Ritorniamo sul tema della cosiddetta “estate calda” della Tradizione, l’estate del 1976 “infuocata” dal conflitto pubblico tra Mons. Lefebvre e Paolo VI, per come lo vide l’intellettuale “cattolico” Jean Guitton, primo uditore laico al Concilio Vaticano II, intimo confidente di Paolo VI. Già avevamo riportato il testo del colloquio privato tra mons. Lefebvre e Paolo VI (QUI) integrato con la versione dei fatti del vescovo di ferro. In questo articolo, “Paolo VI segreto – Le tribolazioni di un Papa” a firma di don Angelo Citati, tratto dalla rivista “La Tradizione Cattolica” n. 2 (75), 2010), invece, troviamo le confidenze del Papa al noto filosofo francese, con varie citazioni dal libro di questi, “Paolo VI segreto”. In esso, il Paolo VI “mesto”, “malinconico”, “pacato”, come sempre lo si è visto descrivere, scompare al punto da far dire al Guitton “per la prima volta lo sento parlare da Papa. (…) Mi spaventa stare solo con lui”.
Grassettature nostre.
Aurelio Martino Sica

Meriterebbe di essere riportata per intero la parte del colloquio del 9 settembre 1976 in cui Guitton e Paolo VI parlano di Mons. Lefebvre e dell’affaire Ecône (all’argomento è dedicato quasi tutto il capitolo tredicesimo). Dalle parole di Paolo VI emerge soprattutto una conoscenza molto parziale di cosa realmente il Vescovo francese stesse facendo e di quali fossero le sue posizioni nella crisi della Chiesa. Guitton rileva che lo stesso Pontefice, affabile e comprensivo con i progressisti, diventava improvvisamente severo e intransigente quando si trattava di chi non aveva accettato le novità conciliari: «Conversazione patetica. Volto del papa severo. È seduto su una poltrona sopraelevata. Per la prima volta lo sento parlare da papa. Mi dice che egli rappresenta nella Chiesa l’autorità suprema. Non so perché, mi spaventa stare solo con lui, come se fosse non più un amico ma un giudice» (p. 139). 
Spostandosi la conversazione sulla questione di Ecône (cfr. pp. 139-146), Guitton gli espone il suo pensiero: «Non si capisce perché non abbia mai voluto ricevere mons. Lefebvre, mentre ha ricevuto tutti gli scismatici, eretici, i non credenti; molti si meravigliano che lei sia così duro con mons. Lefebvre, mentre è così accondiscendente con coloro che sono molto più disobbedienti di lui, poiché sotto la copertura del concilio sgretolano la Chiesa. Mi pongo da questo punto di vista puramente esteriore, per cui penso che sarebbe un segno accordare un incontro a mons. Lefebvre» (p. 140). Il ragionamento è intelligente e mette in rilievo la contraddizione dell’apertura e del dialogo… verso tutti, tranne che verso i “tradizionalisti”. Ma il Papa non cede e Guitton ci riprova: «Se egli le dicesse: “Mi pento, faccio la dovuta ammenda”, rifiuterebbe di riceverlo?». Replica il Pontefice: «È un’ipotesi puramente ideale, astratta, che non corrisponde alla realtà concreta dei fatti. Certamente, si può sempre sperare in un miracolo della grazia, un avvenimento assolutamente improbabile. In questo caso, gli apro le braccia. Ma in questo momento non vedo alcun segno di un suo pentimento: vedo al contrario dei segni opposti». Guitton prova allora a far leva sul fatto che «l’affare Ecône non è locale […], è in causa simbolicamente l’intero problema della tradizione» e che, comunque, «altri vescovi disobbediscono con astuzia, per esempio coprendo con la propria autorità fatti scandalosi, criticando le parole della Santa Sede sulla morale sessuale…». Il Papa, allora, per giustificare il suo rifiuto di ricevere Mons. Lefebvre ricorre a degli strani argomenti: «Se lo ricevo, rischia di ingiuriarmi; dopo, di deformare le mie parole»*. Osserva Guitton: «[…] È difficile sottoscrivere il testo del concilio sull’ecumenismo e condannare mons. Lefebvre a non essere mai ricevuto da lei: egli si trova nella stessa situazione dei vescovi scismatici con i quali lei è in corrispondenza; come il mese scorso è stato in corrispondenza con l’arcivescovo di Canterbury a proposito dell’ordinazione delle donne». Chiaramente, in realtà mons. Lefebvre non ha nulla da spartire con gli anglicanı o altri scismatici. Fu semplicemente un Vescovo ligio al suo ruolo di trasmettere la dottrina cattolica e profondamente fedele al Papato. Tuttavia, le parole di Guitton sono utili a rilevare la contraddizione tipica di quegli ecumenisti che nell’istante stesso in cui professano apertura, dialogo, unione, chiudono tutte le porte a chi, perché contrario all’ecumenismo, è in disaccordo con loro. Il filosofo prosegue: «[…] Si parla della chiesa conciliare come se questa chiesa oscurasse quanto esisteva prima. Ora, se la chiesa conciliare cancella e modifica su punti essenziali la chiesa precedente, riconosce che in passato ha potuto sbagliare. E, se essa ha errato in passato, perché non potrà sbagliare attualmente e in futuro?». Analisi lucida e perspicace.
Paolo VI risponde: «Consideri la riforma liturgica. Vado ancora più lontano di lei. Non solo abbiamo mantenuto tutto il passato, ma abbiamo ritrovato la fonte che è la tradizione più antica, la più primitiva, la più vicina alle origini. Ora, questa tradizione era stata oscurata nel corso dei secoli, e particolarmente al concilio di Trento» [qui il riferimento sembra essere al presunto Canone di Sant’Ippolito, oggi ritenuto apocrifo; si noti anche la tendenza archeologista, la stessa condannata pochi anni prima da Pio XII, ndT]. 
Si stenta a credere che un Papa possa aver pensato questo di un Concilio dogmatico della Chiesa… Secondo lui il Concilio di Trento addirittura oscurò la “tradizione più antica” e più pura della Chiesa! Inoltre è un’imprecisione storico-liturgica, malgrado il nome un po’ restrittivo, che il rito “tridentino” della Messa sia nato col Concilio di Trento: essenzialmente risale ai primi secoli del Cristianesimo, si è arricchito di pari passo con la storia della Chiesa e san Pio V dopo il Concilio di Trento si limitò a “canonizzarlo”.

Guitton, allora, gli sottopone la proposta di concedere almeno l’autorizzazione della Messa tridentina per un periodo sperimentale e provvisorio, appoggiandosi al fatto che il Concilio non ha mai preteso di abolirla. «Il papa mi dice severamente: “Questo mai! Dal momento che si tratta di una cattiva disputa, poiché il canone di san Pio V l’ho conservato nella nuova liturgia, dove è collocato al primo posto”. – “Ma non si tratta del canone. Si tratta dell’offertorio, dove, nella nuova liturgia, l’idea di sacrificio sembra ristretta” [l’Offertorio della liturgia tradizionale, da Lutero definito “abominevole”, è stato totalmente rimosso nel Novus Ordo; lo stesso Jean Guitton in un’altra occasione affermò che la riforma liturgica di Paolo VI volesse rimuovere il carattere “troppo cattolico” della liturgia romana, per avvicinarla alla “Cena protestante, ndt]. – “Riconosco che la differenza tra la liturgia di san Pio V e la liturgia del concilio (chiamata spesso, non so perché, liturgia di Paolo VI) è molto piccola [!]. In apparenza, il diverso poggia su una sottigliezza. Ma questa messa detta di san Pio V, come lo si vede a Ecône, diviene il simbolo della condanna del concilio. Ora, non accetterò mai in nessuna circostanza che si condanni il concilio per mezzo di un simbolo. Se venisse accolta questa eccezione, il concilio intero rischierebbe di vacillare”».
Com’ebbe a commentare anche mons. Lefebvre, è molto indicativo che Paolo VI vedesse nel ritorno alla Messa tradizionale l’impugnazione del Concilio.
Occorre ricordare sempre questo legame strettissimo, inscindibile tra il rito della Messa e l’ecclesiologia su cui si fonda e che deve veicolare (lex orandi, lex credendi), specialmente in questi tempi in cui da più parti si è riusciti a dissociare la Messa tridentina dalla dottrina corrispondente, riducendo in tal modo il rito antico a una sorta di “museo d’estetica”.
Leggiamo qualche ultima confidenza a Guitton: «Lei indovina, lei che è un amico, che io sono pronto a perdonare: in ogni momento e totalmente. Ma a una condizione, ed è questo che importa. La condizione è che mons. Lefebvre sia sincero nel suo pentimento. Ora, ho invece modo di credere che non è sincero, che sarei vittima di un raggiro. […] È necessario un cambiamento reale, una lunga maturazione, una convergenza di prove […]. Allora ci sarebbe una presunzione di sincerità; oggi non la vedo».
Confrontiamo ora queste parole, così dure e inflessibili, con quelle che usava invece nei riguardi dei disobbedienti olandesi che si opponevano pubblicamente all’enciclica Humanæ vitæ: «[…] Forse avrà l’occasione di andare presto in Olanda. Dica allora ai fedeli che, anche se essi non obbediscono al papa e non mi amano, non è vero il contrario: il papa li ama» (p. 89).
Due pesi, due misure? Secondo Guitton non è un caso, ma un tratto saliente del suo carattere: «Paolo VI […..] era a un tempo (cosa paradossale) indeciso e autoritario» (p. 13).

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