra bluette”, che hanno completamente perso di vista la possibilità di una “destra culturale” comunitaria , e non oltrepassano con i loro cinismo il perimetro di una terminale “destra economica”

È un’ opera peraltro non scevra da chiaroscuri e aporie.

Il luogo della patria e della comunità può essere identificato strictu sensu nello stato nazionale accentrato? Oppure anche le realtà locali, le ” patrie carnali” possono costituire un punto di riferimento fondamentale per coloro che intendano salvaguardare una visione identitaria, comunitarista, solidaristica e antieconomicista? Lo stato nazionale accentrato non è forse interessato da molte tare, di cui la principale è un processo di elefantiasi burocratica? Auspico naturalmente il margine del più libero dibattito possibile su queste due tematiche

Note

(1) Cfr. Giuseppe Balistrieri,”Moeller van den Bruck”,in “I conservatori da Edmund Burke a Russell Kirk”, a cura di Gennaro Malgieri, Il Minotauro, Roma, 2006,p.138:”Il Terzo Reich di Moeller van den Bruck tutto si può considerare tranne che la piattaforma culturale- politica o la Weltaschaung del nazionalsocialismo”

(2) Cfr. Giuseppe Balistrieri,”Moeller van den Bruck, cit., p.137. Comunemente,si designa come forma della “rivoluzione conservatrice” o della “corservazione rivoluzionaria” la galassia di intellettuali di Destra polemici verso la decadente repubblica weimeriana che avrebbero in senso gramsciano conseguito l’ egemonia culturale

(3) Infatti durante il regime hitleriano gli intellettuali della ” konservative revolution” rimasero per lo più estranei, anzi non furono rari i casi in cui furono perseguitati o messi a tacere dal regime, con una sorte analoga a quella di Otto Strasser e dei ” nazionalbolscevichi”

(4 )Cfr. Marcello Veneziani, “La rivoluzione conservatrice in Italia”, Sugarco, Milano,1989, p. 15 la ” konservative revolution” non va assimilata peraltro né al ” Kulturpessimismus”, né alla ” filosofia della crisi” perché queste due ultime posizioni sono molto più reazionarie e antimoderne

(5) Cfr. Giuseppe Balistrieri,”Moeller van den bruck”, cit., p.141

(6) Alla civilta’ francese corrisponde la tipologia del ” dubbio”, a quella americana la ” volontà”, a quella inglese ” il senso comune”, a quella tedesca la ” Weltaschaung”, a quella russa l’ ” anima”.

(7) Cfr. Giuseppe Balistrieri, “Moeller van den Bruck”,cit.p. 146

(8)Marcello Veneziani, La Rivoluzione conservatrice in Italia,cit.p.16

(9) In merito a questo tema ricorderemo che l’ organizzazione nazional- bolscevica tedesca caldeggiava l’ alleanza strategica tra la Germania e la Russia, mentre il leader bolscevico Karl Radek era favorevole a una convergenza tra Germania e Unione Sovietica in funzione anti occidentale

(10) è nota la tesi di Augusto del Noce secondo cui ogni rivoluzione consegue l’ effetto di dissociare una nazione europea dall’ assetto e riservarle una posizione egemone.In tal guisa, paradossalmente il”suicidio della rivoluzione” la rende vittoriosa e non ha senso il concetto di “rivoluzione tradita”

(11) Cfr. Matteo Luca Andriola, ” La Nuova Destra in Europa”, Paginauno, Vedano al Lambro, 2019, II edizione riveduta, p. 215

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