Allocuzione agli Eminentissimi Cardinali
23 Dicembre 1872

Il giusto e misericordioso Iddio, del quale sono incomprensibili i giudizii e non investigabili le vie, lascia tuttora che questa Apostolica Sede e con lei l’intera Chiesa gema, travagliata da continua e feroce persecuzione. Non si è certamente cambiata ma ogni giorno vie più aggravata la condizione, fatta a Noi ed a Voi, Venerabili Fratelli, dalla occupazione delle nostre province, e massimamente dopo che da più di due anni quest’alma Città nostra è stata sottratta dal nostro paterno reggimento. La continua esperienza poi ha mostrato quanto meritamente fin dai primordii di questa persecuzione, che fu mossa da macchinamenti di empie Sètte, ed effettuata e spinta innanzi dai loro adepti, impadronitisi di tutte le cose; Noi sovente nelle Nostre Allocuzioni e Lettere Apostoliche apertamente affermammo, che non per altra cagione erano assaliti con tanto sforzo i supremi diritti del nostro Civil Principato, se non perché si appianasse così la via ad abolire, se fosse possibile, il Principato Spirituale, di cui rifulgono i successori di Pietro, e a distruggere la Cattolica Chiesa e lo stesso nome di Cristo, vivente e regnante in lei.

Ciò di fermo è stato da per tutto chiarissimamente reso manifesto dagli atti ostili del Governo subalpino, ma precipuamente da quelle inique leggi, colle quali o i Chierici strappati dagli altari e privati della loro immunità, sono stati addetti alla milizia, o ai Vescovi si è usurpato l’ufficio ad essi proprio d’istituire la gioventù, e in alcuni luoghi si son chiusi i loro seminarii: tuttavolta si offre ora a Noi un’ ancor più aperta manifestazione di quell’empio disegno. E di vero: in questa stessa città, espulse sotto i nostri occhi o anche violentemente cacciate dalle loro proprie dimore molte Religiose Famiglie, e assoggettati i beni della Chiesa a gravissimo tributo, emancipati all’arbitrio della civil potestà; viene fin d’ora proposta al Corpo, come dicono, Legislativo, una legge non dissimile da quella, la quale non ostante le nostre proteste e le gravissime condanne, messa gradatamente in esecuzione nelle altre parti d’Italia, debba altresì in questo centro della Cattolica Fede estinguere le Religiose Famiglie e addire al Fisco e all’asta pubblica i beni della Chiesa.

Per fermo cotesta legge, se del nome di legge può onorarsi un decreto ripugnante allo stesso naturale e divino e social diritto, molto più iniqua e funesta riesce a Roma e alle sue circostanti province. Imperocché essa ferisce più profondamente e più acremente i diritti e i possessi della Chiesa universale, insidia alla fonte stessa della vera cultura sociale, che le religiose famiglie con immensa fatica e pari costanza e magnanimità non solo nelle nostre . regioni promossero e perfezionarono, ma ancora recarono e tuttavia recano alle estere genti, ed efferate, nulla curando le difficoltà, le molestie, e i patimenti, e la stessa vita; e finalmente più da vicino contrasta al dovere ed al diritto del nostro Apostolato. Conciossiaché distrutte, o esinanite le Religiose Famiglie, e ridotto a povertà il clero secolare e stremato di numero per cagione della leva militare, non solo verrà a mancare qui come altrove chi spezzi al popolo il pane della parola, chi amministri ai fedeli i sacramenti, chi istruisca la gioventù e la premunisca contro le innumerabili insidie a lei tese ogni giorno; ma ancora saranno sottratti al Romano Pontefice gli aiuti, di cui Egli, come maestro e pastore universale, ha tanto bisogno pel governo di tutta la Chiesa.

La spogliazione poi della Chiesa romana si stenderà sopra beni, i quali più che dalle donazioni dei nostrani furono accumulati dalla largizione di tutti i cattolici e costituiti in questo centro dell’Unità; e così ciò che era stato consacrato all’uso ed all’incremento della Chiesa universale, verrà empiamente volto a guadagno di possessori profani. Pertanto, appena udimmo che un Ministro del Governo subalpino avea significato all’ Assemblea legislativa il proposito di sottoporle cotesta legge, Noi ne svelammo tosto l’indole rea con lettera diretta, il 16 giugno del corrente anno, al Cardinale, nostro Segretario di Stato, (V. Vol. I, pag. 491) e gl’imponemmo di denunziare ai Legati de’ Principi, presso questa Santa Sede accreditati, questo nuovo pericolo a Noi imminente, come gli altri mali che soffriamo. Ma essendo ora già proposta la minacciata legge, l’ufficio del Nostro Apostolato onninamente richiede che al vostro cospetto, o Venerabili Fratelli, e al cospetto dell’universa Chiesa, con alta voce rinnoviamo le querele per innanzi notificate; come realmente facciamo.

Laonde in none di Gesù Cristo, di cui in terra teniamo le veci, esecrando questo iniquo attentato, coll’autorità dei santi Apostoli Pietro e Paolo e colla Nostra, lo condanniamo insieme con qualsivoglia schema di legge, che si arroghi la potestà di affliggere, vessare, diminuire, sopprimere le Religiose Famiglie in Roma e nelle circostanti province, e di privar quivi de’ suoi beni la Chiesa, e di addirli al Fisco, o in altra guisa erogarli. Per la qual cosa dichiariamo fin d’ora irrito checché voglia farsi contro i diritti e il patrimonio della Chiesa; dichiariamo del tutto invalido e del tutto nullo qualsiasi acquisto, fatto per qualsivoglia titolo, dei predetti beni rubati, contro la cui alienazione questa Sede Apostolica non cesserà mai di reclamare. Gli autori poi e i fautori di questa legge si ricordino delle censure e delle pene spirituali, che le Apostoliche Costituzioni infliggono come da incorrersi issofatto dagl’invasori dei diritti della Chiesa; e mossi a pietà dell’anima propria, stretta da queste spirituali catene, cessino di tesoreggiare a sé ira pel giorno dell’ira e della manifestazione del giusto giudizio di Dio.

Se non che l’acutissimo dolore, da cui siamo trafitti per queste ed altre ingiurie, che continuamente si fanno alla Chiesa in Italia, è inoltre non leggermente esacerbato dalle fiere persecuzioni che la medesima patisce altrove; e massimamente nel nuovo Impero Germanico, dove non solo con occulte macchinazioni, ma ancora con aperta violenza si lavora a rovesciarla da’ fondamenti. Imperocché uomini, che non solo non professano la nostra santissima Religione, ma neppure la conoscono, si attribuiscono il diritto di definire i dommi e le ragioni della Cattolica Chiesa. E mentre ostinatamente la vessano, non dubitano di asserire impudentemente, che nessun danno le si reca da loro, anzi aggiungendo all’ingiuria la calunnia e l’irrisione non si vergognano di ascrivere la persecuzione, che infierisce, a colpa de’ Cattolici , perché i loro Vescovi ed il Clero insieme col popolo fedele negano di anteporre i placiti e le leggi dell’Impero civile alle leggi santissime di Dio e della Chiesa, e però ricusano di venir meno ai loro religiosi doveri. Deh! i reggitori della cosa pubblica, ammaestrati dalla lunga esperienza, si persuadano finalmente, che tra i loro sudditi niuno più accuratamente dei Cattolici rende a Cesare quel che è di Cesare, per ciò appunto che questi religiosamente si studiano di rendere a Dio quel che è di Dio.

Per la medesima via, che l’Impero germanico, sembra essersi messa l’Autorità civile di alcuni luoghi della Confederazione svizzera; sia col decretare intorno ai dommi della Cattolica Fede, sia col dar favore ad apostati, sia coll’ impedire l’ esercizio della episcopal potestà! Il Governo poi del Cantone di Ginevra, benché legato da solenne patto a custodire e difendere nel suo territorio la Religione Cattolica; tuttavolta ha nei passati anni sancito leggi avverse all’autorità e libertà della Chiesa; poscia ha soppresso scuole cattoliche, e delle Religiose Famiglie altre ha espulse ed altre ha privato dell’insegnamento, proprio del loro Istituto; e da ultimo si è sforzato di abolire l’autorità, che ivi da molti anni a questa parte legittimamente esercita il nostro Venerabile fratello Gaspare, Vescovo di Hebron, e spogliarlo del suo parrocchial beneficio; anzi è proceduto tant’oltre, da invitare ed allettare, con eccitazione pubblicamente proposta, quei cittadini a sovvertire scismaticamente il Governo Ecclesiastico. 

Non lievi cose altresì soffre la Chiesa nella cattolica Spagna dal potere civile. Imperocché apprendemmo essersi di fresco proposta e già dall’Assemblea legislativa ratificata intorno alla dotazione del Clero una legge, con cui non solo si rompono solenni trattati già conchiusi, ma si calpesta in tutto ogni norma del retto e del giusto. La qual legge mirando ad inasprire l’inopia ed il servaggio del Clero e ad irritare ed accrescere i mali, in questi ultimi anni recati a quella illustre nazione da una deploranda serie di atti del Governo, a rovina della Fede e della disciplina ecclesiastica; siccome eccitò le giustissime querele dei Venerabili Fratelli Vescovi nella Spagna, degne al tutto della loro fermezza, così ora esige i nostri solenni richiami.

Cose anche più tristi sarebbero da mentovare di quella piccola, ma impudentissima schiera di scismatici Armeniche in Costantinopoli segnatamente coll’audacia della frode e violenza sua, si sforza di opprimere il numero molto più copioso di quelli, i quali rimasero costanti nel dovere e nella fede. Perocché sotto il mentito nome di cattolici essi persistono nella lor fellonia contro la suprema nostra autorità e contro il legittimo lor Patriarca, il quale scacciato per le loro arti dovette esule rifuggirsi presso di Noi. Colla loro astuzia poi entrarono talmente in grazia della civil potestà, che nonostante l’impegno e gli officii del nostro Legato straordinario, mandato colà per comporre le cose, e non ostante la nostra lettera al serenissimo Imperatore de’ Turchi, hanno convertito a proprio uso, adoperando la forza delle armi, alcune delle chiese cattoliche, si son raccolti a conciliabolo, si sono eletto un Patriarca scismatico, ed hanno fatto sì che i Cattolici fossero privati dell’immunità, che finora in virtù di pubblici trattati avevano goduto.

Delle vessazioni della Chiesa fin qui brevemente toccate, dovrà forse da Noi altra volta, trattarsi più spiegatamente, se continueranno ad essere disprezzate le giustissime nostre rimostranze.

Ma fra tante cagioni di tristezza, o Venerabili Fratelli, godiamo che possiate essere confortati, siccome anche Noi ne sentiamo sollievo, dell’ammirabile costanza ed operosità dell’Episcopato cattolico delle ricordate regioni non meno che delle altre; i Presuli delle quali succinti i lombi nella verità e coperti della lorica della giustizia, e a questa Cattedra di Pietro strettissimamente congiunti, da nessun pericolo atterriti, da nessun travaglio abbattuti, sia separatamente sia congiuntamente, colla voce, collo scritto, coi richiami, colle Lettere Pastorali, unitamente al Clero ed al popolo fedele, fortemente e alacremente propugnano i sacri diritti della Chiesa di questa S. Sede e di loro; ed infrenano l’ingiusta violenza degli empii, ne confutano le calunnie, ne scoprono le insidie, ne frangono l’audacia, a tutti mostrano la luce della verità, confermano gli onesti; all’ incursione dei nemici, irrompenti da ogni parte, oppongono la forza compatta della unità, e a Noi e alla Chiesa afflitta da tanti mali, porgono giocondissimo conforto e potente aiuto. Il quale, senza verun dubbio, diverrà anche più valido, se procurerassi che i vincoli della Fede e della Carità , onde sono congiunte le menti ed i cuori, diventino ogni giorno più stretti e più gagliardi. A conseguire poi ciò, niuno non riputerà opportunissimo, che coloro i quali presiedono alle province ecclesiastiche con autorità metropolitica , nel miglior modo che le circostanze permetteranno, conferiscano coi loro Suffraganei quelle deliberazioni, per cui scambievolmente si stringano e si conformino in un medesimo intendimento e in uno stesso proposito, e si apparecchino a sostenere più efficacemente con unanime sforzo la difficile lotta contro gli assalti dell’empietà.

Per fermo, o Venerabili Fratelli, il Signore ci ha visitati colla sua dura grande e forte spada. Salì il fumo dell’ira sua, e fuoco avvampò dalla sua faccia. Ma forseché Dio ci rigetterà in eterno, e non si volgerà ad esserci ancora più benigno? Lungi un tal pensiero: perocché Dio non obblia d’esser pietoso, né rattiene sdegnoso le sue misericordie. Ma come assai propenso a perdonare, e farsi propizio a coloro che lo invocano sinceramente, spargerà sopra di noi le ricchezze della sua misericordia. Studiamoci di placare l’ira divina in questo tempo accettabile dell’Avvento del Signore; al Re pacifico, che è prossimo a venire per annunziare la pace agli uomini di buona volontà, andiamo umilmente incontro pel sentiero del rinnovamento della vita. Il giusto e misericordioso Iddio, per arcana disposizione del quale ci è toccato di vedere la contrizione del popol suo e la contrizione della Santa Città, e sedere in essa, mentre è data in mano degl’ inimici , Egli inclini l’orecchio suo ed ascolti, apra i suoi occhi e vegga la nostra desolazione, e la città sopra cui è stato invocato il nome suo.

Fonte : Discorsi del sommo pontefice Pio IX … per la prima volta raccolti e pubblicati dal P. Don Pasquale de Franciscis, Volume 3, Roma, 1873, pp. 126-134. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

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