di Luca Fumagalli
Se Lo Hobbit, complice la poco riuscita trilogia cinematografica di Jackson, ha avuto la fortuna di non essere fagocitato e “normalizzato” dalla cultura pop – come invece è accaduto, in certa misura, a Il Signore degli Anelli –, seguita purtroppo a essere considerato da molti nulla più che una favola per ragazzi, di gran lunga inferiore al più celebre seguito; e ciò nonostante alcuni intellettuali, tra cui C. S. Lewis, abbiano sottolineato come, dietro l’apparente semplicità del racconto, si celi un’indagine profonda e appassionante della realtà.
Del resto, Lo Hobbit lascia nell’animo di chi legge il ricordo di un’esperienza meravigliosa. È come se la dimensione fantastica che caratterizza il volume permettesse di comprendere meglio, a un’adeguata distanza, quello straordinario dono che è la vita, con il suo quotidiano di infinite contraddizioni (ecco perché il professore di Oxford fu tutto meno che un fautore dell’ “escapismo”, cioè di una letteratura concepita quale fuga mundi o sterile consolazione). Ha perciò ragione Tom Shippey quando, in J.R.R. Tolkien autore del secolo, scrive che con la sua opera lo scrittore inglese stava facendo qualcosa di molto comune fra i romanzieri del Novecento: nel ruolo di sub-creatore, raccontava di mondi e creature che non esistono, non per ignorare la realtà, ma per guardarla in un modo nuovo. Difatti Lo Hobbit, nonostante tutto, continua a essere letto e apprezzato proprio perché affronta temi universali quali il potere, il progresso, l’ignoto, la tentazione e la morte, questioni radicali dell’essere umano, mai destinate a passare di moda.
Nel corso degli anni sono state avanzate svariate interpretazioni del racconto di Tolkien, non di rado contraddittorie, frutto di letture parziali o ideologiche. Troppo spesso il professore di Oxford è stato trattato anche dagli estimatori alla stregua di un santino, ridotto, nel peggiore dei casi, a un serbatoio di slogan e frasi d’effetto a buon mercato. In Italia, poi, il travisamento a scopi politici pare una regola, e la recente polemica a proposito della traduzione firmata da Ottavio Fatica de Il Signore degli Anelli non fa che confermare come una lettura del legendarium tolkieniano sgombra da pregiudizi sia ancora molto difficile.

È proprio dal desiderio di percorrere una simile strada alternativa, di ridare dignità a Lo Hobbit, che nasce Leggiamo insieme Lo Hobbit (Fede & Cultura, 2021) di Paolo Nardi, traduzione cartacea di una serie di video a commento del libro già apparsi questa primavera e questa estate su YouTube.
Basandosi su una bibliografia critica vasta e variegata, Nardi riesce nella complicata operazione di portare in primo piano l’opera, offrendo di essa un’interpretazione convincente, capitolo dopo capitolo, in grado di mostrare i limiti di certe esegesi miopi e partigiane. Pur da cattolico, l’autore resiste inoltre alla tentazione di una lettura allegorica, e correttamente rifiuta di scorgere in ogni particolare del libro tracce della fede di Tolkien; allo stesso tempo, mentre critica chi derubrica Lo Hobbit a un semplice racconto per ragazzi, svela la grandissima profondità dell’opera, mostrando come sia attraversata da interminabili contraddizioni e ambiguità, frutto di una scrittura che è qualcosa di molto più complesso del semplice stilare manifesti e utopie da ideologo nostalgico del passato o sussidi per il catechismo.
Leggiamo insieme Lo Hobbit si dimostra dunque una guida preziosissima, utile sia per i neofiti della Terra di Mezzo che per i lettori più smaliziati. A questo punto c’è solo da sperare che Paolo Nardi possa regalarci altri libri così, godibili e intelligenti, magari per analizzare ancora più nel dettaglio il vasto e complesso universo letterario nato dalla penna di quel genio che fu Tolkien.
Il libro: Paolo Nardi, Leggiamo insieme Lo Hobbit, Fede & Cultura, Verona, 2021, pp. 112, Euro 14.
Link all’acquisto (in libreria il libro sarà disponibile a partire dal 18 novembre):
https://www.fedecultura.com/leggiamo_insieme_lo_hobbit#!/Leggiamo-insieme-Lo-Hobbit/p/411266824












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