Volentieri offriamo ai lettori questo interessante estratto da Il Governo di sé stesso. Le grandi leggi psicologiche (saggio di psicologia pratica), del Padre Antonino Eymieu. 


Quale ideale scegliere e come amarlo? Quale scegliere. a) Innanzitutto bisogna che esso non contrasti al destino e alle attitudini: poiché in tal caso, non rappresentando più la Verità, non è un ideale, ma una contraffazione di esso. Se è in contrasto col destino, con ciò stesso non è il bene – quel che conviene all’essere – che ne è lo scopo; ma il piacere, e si tratta quindi di una passione malsana e malefica. Inutile portare esempi: il mondo ne è pieno. Se è in contrasto con le attitudini individuali, per ciò stesso avvicinarglisi significherebbe violentare le proprie inclinazioni naturali, deformare o contraffare sé stessi, e quindi sminuire la propria personalità, divenire meno sé stessi, meno veri e quindi meno forti e meno buoni. Tali sono gli uomini che vogliono darsi grazie femminee o le donne che sognano d’apparir virili. Gli uni finiscono con l’effeminarsi, col pretesto di ingentilirsi; le altre, per divenir virili, divengono in realtà laide: gli uni e le altre cadono nel grottesco e nell’odioso. L’uomo e la donna posseggono la stessa natura specifica, ma le loro inclinazioni ed abitudini divergono. Pari nel destino e quindi nel dovere, non lo sono né possono esserlo nella «maniera»[1], come direbbe il principe d’Aurec. Solo perché ammiriamo di più quello di cui siamo incapaci, l’uomo ammira «la maniera» della donna, e viceversa, donde la tentazione di imitarsi a vicenda[2]. Ammirino finché vogliono, ma non si imitino, perché non possono imitare l’uno dell’altro, se non i difetti[3]. E la cosa è chiara: poiché difetto è mancanza di equilibrio, nulla di più semplice che il conquistarlo, mentre una qualità è armonia vivente, per possederla, occorre viverne: ora si vive solo con ciò che è noi stessi. Quanto è di buono in un fiore che si apre, gli viene dalla linfa. La rosa bianca può imitare il fulgore, la freschezza, il profumo della rosa rossa solamente espandendosi com’essa nella pienezza della sua linfa; ma ciò equivale appunto a differenziarsene il più possibile nei particolari; si rassomigliano solo nel bottone o quando sono appassite. Così anche, per portare un altro esempio – gli esempi del resto, ci sono a iosa – il Lacordaire che ha fatto così meravigliosi discorsi ne ha suscitato dei miserandi nell’esercito di oratori che hanno assunto il suo metodo come proprio ideale d’eloquenza, a dispetto delle proprie disposizioni. E quanti scrittori, musici, poeti falliti sarebbero stati buoni se non avessero commesso il medesimo errore nella scelta dell’ideale! Quanti avrebbero vissuto più felicemente e utilmente se non avessero sbagliato vocazione! […]

Né basta che l’ideale non contrasti al destino e alle attitudini, perché non basta che sia la verità: deve essere anche, come abbiamo detto, la verità-limite.

b) Bisogna dunque che sia la verità piena dell’essere, non solamente conforme, ma adeguata all’orientamento del destino suo e delle sue disposizioni. Se non è necessario che esprima direttamente il destino umano in uno dei suoi molteplici aspetti, i diritti di Dio, i bisogni dell’uomo, l’insufficienza delle creature, ecc. – bisogna almeno che rappresenti l’equivalente di queste formule. Così, per esempio, l’amore ardente del dovere, o meglio ancora l’amore ardente di Gesù Cristo, è un eccellente ideale, tanto ampio da abbracciare e sostenere tutti i particolari della vita. L’ideale infatti deve essere vasto, non vago: anzi ammirabilmente limpido e preciso; poiché ci dobbiamo orientare verso di esso e tutto giudicare alla sua luce: non complicato, bensì il più semplice possibile nella sua formula, come diremo tra poco, e nella sua concezione; poiché è l’idea surrogante e cristallizzante in cui tutte le altre si coordinano, si riassumono, si semplificano; – ma deve essere vasto nella sua comprensione, perché deve essere la verità piena rispondente a tutti i particolari dell’essere, la verità-limite che conferisce uno scopo allo sviluppo di tutte le attività. Obbedendogli, bisogna che l’uomo sia sempre più vero, vale a dire più sé stesso – null’altro che sé stesso, mediante la soppressione dei propri difetti, ma tutto sé stesso, mediante la piena espansione del proprio essere[4]. Ma in tal caso non basta neppure più che sintetizzi i bisogni specifici e risponda al destino: bisogna anche che riassuma le tendenze individuali e risponda alle attitudini[5], e in particolare che ne svolga la migliore e più energica espressione, cioè la qualità dominante. Bisogna che spinga questa qualità al colmo della sua perfezione: ne risulterà più forte e nello stesso tempo più vero, poiché la forza di un uomo consiste soprattutto nella sua qualità dominante, cioè in una dote singolare. Ci è impossibile spiccare in ogni cosa, far progredire in modo sensibile i nostri sforzi su tutta la linea: né del resto è necessario, perché tutte le qualità sono collegate fra loro, e precedendo l’una, le altre seguono. L’importante è dunque di spingerne una, non ad esclusione delle altre, ma precedendole, in modo da fame un capofila, che, pur restando nell’ordine, esce dell’ordinario: questo è il metodo di scelta atto a dare tutta la misura della propria energia utile[6]. Bisognerebbe, per quanto è possibile, che l’ideale rispondesse nel medesimo tempo alla qualità prediletta: poiché esso non è solamente il vero, ma anche il bello e il bene, non deve essere solamente ragionevole, ma anche seducente. Del resto le attrattive rispondono in genere alle attitudini e normalmente la qualità dominante è, per ciò stesso, la preferita: ad ogni modo, può esserlo. Nella realtà il vero, il bello, il buono si confondono, e poiché l’ideale bene scelto rappresenta la verità-limite di un essere, ne rappresenta anche il bello e il buono perfetti: non manca altro che fargli vedere, atteggiare la realtà stessa in modo che i suoi vari aspetti abbiano brillato sotto lo sguardo dello spirito. In pratica, se è sottinteso che l’ideale non nasconde il dovere o i sacrifici, ma al contrario li addita nella piena luce, è però essenziale che lo faccia sempre in una forma seducente, concentrando sui sacrifici il riflesso di una meta appassionatamente amata. Il vince te ipsum (trionfa di te stesso), il pati et contemni (soffrire ed essere disprezzato), il pati aut mori (soffrire o morire), potranno convenire come ideale solamente a nature veramente prese dalla «follia della croce» e queste son rare; credo poi che l’abstine et sustine (astienti e sopporta) degli stoici non sia mai convenuto a nessuno. Riassumendo, non basta che l’ideale non contrasti alle attitudini o al destino; bisogna pure, perché svolga tutta la sua efficacia, che risponda positivamente al destino e alle disposizioni, essendo abbastanza ampio da abbracciare tutti i particolari dell’attività umana. Occorre soprattutto che svolga la qualità dominante e presenti il dovere, anche austero, sotto una luce che lo faccia amare. Sarà così, al massimo grado, il vero degno di attirare l’attenzione dei nostri pensieri, il bello degno di suscitare l’affetto del nostro cuore, il bene a cui le nostre azioni ci accosteranno sempre più. Di modo che potremo espanderci in tutte le realtà del nostro essere e giungere all’ideale con tutta la nostra anima. E bisogna potervi giungere con tutta l’anima, fare ciò, perché l’ideale sarebbe zero, se non fosse tutto.


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[1] Il principe d’Aurec (nel dramma di H. LAVEDAN, Calman-Lévy, 1894, p. 136) dichiara che saprà «morire da principe». – «Non già meglio di tutti noi», grida un plebeo. – «C’è la maniera!» risponde il principe.

[2] Ma la tentazione è generalmente combattuta dall’istinto, il quale – se ci fa ammirare (ad mirari) negli altri quel che ci meraviglia e di cui siamo più incapaci – ci fa ricercare per noi quel che meglio ci conviene. Così in generale l’uomo preferisce per sé la forza alla bellezza, mentre la donna preferisce la bellezza alla forza, così nel mondo fisico come in quello morale. In quest’ultimo, si tratta di una semplice questione di grado o di prevalenza, conducendo la forza alla bellezza e viceversa; la virtù infatti è nel medesimo tempo una forza (virtus) – espansione vitale dell’essere e una bellezza, perché armonia (dicevano i greci con il prefisso sanscrito ar, passato in quasi tutte le lingue unito ad un’idea armonica, di adattamento, di bellezza essi chiamavano pure la virtù «quel che è bello e buono».

[3] Molte femministe esagerate lo provano all’evidenza, appunto perché non v’hanno fatto attenzione.

[4] In ciò consiste la vera differenziazione: per essere eminente, bisogna essere distinto dagli altri, la qual cosa si ottiene essendo sé stessi, esclusivamente e completamente.

[5] In realtà il destino di un essere corrisponde alla sua attività e questa alla sua natura, poiché la natura è stata creata per l’attività e l’attività per il destino. La natura però possiede la sua maniera specifica di essere, di esistere oggettivamente in ogni individuo: ne segue che per ogni individuo si dà anche una maniera personale di svolgere la medesima attività e di tendere al medesimo destino generico. L’ideale non rappresenterebbe la verità integrale se non badasse a questa maniera. La quale in sostanza risulta dalle attitudini.

[6] Il TAINE espone (Correspondance, II. Rachette, 1904, p. 140 e seg., lettera del 25 luglio 1856) un’opinione analoga a proposito della letteratura. «Io credo che un genio consiste in un complesso di qualità ordinarie, più una o due facoltà straordinariamente sviluppate». La storia della letteratura, delle arti, della politica ecc., potrebbe fornire numerose conferme. – Per quanto «sviluppata» sia la qualità dominante, non c’è alcun pericolo da temere, purché rimanga nei limiti «dell’ordine», come abbiamo già detto, vale a dire adattata a tutta la verità dell’essere e delle circostanze: cioè purché rimanga vera e non divenga un difetto. La letteratura moderna ha applicato meravigliosamente la nostra teoria della qualità dominante, acquistando con ciò la sua caratteristica potenza, ma ha purtroppo negletto la necessità dell’ordine, la gerarchia delle facoltà, di cui parla il p. LONGHAYE, (Théorie des Belles-Lettres, Retaux), così ben rispettata dalla letteratura classica: per questo tale potenza dei contemporanei è morbosa, di una morbosità epidemica che la rende malefica all’equilibrio spirituale. L’ideale consisterebbe nel ricavare dai classici e dai moderni gli elementi migliori, giungendo alla potenza nell’ordine: credo che il metodo sia saggio, e non solamente in letteratura.


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