In occasione dell’anniversario dell’arsione di Giordano Bruno, avvenuta in Campo de’ Fiori il 16 febbraio del 1600, ci piace riprendere una serie di articoli pubblicati dalla già gloriosa rivista dei Padri Gesuiti, La Civiltà Cattolica, nel 1888. Ecco il primo.

Il culto verso i grandi uomini, e chiamiamo grandi quelli che resero insigni servizi all’umanità, è uno dei fatti più costanti della storia, perché risponde a un sentimento insito nel cuore degli uomini, di esprimere con atti esterni la loro gratitudine a chi legò il proprio nome ai trionfi del vero, del bello e del buono. A questo sentimento nobile e generoso fa indegno contrasto quello delle sette odierne, le quali, in odio della religione e per fare oltraggio al Papato, erigono monumenti o decretano onoranze pubbliche e solenni agli oppugnatori più accaniti dell’una e ai nemici più implacabili dell’altra. Quasi che l’irreligione fosse diventata vanto di elevatissimo ingegno, e merito soprammodo grande l’osteggiare un’istituzione che, per la sua divina origine e pei beni senza numero arrecati all’umanità, fu mai sempre riguardata come la maggiore e più bella gloria che vanti l’Italia. Siffatto abuso d’indebiti onori e di scandalose apoteosi abbiamo chiamato indegno contrasto; ma avremmo potuto anche chiamarlo un mostruoso attentato contro il più grande dei beni dell’umano consorzio, che è la civiltà. Qual cosa infatti più funesta alla civiltà di un popolo, che il pervertimento morale di questo popolo, e allo stesso tempo qual cosa più efficace a corrompere il senso morale, che il culto pubblicamente reso all’errore e al vizio? «L’apoteosi del male, lasciò scritto il gran Bossuet, è una barbarie incomparabilmente più degradante di quella in cui vivesi ancora fra le cupe ombre dell’ignoranza». Si può aggiungere ancora che è un ritorno ad un paganesimo in certo senso anche peggior dell’antico perché se questo per tutti i vizii come per tutti gli errori ebbe un culto pubblico, tuttavia pei grandi viziosi e per gli scellerati non ebbe che riprovazioni ed anatemi.

Per fermo, prima della rivoluzione francese non s’era per anco veduto lo spettacolo, al quale assistiamo noi al presente. L’Italia unificata dalle sette, e quindi essenzialmente rivoluzionaria, porta nel suo nuovo organamento e nella sua nuova vita il veleno celtico, succhiato dal seno di colei che fu ed è tuttora la madre di tutte le rivoluzioni moderne, l’esemplare di tutte le nazioni informate dallo spirito d’indomabile ribellione contro Iddio, racchiuso nei principii dell’89. Fu appunto la Francia della rivoluzione quella che, prima tra le nazioni moderne, inaugurò lo scandaloso spettacolo delle apoteosi decretate ad uomini che lasciarono al mondo un nome infame per atroci delitti e tracce indelebili di sangue; quella che ai corifei di quell’immane sovvertimento di principii e d’istituzioni tributò onoranze straordinarie; quella che a codesti mostri tramutati in eroi rizzò statue, innalzò monumenti e i loro nomi, per tanti titoli esecrabili, appose alle piazze, alle vie ed ai pubblici istituti, cancellandone gli antichi con isfregio del buon senso, della morale, della religione e della storia. Non deve dunque recar meraviglia, che l’Italia novella, uscita dai fianchi della rivoluzione francese, ne segua gli esempii anche nel culto che si vuol rendere oggi ad uomini che sono l’incarnazione dell’apostasia, e non ebbero altro merito che quello di essersi più audacemente ribellati alla verità : sperare il contrario sarebbe un disconoscere i biechi istinti che la figlia ereditò dalla madre. Se lo levino di mente coloro che dalla nuova Italia si promettono accorgimento, saggezza, moderazione: rivoluzionaria come la Francia, essa non può altro se non che imitarne gli esempii e correre sulla sua falsariga.

Tanto più oggi che il tempo corre propizio ai corruttori del senso morale del popolo italiano. La mestola del potere, non è ora più un mistero, è in mano di uomini votati alla massoneria; sicché questa ben si può dire che in Italia regna e governa. Il già discepolo del Mazzini e adepto della Giovine Italia, che è a capo del governo, nulla tanto desidera ed ambisce che di riuscire sempre più aggradito alla setta, di secondarne i biechi intendimenti in ordine al Papato, che ben volentieri regalerebbe a chiunque glielo chiedesse, e di consolidare la sua dittatura vacillante coll’accordare ai nemici della Chiesa la soddisfazione di un Kulturkampf italiano. Sempre scimmie questi signori della massoneria! dove che trovino, nei paesi stranieri, fossero tedeschi, spagnuoli, francesi e magari musulmani, cosa che torni in oltraggio della religione, e là corrono con tanto maggiore zelo, quanto è più grande in essi la paura di demeritare i favori della setta spadroneggiante. Ora tutti sanno il gran lavoro della massoneria di convertire la Roma dei Papi, la terra bagnata dal sangue dei martiri della fede, il centro della cattolicità, la sede delle grandi e nobili ispirazioni cristiane, in un Panteon, ove abbiano culto ed onore l’apostasia religiosa e la ribellione civile, in una Babilonia, ove tra la confusione di tutte le lingue parlate si diano la mano tutti gli errori e tutti i vizii. A ciò infatti mira l’opera del presente Governo che, dal giorno in cui insediossi in questa Roma, ha incoraggiato tutte le chiesuole dissidenti a rizzare altare contro altare, cattedra contro cattedra, senza che punto l’esigesse quella pretesa tolleranza di culti, che proclamano come una conquista della civiltà: a ciò la tirannide dell’insegnamento ateo; a ciò l’ incoraggiamento a qualsiasi manifestazione anticlericale, anche quando simili manifestazioni sieno implicitamente antimonarchiche; a ciò finalmente la libertà legalmente concessa alla prostituzione, o in altri termini l’emancipazione del vizio, con danno infinito del buon costume. E quasi ciò non fosse bastevole, quasi non fossero troppo numerosi i segni della decadenza intellettuale e morale del popolo italiano, si è spinta l’audacia demolitrice del buono, del vero e del bello, sino all’idolatria di personaggi, la vita e le opere dei quali fu un’aperta antitesi di questi tre grandi e nobili obbietti.

Ma v’ha di peggio ancora; perché, se non c’inganniamo, siffatta audacia va oggi sino all’impudenza. Ed impudenza è senza fallo quella di volere in Roma, come che questa sia stata per violenza tolta al Sovrano Pontefice, rizzato un monumento a Giordano Bruno in quel Campo de’ Fiori, dove, com’è comune opinione, morì abbruciato sul rogo il frate scandaloso e ribelle. Un monumento a Giordano Bruno! Ma gl’Italiani rinsaviti, quando, se a Dio piacerà, saranno francati dal giogo della massoneria e dalla tirannide rivoluzionaria, dureranno fatica a credere che sia stato possibile una violazione cosi manifesta di tutte le leggi del pudore, del senso morale e della pubblica onestà. Che la Francia del 93 avesse innalzato un altare alla ragione simboleggiata in una prostituta, lo comprendono tutti: erano giorni quelli di parossismo, di delirio, di satanismo; e la Francia, che per indole è trascendente ed eccessiva, in quel periodo di deliramenti, abbandonossi anche a questo eccesso, di inchinarsi avanti un idolo più abbominevole di quello adorato già dal popolo giudaico; ma fu breve la durata di questa infamia, e lo stesso Robespierre stimò che fosse tempo di ristaurare in Francia il culto dell’Ente Supremo. Ma che in Italia, dove la rivoluzione s’inaugurò senza scuotere i principii fondamentali della vita sociale, e a nome dell’indipendenza e della libertà e con promessa, che sarebbero state rispettate l’eterne ragioni di Dio e della Chiesa, che in questa Italia, che pur si vanta di avere compiuto il più incruento e il più pacifico dei rivolgimenti, si sia venuto al punto che ai più forsennati tra i liberi pensatori è data libera balia di proclamare l’apostata di Nola precursore di civiltà, e di farne quasi un semidio degno di avere un monumento in Roma, onore che i suoi nuovi padroni non hanno decretato a niuno dei più grandi e illustri pensatori; cotesto tornerebbe inesplicabile, se non si sapesse che la rivoluzione italiana, se ha mutato pelo non ha cambiato natura, vogliamo dire che, sotto le parvenze della sua moderazione e di una affettata tolleranza, nasconde il suo maligno talento di levare a cielo coloro che colla loro vita o coi loro libri o avvantaggiarono o precorsero la rivoluzione. E poco importa che quella sia stata lercia e contennenda, e questi mediocri, anzi di nessun valore; perché se della rivoluzione ebbero in grado superlativo i vizii, basta soltanto questo a renderli meritevoli dell’apoteosi. Ora Giordano Bruno ebbe in grado eminente i vizii e le mostruosità della rivoluzione; non gli mancò un solo dei biechi istinti di essa; e cosa ancor più singolare parve un rivoluzionario moderno in pieno secolo XVI. Egli fu dunque un vero precursore della rivoluzione, e sotto questo rispetto può dirsi men seguace di Lutero che di Voltaire, più giacobino che eretico; più propenso verso le dottrine del libero pensiero che della Riforma. Ecco perché i liberi pensatori odierni gli hanno decretato un monumento a Roma. Ben gli stava: il Nolano fu un vero rivoluzionario. Proviamolo.

Si può dire senza tema di esagerazione, che la Brunomania si sia manifestata in Italia sin dalle prime mosse della presente rivoluzione, che, preparata nelle tenebrose congreghe della massoneria, è diventata oggi Governo. Sin da allora gli adepti di questa setta a niuna altra seconda per odio contro i troni e gli altari, proclamarono il Bruno «massimo degli eroi del pensiero e del risorgimento intellettuale; grande araldo e maestro sommo della nuova filosofia; meritevole di stare al paro di Dante». E perché alle parole rispondessero i fatti, fin da allora cominciossi a scrivere di lui; articoli di giornali, opuscoli ed estratti di effemeridi, biografie, storie, discorsi accademici, poesie inondarono l’Italia. La scoperta del nuovo mondo non suscitò tanto entusiasmo, quanto la pubblicazione delle sue opere, né ci fu nome che fosse salutato con tanto plauso quanto quello del Bruno. L’entusiasmo e i plausi sono oggi andati tanto avanti e spinti a un tal grado che fan dimenticare i fattori più operosi ed efficaci dell’unità italiana, da Napoleone III e Cavour al leggendario Garibaldi. Data la stura dalla massoneria, il pecorame s’è posto a vociare Giordano Bruno. Oramai, se ne eccettui la stampa cattolica, non c’è più in Italia chi scriva o parli, che direttamente o indirettamente, ci entri o no, non bruci il suo granel d’incenso all’araldo del libero pensiero, allo sfratato che precorse di circa tre secoli la rivoluzione italiana, intesa nel senso di una guerra guerreggiata, non contro il Papato soltanto, ma contro tutto intero il Cristianesimo. Né Alberigo Gentile, né Arnaldo da Brescia, né Cola di Rienzo hanno ricevuto dalla massoneria onori cosi grandi, come l’apostata nolano; e c’era ben di che. Nessun di quelli rispondeva interamente agli ideali della rivoluzione; benché per alcuni rispetti meritassero i suoi plausi; nessuno personificò in sé e in ogni punto il carattere, i sentimenti, le dottrine, il favellare di essa: furono rivoluzionarii, ma non quanto era necessario per esserne la personificazione compiuta, intera, perfetta. Giordano Bruno no. Degli attributi della rivoluzione non gliene manca un solo, se non quello forse di essere spargitore di sangue ed omicida; ma questo difetto era nel Bruno più di forma che di sostanza: l’inclinazione a veder correre il sangue di coloro che egli diceva suoi avversarii l’aveva; gli mancava però il coraggio di farlo, forse anche l’occasione; ma l’avrebbe versato; egli stesso lo dice: ma non anticipiamo le prove, e passiamo a mettere in rilievo i caratteri della rivoluzione, personificati nell’araldo del libero pensiero.

La rivoluzione innanzi tutto è lercia; dov’ella trionfa è il malcostume che trionfa, è la impudicizia che passeggia impunita per le pubbliche vie. Ora Giordano Bruno fu quanto si può esserlo libertino. Non avea ancora gittato la tonica alle ortiche, che sdrucciolava nel fetido pantano della lussuria. Sallo quel convento di Campania, dov’era stato mandato dai suoi superiori, colla speranza di vederlo nel silenzio e nella preghiera attutire i fremiti del demone della carne. Ma fu vana speranza! Ché invece fu nella santa solitudine del chiostro che egli concepì e scrisse quella sozza commediaccia del Candelaio, che in oscenità vince quanto di più lubrico e fetido avessero prima di lui scritto il Machiavelli e l’Aretino. Profugo d’Italia e disertore del chiostro, s’abbandonò al reprobo senso sino a invidiare Salomone, pel gran numero che quel disgraziato re ebbe di concubine, ed a perdere ogni sentimento di naturale pudore nell’elogiare le donne inglesi, per le quali andava pazzo, com’egli narra. In quello che della donna italiana dicea essere: «cosa senza fede, priva d’ogni costanza, destituita d’ogni ingegno, vacua di ogni merito …, dov’è superbia, arroganza, protervia, orgoglio …, ira, falsitade, libidine, avarizia … puzzo, martello, schifo, sepolcro, cesso, febbre quartana, carogna … bottega, dogana, mercato di sporcarie»; le donne inglesi chiamava: «graziose, gentili, pastose, morbide, giovani, belle, delicate, biondi capelli, bianche guance, vermiglie gote, labbra succhiose, occhi divini» e le magnificava con altri epiteti, nei quali l’amabile castigatezza del concetto si unisce mirabilmente alla purezza della forma italiana. Dalle sue opere stesse si fa palese quant’egli fosse predominato dalla lascivia; in più luoghi parla con termini che non sarebbero tollerati sulla bocca di un becero; e non si lascia mai sfuggire occasione in cui non prorompe in accenti che crediamo non dover qui ripetere, per non offendere il delicato sentimento di onestà di chi ci legge. Di che menava vanto, quasi di onorata impresa, e non arrossiva di accusare le donne italiane che trovava brutte, sciapide, scortesi, villane, tanto solo perché le erano ritrose, modeste e per nulla pieghevoli al maltalento dei pari suoi. Un nostro collaboratore che ne ha scritto la storia, frugando nelle sue opere e negli archivii rinvenne su questo argomento cose che non osiamo nemmeno accennare, e gli diedero in mano la prova più autentica della grande corruzione di questo degno eroe della rivoluzione presente.

La rivoluzione è intollerante, illiberale, aggressiva; essa reputa suo nemico chi non è con lei, chi non pensi come lei, chi non serve ai suoi pravi disegni. Altera delle sue facili vittorie, ha sempre sulle sue labbra il guai ai vinti, verso i quali non ha che dispregio e diniego di giustizia. Ne abbiamo tante prove, che crediamo superfluo anche un cenno del modo come l’Italia legale abbia trattato e stia trattando l’Italia reale, cioè quella parte degl’Italiani che ancor non piegano la fronte innanzi al Vitello d’Oro. Or chi più intollerante, illiberale, aggressivo, di questo libero pensatore che nella sua Cena delle Ceneri, e nell’Antiprologo del Calendaio regalava a coloro che dissentivano dalle sue idee o si permettevano di opinare differentemente da lui, gli epiteti più ingiuriosi, chiamandoli bifolchi, stolli, matti, sofisti, talpe, bestie, volgari, asini, tutti orbi, porci, barbagianni e peggio; che di un tale, il quale dichiarava di non pensare al pari di lui e di volere qualche libertà, scriveva che era nepote dell’asino conservato nell’arca di Noè; che tra le altre gioie di cortesia mandava queste ai suoi contraddittori, corvi, lupi, pecore, buoi, cavalli? Questo araldo del libero pensiero, era quegli che i liberi pensatori del suo tempo voleva distrutti col fuoco e col capestro, e si adirava di non poter essere carnefice per mandarli al supplizio. E odano i nostri lettori che cosa scrive intorno alcuni eretici, i quali pensavano a lor modo. «Non solo si può essere loro giuridicamente molesti, ma ancora si deve stimare gran sacrificio agli dèi e beneficio al mondo di perseguitarli, ammazzarli e spegnerli dalla terra». E quindi chiamavali «peggiori dei bruchi, delle locuste sterili e delle arpie; meritevoli di essere sterminati dal cielo e dalla terra, come peste del mondo; meno degni di misericordia che i lupi, gli orsi, i serpenti; onde è opera immensamente e incomparabilmente meritoria togliere questi apportatori di pestilenza e di ruina». Anzi aggiunge, per rincarare la dose, che ad essi è pena piccola ed improporzionata lo essere spenti e tolti di mezzo agli uomini: ed è «giusto che, dopo morte, vadano ad abitare in porci, che sono i più poltroni animali della terra». Che rispetto, che amore per la libertà di pensiero, di opinione, di coscienza! Di che l’Hegel stesso indignato si vide costretto di confessare, che «Giordano Bruno avea alcun che di baccante nel suo carattere». Sarebbe stato più acconcio chiamarlo un rivoluzionario; ma al filosofo tedesco non venne in mente la parola, forse perché non avea ancora assistito allo spettacolo dei liberi oppressori, quali furono sempre i rivoluzionarii. La intolleranza rivoluzionaria del Bruno fu causa per cui dovesse fuggire di terra in terra, di università in università, e venisse dagli stessi protestanti ed apostati, nella Svizzera, nella Francia, nella Germania, nella Boemia, nell’Inghilterra, cacciato, malconcio, come uomo spiacente a tutti, amici e nemici, protettori ed avversi, grandi e piccoli, sovrani e sudditi. Torbido sempre e violento, com’egli stesso si dipinge, spregiava, mordeva, lacerava, feriva con pungenti parole ed insolente linguaggio «chi pensasse diversamente da lui»: un detto, un gesto, un’allusione che altri facesse contro le sue strane affermazioni; assai volte il semplice sospetto che i suoi interlocutori fossero suoi avversarii, bastava, perché o si udisse prorompere in invettive, in ingiurie triviali, ed invocasse sul loro capo i fulmini del cielo. Ecco il degno feticcio di questo pugno di Capanei, che in Italia si fanno oggi chiamare liberi pensatori, quando non sono che tiranni ed oppressori del pensiero altrui.

La rivoluzione è instabile, irrequieta, incostante, voltabile: è il moto perpetuo, è quella bufera infernal, che mai non resta, descritta da Dante nell’Inferno. Per darne una prova basta vedere l’instabilità dei nostri ordinamenti militari, scolastici, amministrativi; e quella vicenda di uomini politici, per cui dai conservatori si è passato ai progressisti, e da questi ai radicali, e forse più tardi si passerà ai socialisti, se a costoro verrà fatto di afferrare un giorno la palla al balzo. Ora qual uomo fu mai al mondo più incostante, volubile e irrequieto del Nolano? La vita che ei menò fu vita randagia. Un bel giorno, gettate via le vesti claustrali e preso abiti laicali e abbandonato il Convento, se ne fugge a Roma, da Roma a Genova, indi a Noli nella Liguria, ben tosto a Savona, quindi a Torino, a Venezia, poscia a Padova a Bergamo, a Brescia, a Milano, a Chambery, a Ginevra. Nella patria del Calvinismo riceve una condanna correzionale ed è costretto andarsene a Tolosa, da Tolosa a Parigi, a Londra e poi a Magonza, a Marburgo, a Wittemberga, a Praga, a Francoforte e finalmente di nuovo a Venezia. E non crediate che tutte queste peregrinazioni si sieno compiute in un lungo giro di anni; tutt’altro! Breve fu la durata delle sue peregrinazioni, come ancor più brevi i soggiorni in queste venti città. Le ventimila leghe sotto il mare e il Giro del mondo in novanta giorni, di Giulio Verne, non son ora più da contarsi tra i romanzi, mentre in si rapida corsa il Nolano poté fare il giro di mezza Europa. E come fu incostante nelle sue dimore, lo fu ugualmente nel tenore della sua vita, nei suoi propositi, nelle sue dottrine, e nelle sue amicizie. Costante solo nelle pazzie, che fu uno dei segni caratteristici di quest’uomo. Fu frate pio e devoto in sul principio; ma passati alcuni giorni diventò ribelle alla sua regola. Stanco del chiostro e trasfuga gitta via il saio, ma poi lo riprende e infine lo lascia di nuovo. A Chambery va a picchiare alla porta di un convento di Domenicani, ma giunto a Ginevra va ad intrupparsi cogli apostati italiani, ricoverati in quella città. Egli che a Ginevra avea dichiarato di non voler più riconoscere alcun simbolo religioso, a Tolosa ed a Parigi usa famigliarmente con due Padri della Compagnia di Gesù, e con uno di essi fa perfino la sua confessione e studia il modo di ritornare alla vita claustrale. In una parola, ondeggia sempre tra l’apostasia e il ravvedimento, e passa da un proposito all’altro, colla stessa rapidità ond’egli passava da una terra a un’altra. La stessa volubilità ed inconstanza si scorge riguardo alle persone colle quali tratta e in mezzo alle quali vive. Va infatti a dozzina ora da cattolici ed ora da riformati; là in casa di eretici e di ebrei, qua di persone devote e d’uomini di chiesa. Se l’aveste sentito! Ognuno se l’avea come voleva, perché la sua incostanza portavalo a rappresentare tutte le parti, lasciando incerti se egli fosse un cristiano od un rinnegato. Era egli un ipocrita? Potremmo fornirne le prove. Se non che qual pro quando ci è di peggio? Continuiamo invece nel nostro assunto, e dall’incostanza dei propositi passiamo a quella delle dottrine. Ma di ciò in altro quaderno.

Questo articolo fu pubblicato nel quaderno del 7 maggio 1888. Qui tutto il volume.
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