di Luca Fumagalli

Nel settembre del 1903 la notizia della conversione al cattolicesimo di Robert Hugh Benson (1871-1914) sconvolse l’opinione pubblica inglese. Benson, infatti, non era un semplice prelato anglicano, ma il figlio dell’ex arcivescovo di Canterbury, il primate della Chiesa nazionale. Mai prima di allora un uomo che poteva vantare legami così importanti con gli alti ordini protestanti aveva abbandonato ogni comodità e privilegio per imboccare “la via di Roma”.

Le conseguenze, com’era prevedibile, non si fecero attendere. Le colonne dei periodici più diffusi furono riempite d’inchiostro per commentare un evento che, all’inizio del Novecento, pareva confermare quella tendenza di progressivo indebolimento dell’anglicanesimo che era in corso da diversi decenni, almeno da quando, nel 1850, Pio IX con il breve Universalis Ecclesiae aveva ristabilito la gerarchia cattolica in Inghilterra, soppressa sin dai tempi della Riforma.

Ordinato sacerdote, Benson fu predicatore e scrittore di successo, ricordato ancora oggi per il best-seller escatologico Il Padrone del Mondo, divenuto col tempo un classico della narrativa cristiana. Del resto alcuni dei più brillanti autori del cattolicesimo britannico, come Bruce Marshall, Hilaire Belloc, mons. Ronald Knox e Maurice Baring, rivelano un profondo debito nei confronti del monsignore, il quale rivestì un ruolo decisivo anche per lo sviluppo spirituale e intellettuale di Maisie Ward, di Jacques e Raissa Maritain e del teologo Teilhard de Chardin; fu inoltre letto e apprezzato dallo storico Christopher Dawson, da Scott Fitzgerald e da Evelyn Waugh. A Benson va soprattutto il merito di essere stato tra i primi a infrangere con la fama ottenuta quella marginalità a cui sembrava inevitabilmente destinata, in terra inglese, la cultura cattolica (per questo, non senza una nota di rimprovero nei confronti della miopia di certa critica, Joseph Pearce lo ha definito «il genio non celebrato del “Catholic Literary Revival”»).

Nella bibliografia del monsignore – a dir poco impressionante se si considera l’arco poco più che decennale della sua attività letteraria – spiccano per qualità i romanzi storici e quelli di ambientazione edoardiana. Dietro simili opere, come scrive Michael D. Greaney, si nascondeva l’intento di «offrire una prospettiva cattolica in forma di racconto finalizzata a contrastare alcuni degli orribili stereotipi anticattolici presenti nei libri popolari dei suoi giorni; ma soprattutto […] Benson scriveva per “esplorare” il concetto di vocazione, la chiamata di ciascuno nell’esistenza».

Proprio quest’ultimo tema è il nucleo centrale attorno a cui si sviluppa la trama di Solitudine?,  l’ultimo romanzo del monsignore, pubblicato postumo nel 1915 e recentemente riproposto in una pregevole traduzione a cura di Francesco Antonio Mangone – con la revisione di Stefano Chiappalone – dalla casa editrice Fede & Cultura di Verona, impegnata da diversi anni in un coraggioso lavoro di riedizione dei capolavori bensoniani.

La storia – il cui titolo italiano si rifà a quello dell’edizione americana, ovvero Loneliness?, con un punto interrogativo che è invece assente nel titolo dell’edizione inglese – ha per protagonista la cantante Marion Tenterden, ritornata a Londra alla ricerca di un contratto dopo mesi trascorsi in Germania per perfezionare le già brillanti doti canore. Quando la giovane si innamora di Max Merival, la famiglia protestante del rampollo è molto preoccupata sia per la fede cattolica di Marion che per la sua carriera di cantante d’opera, giudicata sconveniente. Il confessore consiglia allora alla ragazza di chiedere a Max di convertirsi al cattolicesimo prima del matrimonio, facendogli promettere di educare nell’antica fede anche i figli. L’uomo, però, non sembra molto convinto e la paura di perderlo fa vacillare Marion, le cui difficoltà sono solo all’inizio…

Definito da Greaney una «dimostrazione di bravura», il romanzo di congedo di Benson è una sorta di testamento umano e spirituale in cui riecheggiano le memorie e gli affetti di una vita (in particolare la musica che, come ricorda Rita Monaghan, «ebbe sempre il potere di commuoverlo). Sulle note di Wagner si dipana la storia di una conversione autentica, lontana dal facile sentimentalismo, vissuta dalla protagonista principalmente attraverso l’allontanamento da tutto, anche dagli effetti più cari. Aiutata dalla fedele Maggie, un’anziana donna che ha preso a cuore la sua sorte, Marion sperimenta dapprima il fasto della mondanità – e nel corso della vicenda sono diverse le frecciatine satiriche che Benson rivolge contro una upper-class al fondo vanesia e triste – per poi perdersi nelle tenebre della commiserazione e dell’errore. Nell’epilogo, la fedeltà all’ideale cristiano diviene per Marion l’appiglio per redimere un’esistenza drammaticamente in bilico e per ridare nuovo lustro alla sua umanità.

La solitudine – una parola che, a partire dal titolo, ritorna a più riprese nel corso della narrazione – finisce così per assumere un valore inaspettatamente positivo: non significa essere soli, ma in compagnia di quell’invisibile che, parafrasando Saint-Exupéry, è l’unica cosa davvero essenziale.

Il libro: Robert Hugh Benson, Solitudine?, Fede & Cultura, Verona, 2021, pp. 400, Euro 19.

Link all’acquisto: https://www.fedecultura.com/?store-page=Solitudine-p381231839