di Luca Fumagalli

Continua con questo articolo l’approfondimento sulla vita e le opere dello scrittore scozzese George Mackay Brown (1921-1996), tra gli autori più interessanti e originali del panorama letterario cattolico del Novecento.

Per i contributi precedenti:

Per chi fosse interessato ad approfondire l’opera di George Mackay Brown e quella di molti altri scrittori cattolici britannici si segnala il saggio, targato Edizioni Radio Spada, “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

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Il frammento è la dimensione ideale per George Mackay Brown. Nella brevità, sia in poesia che in prosa, lo scrittore scozzese è stato in grado più che altrove di aprire il suo stile semplice e lineare a folgorazioni tanto impreviste quanto spiazzanti: presente e passato, umano e divino, finiscono così per sovrapporsi senza soluzione di continuità, generando un unicum tra storia ed eterno che ha il sapore del miracolo.

Winter Tale, racconto d’apertura della raccolta The Sun’s Net (1976), è dolce e malinconico al contempo. Si tratta di una suggestiva storia natalizia, ambientata sull’immaginaria isola di Njalsay nel dicembre del 1973, che coinvolge il lettore nelle vite vulnerate di tre personaggi, giunti nelle remote Orcadi per fuggire da un dolore profondo che li perseguita. A ognuno di loro è affidato di volta in volta il compito di voce narrante all’interno di un testo che, come di consueto, vanta qualche punto di contatto con la biografia dell’autore. Tra le righe si insinuano pure alcuni temi cari a Brown, su tutti la religione e il pericolo costituito da una modernità senz’anima, vittima della tecnologia e del consumismo selvaggio.

Nella prima parte, intitolata “Il dottore”, il giovane medico Clifton racconta di come in pochi mesi sia riuscito a integrarsi abbastanza bene nella piccola comunità locale, i cui ritmi sono ancora legati a quelli della terra e del mare. Dal momento che ha pochi ammalati di cui prendersi cura, le giornate sono dedicate perlopiù alla cucina e ai libri, i suoi passatempi preferiti, ma ogni tanto non disdegna trascorrere la sera in compagnia degli altri uomini di Njalsay, presso la fucina del fabbro, tra racconti antichi e dibattiti politici («Molti degli isolani sono progressisti timidi, al massimo possono spingersi fino al liberalismo. Mantengono una sorta di ricordo ancestrale della cattiva amministrazione dei “laird”, così il conservatorismo è messo al bando. Non hanno nulla in comune con gli operai delle città; non conoscono cosa sia lo sciopero; è quasi contro natura: il grano maturo può attendere fino a quando si sia risolta una disputa tra il contadino e la sua mietitrice?»).

Di certo il medico preferisce la compagnia della gente semplice del posto piuttosto che quella del maestro, Phil Prinn, o del ministro, James Grantham, due odiosi snob che si credono superiori a tutto e a tutti, una convinzione alimentata da quell’ «esagerato rispetto per i “professionisti”» di marca calvinista che è tipico della Scozia rurale. Del resto se lui stesso si è deciso ad abbandonare una promettente carriera in città per rifugiarsi in quel luogo isolato è proprio a causa dei troppi che hanno la cattiva abitudine di guardare gli altri dall’alto in basso. Clifton, infatti, è omosessuale, una condizione che lo sta consumando poco alla volta: «Il dolore ha un nome che gli è stato dato da un famoso poeta ostracizzato di fine XIX secolo. Il “tempio dell’amore” ha molte corti, in una delle quali è stato un crimine, fino a poco tempo fa, esporre trofei. Dalle ferite di una piccola sconfitta in quella contesa ho cercato la cura del silenzio».

Edizione Quartet Books (1978)

Anche se quello di Njalsay non è un microcosmo ideale – la malizia abbonda e un ragazzo, noto per il suo buon cuore, si è appena suicidato senza una ragione apparente –, agli occhi del medico conserva intatto il fascino di un piccolo mondo antico il quale, tuttavia, pare purtroppo destinato a scomparire rapidamente: «Njalsay è una comunità morente. Ogni anno la popolazione diminuisce. I giovani, da una generazione e più, stanno lasciando l’isola per trovare lavoro negli uffici e nei negozi della città, e qualche volta in posti ancora più lontani. In ogni caso si potrebbe obiettare che di loro non c’è più bisogno; le macchine stanno facendo sempre di più il lavoro degli uomini e degli animali». Qualche riga dopo Clifton mette in discussione i benefici di tale scelta: coloro che se ne sono andati non sentiranno la nostalgia «dei neri ritmi della terra che hanno dominato la loro vita per generazioni»? Ancora: non troveranno alla lunga noiosi «i vuoti rituali del “prendere e spendere”»?

Ma è proprio quando «la grande oscurità dell’inverno» piomba definitivamente sull’isola e sull’animo del medico che avviene il prodigio: una notte, di ritorno da una cena dai Grantham a cui erano presenti anche Prinn e la consorte, il medico si ritrova a prestare aiuto a una giovane ragazza che sta partorendo, rifugiatasi con il proprio compagno tra le rovine di una vecchia fattoria abbandonata. Attraverso il tetto, parzialmente divelto, «la luce di una stella» rischiara la stanza. L’identità della coppia è avvolta nel mistero, forse sono dei girovaghi o magari degli hippie, e l’indomani, quando Clifton ritorna sul posto per accertarsi delle condizioni della madre e del piccolo, di loro non vi è traccia. Al medico non resta dunque che tornarsene a casa, sconsolato, ormai certo di essere stato vittima di un’allucinazione, probabilmente alimentata dall’alcol bevuto a casa del ministro.

Ne “Il maestro”, la seconda è la più breve delle tre parti che compongono Winter Tale, Prinn affida alle pagine di un diario l’angoscia che lo tormenta. Trasferitosi a Njalsay su consiglio del dottore, i suoi problemi nervosi parevano essersi risolti per sempre. Di recente, però, sono tornati a manifestarsi, e alla mancanza di sensibilità alla gamba si è ora aggiunta quella alla mano: la dura realtà è che sta lentamente morendo, un poco alla volta. Il suo orgoglio – «Non posso trascorrere i giorni che mi restano […] in una comunità di sconosciuti con i quali non ho assolutamente nulla in comune» – è un cattivo consigliere fino all’ultimo, tanto che decide di non ricorrere nemmeno all’aiuto di Clifton: «Non gli piaccio, lo so. Possiede quello sorta di spocchia inversa per cui preferisce la compagnia dei contadini e dei pescatori piuttosto che quella di tipi come me o come James Grantham».

L’ultima parte, “Il ministro”, registra le confessioni che quest’ultimo affida a dei fogli di carta, successivamente nascosti per evitare che vengano letti della moglie. Nottetempo, alla luce tremante di una candela, Grantham scrive il suo sermone natalizio, ma «al posto di un’omelia felice» la penna devia verso i «misteri dell’oscurità, dell’inverno, della morte». Dopo tre anni sull’isola, fedele servitore della locale chiesa presbiteriana, si sente inutile, privo di uno scopo: «Sono un marito più che inadeguato; sono un pastore debole…». Le sue parole non sono di alcun conforto per nessuno e, in generale, con il suo gregge i rapporti non sono affatto idilliaci (è reduce da un lungo dibattimento sulla legittimità o meno di sospendere la predica natalizia e di sostituirla con dei canti, una scelta che qualcuno ha giudicato una sconveniente manifestazione di “papismo”). Pure la fede lo ha abbandonato: ospite in casa sua, Clifton non può fare a meno di notare il desiderio del ministro di apparire un uomo «di ampie vedute e moderno», dichiarando, ad esempio, che i miracoli furono «semplicemente degli stratagemmi efficaci per impressionare le menti primitive».  

L’unica cosa che gli rimane è una non comune capacità di captare i malumori altrui. Fa ancora fatica a inquadrare il dottore eppure intuisce che qualcosa lo tormenta; un’angoscia analoga la scorge anche nell’amico Prinn. D’altronde, rammenta lo stesso Grantham, pure nella notte invernale più tetra il miracolo della luce può sempre aver luogo: «Quando il sole si posiziona sopra Hoy nel pomeriggio del solstizio, verso le tre, un singolo raggio di luce penetra nel lungo corridoio che porta al cuore della camera e tocca la parete opposta con una fugace spruzzata d’oro. Questa cosa non succede mai, nemmeno nella restante parte dell’anno, la più luminosa. Dopo un minuto o due lo splendore scompare. Ma è come se il seme di una promessa fosse stato sepolto nel ventre delle morte stessa».

Mentre sta scrivendo queste parole, il ministro viene interrotto dalla moglie che lo avverte che un uomo lo sta aspettando sull’uscio di casa: non sa chi sia, ma gli ha parlato di un bambino in pericolo che si trova in una fattoria poco distante. Grantham, preferendo ultimare i suoi appunti, si attarda un po’ troppo e quando raggiunge l’ingresso scopre con amarezza che non vi è più nessuno: «Allora tornai dentro, fuori dall’oscurità, dal silenzio e dal freddo, e chiusi la porta».

In Winter Tale il dolore dei protagonisti non è una condizione senza via di uscita, anzi. Ciononostante tutti e tre, ognuno a suo modo, finiscono per mancare clamorosamente l’appuntamento con la loro unica possibilità di riscatto. In un’isola su cui aleggia perennemente un’aria di decadenza – non a caso nessuno di loro ha figli e a Njalsay non si hanno notizie di recenti gravidanze –, la nascita di un bambino è quell’imprevisto che potrebbe sparigliare le carte, esattamente come la natività di Cristo fu un terremoto che stravolse la storia. Ma nessuno di loro se ne rende conto, nemmeno Clifton, il quale, la notte del misterioso parto, aveva deciso di tornare a casa a piedi proprio perché, lungo la via, «non sai mai chi potresti incontrare». Vittime di una sfiducia in se stessi e nel prossimo che li rende ciechi persino davanti all’evidenza di un fatto strabiliante, al dottore, al maestro e al ministro non resta perciò altro da fare che tornarsene nel loro cono d’ombra senza fine.

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