Volentieri offriamo ai lettori questa intervista esclusiva di Radio Spada a Martino Mora, per meglio comprendere la vicenda che abbiamo riportato [Il Prof. M. Mora cacciato da scuola per non aver voluto far lezione di fronte a un uomo travestito da donna].


RS: Buogiorno Professore, andiamo subito al punto. Ripercorriamo in modo più dettagliato che cosa è successo, ovvero la dinamica esatta della sua cacciata. C’era qualcosa che si trascinava da giorni? O è successo tutto la mattina del 25 novembre? Partiamo da qui.

MM: Sicuramente vi sono delle tensioni pregresse (ma mai esplose con tanta acredine) tra il sottoscritto e la preside. Ella mi ha detto di considerare sbagliato, tra le tante altre cose, anche il mio modo di insegnare. Peccato che mai, e dico mai, abbia assistito a una mia lezione. Ebbene, libertà di insegnamento a parte, come si fa a giudicare ciò che non si conosce? Il pregiudizio (ideologico) è qui grande come una casa. Pregiudizio ideologico forse dovuto al fatto che la signora in questione, Giovanna Mezzatesta, è esponente politico della più estrema sinistra liberal a Milano. Si è persino presentata alle ultime elezioni amministrative [nota di Radio Spada: la dirigente in questione si è candidata alle amministrative 2021, sia al consiglio comunale di Milano, sia al consiglio di zona 8 per la lista Milano Unita – La Sinistra per Sala, risultando trombata in entrambe le sedi]. In quanto alla giornata di ieri, alla prima ora, nella terza scientifico nella quale insegno, mi sono trovato con due ragazzi in gonnellino (uno col tutù) in classe, e il terzo, entrato in ritardo, si è presentato con un lungo vestito da donna, con le spalline. Evidentemente avevano confuso la scuola con il Carnevale. Li ho mandati dalla preside, affermando che non li volevo così agghindati perché a scuola ci si presenta con un vestiario consono all’ambiente. Ma la preside non c’era. Allora, mentre interrogavo gli altri, ho chiesto ai tre (o forse a due, non ricordo) di rimanere fuori dall’aula, in modo che li potessi vedere, ma di non entrare perché non tolleravo la buffonata. A questo punto sono giunte due collaboratrici della preside, che mi hanno riferito la sua volontà di affrontare la questione al suo arrivo a scuola, ma imponendomi nel frattempo di riammettere in classe i ragazzi vestiti da donna. Ob torto collo ho dovuto acconsentire, anche perché dovevo concludere la contemporanea interrogazione. Finita la mia ora, sono sceso dalla preside, finalmente arrivata a scuola, per chiedere di allontanare per lo meno il ragazzo integralmente vestito da femmina, o in alternativa, di chiedergli di cambiarsi. Di fronte al suo ferreo rifiuto ho chiesto infine di essere esentato io dalla lezione che avrei dovuto tenere, nella stessa classe, durante la terza ora.

RS: Arriviamo alla discussione con la dirigente scolastica, come si è svolta?

MM: E’ stata una discussione assolutamente penosa. Lei ha bofonchiato qualcosa di confuso riguardo alla mobilitazione nazionale contro la violenza, voluta dai sindacati. Le ho risposto che i sindacati o chiunque altro possono proporre quello che vogliono, ma un ragazzo vestito da donna, in classe non ci dovrebbe stare. Perché l’ambiente scolastico presuppone decenza e rispetto. E che si comincia a permettere tutto questo una volta, poi saranno due, tre, dieci o venti. E magari alla fine per protesta verranno pure nudi. Ed è a questo punto che ella si è inalberata. Mi ha accusato di “provocare” i ragazzi coi social. Peccato che non abbia mai usato i social per parlare dei miei allievi o per dare giudizi su di loro. E infine mi ha detto: o “va in classe o se ne vada dal mio ufficio e anche da scuola”. Le ho risposto con grande franchezza che consideravo più onorevole andarmene. A questo punto la signora ha proseguito con un “si vergogni” e io le ho risposto, ma soltanto a questo punto, che se lì qualcuno doveva vergognarsi non ero certo io. Tralascio la sgradevole fine della conservazione. Mi ha anche accusato di scrivere sui social contro Bergoglio, offendendo i “cattolici”, anche se Lei cattolica non si ritiene (e ci mancherebbe altro!).

RS: Tra gli altri giovani della classe come è stata recepita la vicenda? Anche a prescindere dal singolo fatto, come vedono i ragazzi episodi come questo? Che aria si respira di solito in classe?

MM: In quella terza mi trovo molto bene, e ho un ottimo rapporto con gli allievi. Si mostrano molti interessati alla storia medioevale e soprattutto alla filosofia greca, e si è instaurato un clima proficuo e piacevole. Nel caso specifico ho avuto la sensazione che una minoranza solidarizzasse con la “bravata”, mentre altri ritenessero esagerato il comportamento di chi si è presentato con un lungo vestito da donna con le spalline. Ma questo è un punto secondario. Sta al docente e solo al docente approvare o rifiutare comportamenti che ritiene oggettivamente inadeguati alla correttezza. Chi vuole vestirsi in quel modo vada in piazza o al Carnevale.

RS: Lei ha scritto per le Edizioni Radio Spada il libro “Abbattere gli idoli contemporanei – Non moriremo liberal”. Ciò che è preconizzato nel volume ha trovato una realizzazione nella sua cacciata? Detto in altri termini: per non morire liberal ha lasciato la classe?

MM: Ovviamente sì. Alzando un po’ il livello, per essere fedele ai miei principi, che sono quelli di un ordine eterno e spirituale che va difeso dalla Sovversione e dal Caos perseguiti tanto dai grandi potentati economici, quanto dai cattivi maestri del pensiero unico. Anche la moda della gonna per maschietti nei luoghi pubblici (che non c’entra nulla col gonnellino scozzese) viene dagli ambienti sovversivi, “liberal” anglosassoni. Non ci vogliono solo traviati, ma pure del tutto colonizzati.

RS: Allarghiamo l’orizzonte: è ancora possibile essere un professore cattolico (cattolico eh, non neomodernista) nella scuola pubblica italiana?

MM: E’ sempre più difficile perché nella scuola c’è una sottile discriminazione, che in alcuni casi, come quello da me qui raccontato, diventa plateale. Per non “discriminare” nessuno, si discrimina davvero, si umilia e si offende chi non si adegua al pensiero unico. Cosa che nessun cattolico (non modernista) può fare impunemente, senza perdersi. In generale si discrimina sul serio chi ritiene che nella scuola, come altrove, vi debbano essere ancora dei limiti che non si possono varcare.

RS: Se attraverso questa intervista dovesse mandare un messaggio (in una frase) rispettivamente ai suoi colleghi e ai suoi alunni cosa direbbe?

MM: Ai miei allievi direi che voglio loro bene sempre e comunque. Anche quando ne contesto degli atteggiamenti. E’ mio dovere farlo, e forse un giorno qualcuno mi ringrazierà. Al contrario il “buonismo” che tutto concede, è profondamente diseducativo. E condanna a morte la scuola. A molti miei colleghi non dico nulla, non perderei il mio tempo. Per una profonda, radicata forse invincibile nescienza, ignoranza spirituale, sono, a prescindere, contro tutto ciò che è Vero, Buono, Bello. Ad altri miei colleghi, invece, direi che se vogliamo salvare la scuola italiana dalla completa dissoluzione, Covid o non Covid, siamo ormai agli sgoccioli. O adesso, o mai più.

RS: Grazie!


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