di Luca Fumagalli

Una cosa è certa: C. S. Lewis sembrava la persona meno adatta a scrivere libri per ragazzi. Non solo non si era mai sposato e non aveva figli, ma anche i volumi che aveva pubblicato erano tutti intellettualmente raffinati, rivolti al lettore maturo. Era inoltre un docente universitario, tra i più rispettati della facoltà d’inglese di Oxford, e il poco tempo libero dagli impegni accademici lo spendeva nella difesa della causa cristiana con articoli e conferenze. Per di più non fu mai un appassionato di letteratura per i giovani, tant’è che nel 1962, un anno prima di morire, ammise candidamente che la sua conoscenza in materia era «davvero molto scarsa», limitandosi alle sole opere di «Macdonald, Tolkien, E. Nesbit e Kenneth Grahame».

Se è vero che già dai sedici anni gli frullava in testa la strana immagine di un fauno in un bosco innevato, con tanto di ombrello e pacchi sottobraccio, fu solo da adulto che si decise ad abbozzarci sopra un racconto, a dare corpo a quella che sarebbe diventata col tempo la saga di Narnia.

A spronarlo non vi furono programmi o manifesti ideologici, quanto semplicemente il desiderio di raccontare storie vere e belle, un po’ come aveva fatto a suo tempo G. K. Chesterton, il quale, nel saggio Ortodossia, aveva scritto che «la Terra delle Fate non è altro che l’assolato paese del Buon Senso». Contro i falsi idoli dell’epoca dello scetticismo, Lewis non trovò un alleato nei romanzi realistici – dove tutto è costruito per far passare valori spesso discutibili – ma nella saggezza antica delle fiabe, riscoprendo in esse un serbatoio di virtù che valeva la pena mostrare non solo ai giovani ma anche agli adulti.

Si mise alacremente al lavoro e dopo Il leone, la strega e l’armadio (1950), vennero, con un ritmo di uno all’anno, Il principe Caspian (1951), Il viaggio del veliero (1952), La sedia d’argento (1953) e Il cavallo e il ragazzo (1954), collocato nell’edizione finale al terzo posto. Nel 1955 fu dato alle stampe Il nipote del mago – il prequel che narra della creazione di Narnia – mentre il 1956 fu l’anno de L’ultima battaglia, il capitolo conclusivo della saga. I sette volumi che alla fine andarono a formare Le Cronache di Narnia contribuirono a rendere famoso il nome di Lewis in tutto il mondo, venendo successivamente tradotti in svariate lingue. Ebbero inoltre il merito di rinnovare la narrativa fantastica per ragazzi e furono fonte d’ispirazione per diversi autori tra cui Loyd Alexander, Susan Cooper, Madeleine L’Engle e J. K. Rowling .

Dopo un adattamento televisivo e una versione animata de Il leone, la strega e l’armadio, risalenti rispettivamente al 1967 e al 1979, tra il 1988 e il 1990 la BBC ricavò dai primi quattro volumi delle Cronache una serie in tre stagioni. Per l’arrivo della saga sul grande schermo fu invece necessario attendere fino al 2005, quando nelle sale uscì Il leone, la strega e l’armadio del regista Andrew Adamson. Il 2008 fu il turno de Il principe Caspian e il 2010 quello de Il viaggio del veliero (questa volta alla regia c’era Michael Apted). Le pellicole ebbero l’indiscusso merito di riaccendere l’interesse per il mondo di Narnia, ma furono poco apprezzate sia dal pubblico che dalla critica. Tra l’altro vennero ulteriormente svantaggiate dall’impietoso confronto con la splendida trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli, precedente solo di qualche anno. Oltre alla cornice narrativa un po’ troppo infantile, c’è da credere che pure i rimandi scoperti al cristianesimo siano stati mal digeriti dalla maggioranza degli spettatori.

La religione è infatti un ingrediente fondamentale delle storie di Lewis. Questi, tentando di immaginare che cosa sarebbe accaduto se la Seconda Persona della Trinità si fosse rivelata in un mondo abitato da creature fantastiche, creò con Le Cronache di Narnia un “Vangelo per i piccoli” di grande presa, le cui pagine sono in costante dialogo con una presenza divina che si muove al contempo dentro e oltre la storia e che nei libri ha il volto del leone Aslan. In effetti il ciclo, che vede protagonisti i fratelli Pevensie e i loro amici, ricalca nell’invenzione mitopoietica il racconto biblico, aprendosi con la creazione di Narnia e terminando, dopo la venuta di una specie di Anticristo, con la sua dissoluzione e il giudizio divino. Per quanto sia un pastiche mitologico che mischia figure e personaggi presi da diverse tradizioni e bestiari – fauni, ninfe, centauri, animali parlanti e addirittura Babbo Natale – è dunque pensato e scritto come una grande allegoria cristiana finalizzata a riflettere la saggezza e la bellezza eterna.

Dentro un simile quadro si muovono come sinistre presenze i tipici antagonisti da fiaba, perlopiù streghe e tiranni, che, ciononostante, riescono a non scadere mai nello stereotipo. Anche se l’approccio narrativo scelto da Lewis, come ovvio, non concede spazio a una caratterizzazione psicologica troppo raffinata, i “cattivi” che infestano Narnia risultano credibili tanto nel movente delle loro azioni malvagie – la sete di potere, il desiderio satanico di non soggiacere a nessuna autorità – quanto nei metodi impiegati per raggiungere i loro scopi, che comprendono l’inganno, la violenza e le arti oscure, ovvero la magia e la scienza. A proposito dell’identità sostanziale di queste ultime, richiamando Bacone, Lewis osservava: «C’è qualcosa che unisce la magia e le scienze applicate separandole entrambe dalla saggezza delle epoche precedenti». Per esse «il problema è come conformare la realtà ai desideri dell’uomo: la soluzione è una tecnica, ed entrambe, nella pratica di tale tecnica, sono disposte a fare cose che prima erano ritenute empie e disgustose, come dissotterrare e mutilare i cadaveri».

Al seguito dei villain vi è un codazzo di scagnozzi senza scrupoli e di animali crudeli, una loro versione in sedicesimo, ancora più gretta e meschina. Ad esempio il lupo Maugrim, capitano della polizia segreta della Regina Bianca, è la quintessenza della ferinità brutale, solo istinto e cattiveria, mentre i lord Sopespian e Glozelle non si fanno troppi scrupoli a seguire l’usurpatore Miraz per poi tradirlo e ucciderlo. Tra i vari gregari figurano pure minotauri, orsi, giganti, nani neri e persino qualcuno che decide coraggiosamente di abbandonare la vecchia strada per seguire la via del Bene, come lo zio Andrew o l’asino Enigma, dimostrazione che in Lewis non vi è manicheismo di sorta.

Secondo lo scrittore, infatti, il male è una scorciatoia, una via poco impegnativa, che non richiede rinunce o sacrifici, ma che col tempo finisce immancabilmente per annientare l’individuo, rendendolo schiavo dei propri egoismi. Il suo potente fascino risiede nel facile guadagno che promette e anche il principe Caspian, in difficoltà nello scontro che lo vede opposto allo zio, arriva ad accarezzare, sebbene solo per un momento, la possibilità di evocare in suo aiuto la Strega Bianca. L’episodio, uno dei più emblematici dei libri di Narnia, ha origine da una provocazione del nano Nikabrik: «È venuto qualcosa di buono dai re e dai loro regni? Crollarono, sparirono. Ma con la Strega le cose sono andate diversamente. Si dice che abbia regnato per centinaia di anni, anni in cui era sempre inverno. Questo è potere, signori, che vi piaccia o no». Ai singoli – protagonisti compresi – tocca quindi mettere in gioco la libertà, compiendo una scelta di campo: nelle Cronache «vi sono [sovente] momenti di tentazione a cui i vari personaggi sono sottoposti e ai quali a volte soccombono, ma questo non è importante, fa parte […] della vita, ciò che conta davvero è l’affezione ad Aslan».

Nel primo libro della saga, Il nipote del mago, fa la sua comparsa Jadis, forse l’antagonista più iconica dell’intero ciclo, che torna anche ne Il leone, la strega e l’armadio. Essa è la grande usurpatrice, così come Sauron lo era in Tolkien e Mordred nei racconti arturiani. Il Diavolo stesso, in fondo, non è altro che un usurpatore, qualcuno che vuole il posto di Dio, ciò che gli spetta, e non potendolo fare di diritto cerca di farlo con l’inganno. Figlia di un Gigante e di Lilith, un demone della mitologia ebraica che sarebbe stata la prima moglie di Adamo, precedendo Eva, la Strega Bianca è una donna attraente, dallo sguardo fiero, più alta rispetto a qualsiasi essere umano. Vanta inoltre una forza non comune e grazie alle potenti arti magiche, acquisite a prezzo della propria anima, ha già distrutto il suo mondo natale, Charn, trasformandone gli abitanti in statue, e ha condannato Narnia a un inverno perenne: «Jadis decide che [il mondo di Narnia] sarà suo, […] decide […] con cieca determinazione (il male è sempre terribilmente e insistentemente cocciuto) che si stabilirà per sempre in quella terra, che se non potrà essere sua, sarà allora destinata alla corruzione e alla rovina» . Tuttavia tra lei e Aslan non vi è parità: «in una prospettiva squisitamente biblica […] il leone è più potente e anche più saggio della Strega Bianca», la quale, “loica” come il Satana dantesco, non contempla nemmeno la possibilità dell’amicizia e del sacrificio, un errore che le sarà fatale.

Nel terzo volume delle Cronache, Il cavallo e il ragazzo, il principe Rabadash, erede al trono di Calormen, «un essere sanguinario, crudele, orgoglioso, dedito alla lussuria e tiranno presuntuoso», muove guerra a Narnia sia per vendetta, perché rifiutato da Susan, che per smania di sottomettere quegli stati che ancora sfuggono al controllo del vasto regno che un giorno sarà suo, uno stato cha ha tutti i connotati del dispotismo orientale: «A Calormen uomini e animali esistono solo per essere sottomessi e sfruttati mentre il sovrano e i suoi sodali abusano del loro potere e sfoggiano un lusso fine a se stesso. […] La differenza tra Narnia e Calormen non è semplicemente culturale, ma sta nei valori del cristianesimo presenti a Narnia. […] La regalità di Aslan in qualche modo si riflette anche in ogni essere umano, difatti a Narnia l’uomo è trattato con grande rispetto e viene chiamato figlio d’Adamo e di Eva». Dal padre, il potente Tirsoc, Rabadash ottiene allora un piccolo contingente per attaccare la Terra di Archen e quindi impossessarsi del castello di Cair Paravel. Fortunatamente i suoi piani falliscono e dopo la sconfitta, per punirne l’arroganza, Aslan lo trasforma temporaneamente in asino. La fine tragicomica di Rabadash, simile a quella dello zio Andrew, esalta di riflesso la misericordia del leone, una caratteristica aliena ai rancorosi “cattivi” di Narnia. 

Anche il re Miraz de Il principe Caspian è privo di scrupoli e governa come un despota. Anni addietro ha ucciso il padre di Caspian e ora vorrebbe eliminare lo scomodo nipote prima che questi possa raggiungere la maggiore età e rappresentare un pericolo. La sua spietatezza, che lo ha reso inviso pure ai nobili a lui sottoposti – il peccato d’orgoglio e la solitudine vanno inevitabilmente a braccetto – «sta mettendo in pericolo la stessa civiltà di Narnia, la tranquilla floridezza che era seguita alla sconfitta della Strega Bianca». Ma il male genera altro male e Miraz finisce così per morire scioccamente durante un duello con Peter.

Se Il viaggio del veliero, forse a ricordare come in fondo ognuno sia il più pericoloso nemico di se stesso, si distingue per l’assenza di un villain carismatico – tanto che nella versione cinematografica si è tentato in qualche modo di sopperire dando particolare risalto alle apparizioni a Edmund del fantasma di Jadis – ne La sedia d’argento torna la magia diabolica, questa volta incarnata dalla Strega Verde, per molti versi simile a quella Bianca: oltre al fascino e alle finte buone maniere grazie alle quali ha sedotto Rilian, figlio di Caspian, pure lei è sovrana di un mondo, situato sottoterra, dove si respira un’aria pesante e una profonda tristezza: «Molti sono coloro che cadono nelle viscere del Regno delle Tenebre, pochi coloro che tornano nel Mondodisopra scaldato dal sole» . Quando le sue manovre per ingannare Jill ed Eustachio non approdano a nulla, la Strega si trasforma in un enorme serpente, venendo però uccisa dal principe.

Per il trionfo definitivo del bene è necessario arrivare al settimo volume della saga, l’apocalittico L’ultima battaglia. Nel momento in cui le forze del male sembrano avere la meglio, si assiste a un ribaltamento positivo, a una vera e propria “eucatastrofe” che vede la fine di Narnia e l’apertura delle porte del Paradiso per i meritevoli protagonisti: «Ora, finalmente, comincia il Primo Capitolo di un libro fantastico che sulla terra nessuno ha mai letto. Il libro che narra la Storia Eterna e che, di pagina in pagina, si fa sempre più avvincente e straordinario». Tash, la divinità che richiede sacrifici umani e che viene spacciata per Aslan dallo scimmione Cambio e dall’asino Enigma – allegorie del falso profeta e dell’Anticristo – altro non è se non quel nulla che rimane in mano a chi si oppone alla volontà del grande leone (come impareranno a loro spese il gatto Rosso e il capitano Rishda di Calormen). L’aspetto da mostro con la testa d’avvoltoio, che instilla paura e crudeltà negli animi del popolo, è il correlativo oggettivo di una perversione che trasforma l’uomo in animale, solo ego smisurato e bramosia di sangue. La via del male, detto altrimenti, è la via della cenere, dell’ombra, della riduzione a impalpabile fantasma.

La storia fantastica di Narnia si chiude così con un lieto fine che lascia «ai lettori la sensazione del bello, lascia la speranza che la giustizia possa trionfare, e lascia il gusto buono della gioia, di quella gioia bambina che Lewis aveva descritto con passione, cercando di tenere i suoi lettori svegli e lucidi, liberi dal sopore indotto dalla fredda volgarità del mondo moderno».

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