Dal canale di attualità della Fraternità Sacerdotale San Pio X riprendiamo un analisi a puntate del rapporto sugli abusi sessuali nella Chiesa francese fatta da Don Arnaud Sélégny 

Il 5 ottobre 2021, la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), presieduta da Jean-Marc Sauvé, ha reso pubblico il rapporto che le era stato commissionato dalla Conferenza episcopale francese (CEF) e dalla Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (COREFF).

La sentenza si è abbattuta come una mannaia: il presidente ha annunciato 216.000 minorenni vittime di aggressione da parte di personale ecclesiastico o persone consacrate – sacerdoti, diaconi, religiosi o suore – cifra che sale addirittura a 330.000 se si considera il personale laico legato alla Chiesa. Questi numeri ovviamente hanno avuto un effetto bomba. Sono stati ritrasmessi e presi come definitivi e solidamente stabiliti.

Il rapporto presenta anche una serie di cause esplicative, da cui trae un elenco di 45 raccomandazioni per attuare i suggerimenti e persino le riforme che sostiene.

Ma davanti a questa immagine sorgono un certo numero di interrogativi inquietanti. Domande che il comitato non si è posto, o che a volte ha respinto con un cenno della mano. Inoltre, si segnala che tra le raccomandazioni, un certo numero di esse è totalmente al di fuori delle competenze del comitato e di ciascuno dei suoi membri in particolare.

Per questo si può parlare di “abuso di abusi”, come dimostra un’attenta lettura del rapporto.

La validità del rapporto
Non si tratta qui di minimizzare gli errori commessi, anzi. Un solo abuso è già uno di troppo. Ma la verità deve restare in piedi e l’eccesso mette in pericolo proprio questa verità. La verità, tutta la verità, ma nient’altro che la verità.

Uno di quelli che lo ha dimostrato meglio è il giornalista di Le Figaro, Jean-Marie Guénois nella sua lettera “Dio solo lo sa” n°31, del 1 novembre 2021: “Il rapporto Sauvé sugli abusi sessuali nella Chiesa: un secondo fuoco a Notre-Dame de Paris? “

Una presentazione tendenziosa

L’editorialista religioso sottolinea che lo shock di questo rapporto è “un numero e una parola”: ovvero le “216.000” vittime e la parola “sistemica”. Spiega: “L’opinione generale – e non quella delle sacrestie – avrà conservato solo questo messaggio: la Chiesa cattolica è un’impresa sistemica di pedofilia di massa.”

Dobbiamo protestare vigorosamente contro questa conclusione. Si può parlare di “sistema” quando il 97% dei sacerdoti non può essere incluso in questo “sistema” che si pretende denunciare?

Certo, un solo sacerdote che abusa è una disgrazia per la Chiesa, per le vittime e per i suoi confratelli. Lascia un segno insanguinato nelle anime e danneggia tutti in qualche modo. Ma questo modo di presentare questi crimini, come un sistema, mina la probità e la devozione di coloro che sono innocenti e che piangono con le vittime.

Se c’è stato un sistema, è più dalla parte dei vescovi. Purtroppo da parte loro c’era una “legge del silenzio”, forse non sistematica, ma fin troppo frequente. Questo è un dato da considerare, ma soprattutto da spiegare. Ed è su questo punto che il rapporto Sauvé è molto lontano dalla realtà, addirittura stravolge la prospettiva confondendo piani che dovrebbero essere separati tra loro.

La questione del Codice di Diritto Canonico

Bisognerà poi tornare in dettaglio alle raccomandazioni del CIASE in relazione al diritto canonico, ma va ora precisato che il periodo considerato (1950-2020) è tagliato in due per il diritto canonico. Fino al 1983 la legge era disciplinata dal Codice preparato da san Pio X e pubblicato da Benedetto XV nel 1917. Papa Giovanni Paolo II ha pubblicato una riforma del Codice nel 1983, per adeguarlo al Concilio Vaticano II.

Tuttavia, le carenze segnalate dal CIASE riguardano questo Codice del 1983. La Commissione ne è a conoscenza, tra l’altro. È quindi disonesto imputare al Codice del 1917 le colpe commesse dai vescovi prima di tale data. La questione del Codice del 1983 sarà esaminata di seguito.

A questo proposito è utile riportare il giudizio dato da Anne Philibert, a conclusione del suo libro Des prêtres et des scandales. Dans l’Eglise de France du concile de Trente aux lendemains du concile Vatican II [Sui preti e sugli scadali. Nella Chiesa di Francia del Concilio di Trento all’indomani del Concilio Vaticano II], (1545-1978), Cerf, 2019.

Ecco cosa scrive a p. 401 relativa agli anni 1920-1930: “Questi vescovi [dei sacerdoti condannati per abusi] non sembrano, allo stato delle informazioni raccolte, aver applicato le raccomandazioni del Codice di diritto canonico del 1917 né della lettera del Santo Ufficio del 1922. I sacerdoti non sono stati sospesi, ecc.”

Prosegue: “I vescovi mantennero della decisione del Sant’Uffizio del 1922 (e, in seguito, quella del 1962 della congregazione competente) solo la regola del segreto. Ciò ha provocato un fallimento. (…) La Santa Sede voleva sanzione e segretezza. La pratica sembra essere stata il segreto senza la sanzione.”

Ciò che questa autrice ammette quindi prontamente è che gli strumenti per agire in modo equo ed efficace erano nelle mani dei vescovi, ma alcuni ne hanno abusato. La colpa non è dunque affatto da parte del diritto della Chiesa, almeno del diritto anteriore al 1983. Per quest’ultimo, è un’altra storia.

Confondendo queste epoche, il rapporto Sauvé scredita in modo del tutto ingiusto il Codice di diritto canonico promulgato da san Pio X e, di riflesso, la stessa Chiesa.

Il valore delle cifre avanzate

Il secondo grande interesse dell’articolo di Jean-Marie Guénois, è la messa in discussione franco e documentato delle cifre proposte dal CIASE.

Inizia affermando che “non si tratta affatto di rivedere o negare nulla”. Non è difficile ammettere che “le vittime sono migliaia senza contare coloro che non hanno mai osato parlare”. Ma ciò non impedisce di porre domande, di “proporzionare”, di “delimitare la parte esatta di un problema gravissimo, inammissibile, per meglio individuarlo” ed estirparlo efficacemente, al servizio delle vittime.

Tuttavia, la cifra proposta dal Ciase è stata ritenuta come una certezza e “non come una proiezione aritmetica risultante da un’indagine dichiarativa che porta ad una ‘stima’”. In altre parole: “il rapporto Sauvé avrebbe portato alla luce un elenco di oltre 300.000 vittime”.

“Come si è arrivati ​​a questo punto?”

La spiegazione di J.-M. Guénois è molto istruttiva: “Sono state utilizzate due fonti di conteggio delle vittime”, precisa. “Una contabile, nominale, con lavori sugli archivi di diocesi, di tribunali, della stampa, dei richiami ai testimoni, che ha fatto stilare 2.738 casi di vittime”: un risultato inferiore a diecimila. Lo stesso Jean-Marc Sauvé, nel febbraio 2021, avanzava su L’Obs la previsione di 10.000 vittime.

J.-M. Guénois nota che ciò corrisponde a rapporti equivalenti nel mondo: Stati Uniti, Irlanda, Germania, Australia, Paesi Bassi, che pubblicano cifre dell’ordine di diecimila. In Germania: 3677 vittime e 1670 sacerdoti aggressori. In Australia: 4.756 vittime per 1.880 sacerdoti o aggressori religiosi. Negli Stati Uniti, per il periodo 1950-2010, 13.000 abusi sessuali commessi da 5.000 sacerdoti. In Irlanda, un rapporto nazionale dal 1936 al 2009 cita più di duemila casi.

Sorge allora la domanda: “come, in sei mesi, il numero delle vittime si sarebbe moltiplicato per dieci, o addirittura per 30?” E soprattutto: “Come, con 3000 preti aggressori elencati dal CIASE, questi avrebbero avuto – in media – 72 vittime?”

Il CIASE smentisce l’obiezione: “E’ vero che [questo risultato] implicherebbe un altissimo numero di vittime per aggressore. Ma un tale risultato non è impossibile alla luce della letteratura scientifica che mostra che un predatore sessuale può effettivamente attaccare moltissime vittime.”

Non impossibile, ma va dimostrato. Perché immaginiamo che tra questi 3000 aggressori, la metà abbia fatto “solo” 36 vittime, che è già tanto per la letteratura di cui stiamo parlando. L’altra metà avrebbe dovuto farne più di 100. Il che è altamente improbabile. Ora, in statistica, ciò che è molto improbabile è nullo, come già sanno gli statistici.

E J.-M. Guénois lo dice con forza: “Come in 70 anni la Chiesa ha potuto nascondere 3000 casi di attacchi annuali? O 30 casi per diocesi e per anno, nel più grande silenzio? Voglio dire 216.000 vittime, divise per 70 anni, poi divise per 100 diocesi, che danno 30 casi all’anno per settant’anni? Una diocesi ha le dimensioni di un dipartimento francese.”

“Un tale tasso di aggressioni, con tale ricorrenza e regolarità, non poteva passare così a lungo inosservato nonostante che il rapporto spieghi come la copertura psicologica del silenzio della vittima, sommata al peso della copertura istituzionale del silenzio, avrebbe potuto bloccare tutto.”

“Come sono state ottenute queste centinaia di migliaia?” “

Il cronista religioso di Le Figaro continua la sua dimostrazione spiegando come si è prodotta questa cifra: “Non con un metodo di notaio, né di storico, né di contabile di fatti, persone, nomi, fascicoli. Questo metodo è stato utilizzato per la prima parte dell’indagine.”

“Per la seconda parte, la commissione ha utilizzato un sondaggio dichiarativo via e-mail con un campione di 28.010 persone. Che ha dato il seguente risultato: di queste 28.010 persone, 117 persone hanno dichiarato di essere state aggredite da un membro del clero, 92 uomini, 25 donne. Vale a dire una percentuale rispettiva dello 0,69% e dello 0,17%.”

Allora bisogna capire come si passa da 117 vittime a 216.000 vittime? “Semplicemente moltiplicando questa percentuale dello 0,69% degli uomini e dello 0,17% delle donne con il numero attuale, al 1° gennaio 2021, di uomini e donne in Francia. (…) Vale a dire un totale di 216.000 vittime stimate negli ultimi 70 anni.”

Questa estrapolazione statistica che dipende dalla tecnica del sondaggio può essere applicata al nostro studio? Possiamo seriamente dubitarne. E, cosa più importante, questa stima non riflette il concreto dei dossier. Ma è questa ad essere ora la realtà per l’opinione comune.

Un’ultima fonte di confusione

Il rapporto CIASE ha suddiviso la sua stima in tre periodi. Ma il rapporto, che per titolo copre gli anni tra il 1950 e il 2020, fornisce risultati per il periodo tra il 1940 e il 2020.

Specifica che la prima fase, tra il 1950 e il 1970, è “culminante”. Ma il risultato, il 56% delle violenze commesse, copre il periodo compreso tra il 1940 e il 1969. Un modo molto curioso di essere “scientifici”. Prima di parlare della fase culminante, avremmo dovuto indicare la percentuale sull’intervallo definita dal titolo del paragrafo.

In questo modo si va in confusione. Qual è la cifra esatta? Cosa si vuole – forse – nascondere davanti ai nostri occhi? Spetta alla Commissione rispondere. Ma è lecito dire che, nella materialità dei fatti presentati in questo rapporto, c’era “abuso di abusi”.

fonte fsspx.news



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