Fonte: storico.org, Pier Luigi Guiducci.

[…] In definitiva, la Chiesa Cattolica, secondo le direttive di Belgrado, doveva essere ridotta a una presenza non pericolosa per il regime. E occorreva neutralizzare chi era definito «nemico del popolo». Sulla base di tali direttive, sacerdoti sloveni, croati e italiani subirono violenze, sopraffazioni e – in taluni casi – il martirio «in odium fidei». Nell’area istriana il clero si doveva rifiutare di obbedire al proprio Vescovo, quello di Trieste, in modo da realizzare una scissione: la diocesi di Capodistria doveva essere staccata da quella di Trieste. Le reiterate pressioni dei fiduciari di Tito portarono all’abbandono dell’Istria da parte di molti parroci, e anche all’eliminazione di presbiteri italiani. In tale contesto, non mancarono per i Vescovi dei territori oggetto di controversie politiche delle prove particolarmente dolorose. I presuli di Pola (Monsignor Raffaele Mario Radossi), di Fiume (Monsignor Ugo Camozzo), di Zara (Monsignor Pietro Doimo Munzani), di Trieste e Capodistria (Monsignor Antonio Santin) furono testimoni di realtà di violenza, di morte, e dell’esodo che, dal 1944 al 1961, coinvolse il 90% della Comunità Italiana.

Monsignor Raffaele Mario Radossi

Monsignor Mario Radossi (1887-1972) era nato a Cherso (Istria). Faceva parte dei Frati Minori Conventuali. Aveva assunto il nome di Fra’ Raffaele. Fu ordinato sacerdote in Svizzera, a Friburgo, il 28 novembre 1909.  Nel Natale del 1941 Pio XII lo nominò Vescovo delle diocesi riunite di Parenzo e Pola. Vi rimase fino al 1947[21].
La tragedia della guerra lo vide al suo posto, in un’Istria ove erano attivi i partigiani di Tito, sostenuti da Mosca. Nel frattempo, i militari USA lanciavano viveri e armi seguendo la logica delle alleanze. Il presule operò con energia per sostenere gli Istriani provati da continue avversità. Pregò vicino alle foibe ove furono individuati poco alla volta i resti di persone trucidate. Accarezzò i bambini. Cercò di non far crollare il coraggio dei perseguitati. A ogni partenza della motonave Toscana da Pola era là a confortare e a salutare chi abbandonava la propria terra e la propria città. Subì un attentato (scavarono una larga buca nella strada percorsa in macchina dal Vescovo per favorire un incidente).
Alla fine la Santa Sede decise di trasferirlo in un luogo più sicuro, e il 7 luglio 1948 lo mandò Arcivescovo a Spoleto. Con il penultimo viaggio della motonave Pola se ne andò anche lui, insieme ai suoi fedeli.
A Spoleto rimase 19 anni, fino al 23 giugno 1967. In questa diocesi lo seguirono, profughi, preti e seminaristi con le loro famiglie, che furono dislocati soprattutto nelle parrocchie di montagna, scarse di clero.
Un seminarista, compagno di scuola al Regionale di Assisi, Eugenio Ravignani[22], fu poi Vescovo di Vittorio Veneto, quindi Arcivescovo a Trieste. A Spoleto Monsignor Radossi, il 20 maggio 1949, promosse la pubblicazione di un vivace settimanale, «Il Risveglio». L’impostazione del periodico dimostrò chiarezza nel difendere precise posizioni, e non si esitò nel criticare anche il movimento comunista, presente in città e nel circondario.
A Spoleto, Monsignor Radossi non cessò di aiutare i profughi. I suoi interventi presso le forze governative, da lui accusate di indifferenza nei confronti del dramma della gente dell’Istria, attestano idee chiare, volontà, dignità, amor patrio. Le sue parole di denuncia della «disastrosa lacuna della grande stampa italiana per la nostra Causa» e della «stupida e ipocrita politica, che ha recato sì gran danno alla nostra Causa, e, in particolare all’Italia umiliazioni e disprezzo, poiché per servilismo essa ha mancato di difendere i figli del suo stesso sangue», non hanno cessato di mostrare vigore nell’attuale periodo storico.[23]
Con il trascorrere del tempo arrivò anche per Monsignor Radossi l’ora di dare l’addio a Spoleto. Si ritirò ai Frari di Venezia, per raggiunti limiti d’età. In seguito si trasferì nella casa di cura «Villa Maria» di Padova. La morte sopraggiunse il mattino del 26 settembre 1969.

Monsignor Ugo Camozzo

Monsignor Camozzo (1892-1977)[24] era nato a Milano. Suo padre morì quando il piccolo Ugo aveva appena tre anni. La madre tornò allora con il figlioletto nella casa paterna a Venezia. Venne ordinato presbitero nel 1915. Consacrato Vescovo di Fiume (allora diocesi italiana) nel 1938. A motivo dell’occupazione effettuata dalle milizie di Tito fu costretto all’esodo nel 1947, ultimo Italiano a ricoprire la carica di Vescovo della città.[25] Nell’estate di quell’anno rivolse ai suoi concittadini l’ultima sua pastorale terminando, nella commozione dell’addio, con queste parole:
«Fiumani, siate dignitosi nella vostra sventura. La vostra umiliazione è gloriosa, potete portarla a fronte alta e con nobile fierezza […]. Per l’ultima volta accettate la paterna raccomandazione del vostro pastore di un tempo, siate buoni, e la Provvidenza non vi abbandonerà. […] Il Venerato Crocifisso di San Vito sia per voi il vincolo spirituale che unisce i vostri cuori nella stessa fede e vita cristiana».
Terminata l’orazione venne effettuata l’operazione dell’ammainabandiera. Il Vescovo divise in tre parti il tricolore italiano per superare il controllo jugoslavo e poi, preso il breviario e salutato per sempre il Crocifisso miracoloso della Cattedrale, lasciò, da esule, la città. Una volta arrivato in Italia ricompose la bandiera, tenendola sempre con sé. Nel 1948 fu nominato Arcivescovo di Pisa. Il suo compito terminò nel 1970. Morì a Padova all’età di 84 anni, il 7 luglio 1977.  Prima di concludere il suo iter terreno chiese di essere sepolto con un crocifisso e con la bandiera di Fiume.[26] La sua tomba si trova nel Duomo di Pisa, navata di sinistra, sotto l’antico dipinto della Madonna Nera.[27]

Monsignor Doimo Munzani

Monsignor Doimo Munzani (1890-1951)[28] era nato a Zara, in Dalmazia (allora Austria-Ungheria). Ricevette la nomina a Vescovo nel 1926. Aveva 35 anni. Per 22 anni fu l’Ordinario di Zara. Conosceva perfettamente il croato. Fine teologo. Le sue Lettere pastorali anticiparono alcune affermazioni del Concilio Vaticano II. Valido organizzatore della vita diocesana. Fu testimone di 54 bombardamenti che lo costrinsero a ritirarsi nella cappella mortuaria del cimitero. Il 7 marzo del 1945 venne arrestato dai comunisti jugoslavi. Deportato prima a Lissa e poi a Lagosta. Alla fine lo liberarono. Tornato a Zara, proseguì le funzioni pastorali.
L’11 dicembre del 1948, questo presule, malgrado le sollecitazioni del clero croato e delle stesse autorità iugoslave del tempo[29], non volle rimanere a capo di una diocesi che aveva perduto gran parte dei suoi fedeli. Per tale motivo, divenendo un esempio significativo, seguì con sofferenza e dignità il suo popolo in esilio. Rimase per tutti «l’Arcivescovo di Zara», anche quando gli fu affidata la sede antica di Tiana (Sardegna). Venne definito l’Arcivescovo «itinerante», per l’attività pastorale nei campi profughi sparsi in Italia, sempre vicino agli esuli giuliano-dalmati. Morì a 61 anni, nella Cattedrale di Oria (Brindisi), mentre stava predicando. Si accasciò ai piedi dell’altare del Santissimo Sacramento pronunciando per sé il Miserere.[30]

Monsignor Antonio Santin[31]

Monsignor Santin (1895-1981)[32] era nato a Rovigno (Istria). Fu cappellano a Momorano, parroco a Pola. Vescovo di Fiume nel 1933. Raggiunse il capoluogo del Quarnero con la mamma (il padre era morto), la sorella Benedetta e il fratello Giovanni. Vi rimase cinque anni. Il 16 maggio 1938 ricevette la nomina a Vescovo di Trieste e Capodistria. Nello stesso anno (il 18 settembre) Mussolini annunciò proprio a Trieste la nuova legislazione antiebraica. La situazione era ormai segnata da violenze e criticità. Il 15 aprile 1943 Monsignor Santin indirizzò, insieme agli altri Vescovi della Venezia Giulia, un Memoriale al Duce denunciando le violenze del regime contro i fedeli sloveni e croati. Tra il settembre 1943 e il maggio 1945 intervenne per cercare di salvare la vita agli Ebrei e agli antifascisti, italiani e slavi, imprigionati dai Tedeschi e dai repubblichini. Intanto gli eventi si susseguivano tragici. 1) Da una parte, il tracollo militare tedesco segnò l’inizio di operazioni mirate a eliminare gli sconfitti. 2) Dall’altra, ebbe inizio in Venezia Giulia una fase di 40 giorni segnata da sopraffazioni, uccisioni, deportazioni a opera delle milizie di Tito. Il territorio ove Monsignor Santin era pastore fu diviso dalla «Linea Morgan».[33] Tale demarcazione venne concordata a Belgrado il 9 giugno del 1945. Con questa intesa, si creò una Zona A controllata dall’Amministrazione militare anglo-americana (Trieste, Gorizia e Pola), e una Zona B affidata all’Amministrazione militare jugoslava (le zone rimanenti della Venezia Giulia).
In tale contesto si verificarono delle sanguinose vicende. Nella Zona B era attivo un movimento comunista che spingeva verso l’annessione alla Iugoslavia. Tale iniziativa politica mirava anche ad allontanare, o a eliminare (foibe[34]), quanti potevano diventare dei riferimenti in tema di opposizione a Belgrado. In tale ambito si collocò pure una politica di aggressione verso molteplici ecclesiastici. Il 19 giugno del 1947 Monsignor Santin rischiò un linciaggio quando decise di recarsi a Capodistria (si festeggiava il patrono locale, San Nazario). Sulle scale del seminario cittadino si consumò l’aggressione del presule, il quale fu pesantemente colpito e percosso a sangue.[35]
Il Vescovo, comunque, non indietreggiò davanti ai problemi politici del momento. Le sue omelie in Cattedrale divennero anche un’occasione per denunciare le violenze perpetrate dalle milizie di Tito.[36] Questa linea pastorale che respingeva compromessi ebbe conseguenze. Furono infatti adottate misure repressive a danno del clero nella Zona B. Si arrivò in tal modo a una situazione persecutoria. Diversi sacerdoti, i cui nominativi erano annotati nelle liste dell’OZNA, furono costretti ad abbandonare le proprie residenze. La cronaca del tempo registra pure aggressioni sul sagrato di varie chiese. Ci furono comunque anche processioni di fedeli che sfidarono le autorità jugoslave per reclamare (con esito positivo) la liberazione dei propri sacerdoti dalle carceri. Questo clima di terrore colpì i preti italiani, ma anche quelli sloveni e croati.[37]
In tale contesto, Monsignor Santin scrisse pure un’invocazione al Signore per le vittime delle foibe (1959). Si riporta qui di seguito il testo.
«O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalla profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te. Ascolta, o Signore, la nostra voce. Noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche per apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti. E ci rivolgiamo a Te, perché Tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro. Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace. Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua pace. Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi Morti, profonda come le voragini che li accolgono. Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire dello splendore del Tuo Volto. E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà. Tu ci hai detto: “Beati i misericordiosi perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati”, ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità».[38]

La persecuzione di preti e religiosi in Istria[39]

Nei drammi del tempo, clero e comunità religiose si trovarono ad affrontare prove molto dure. Al riguardo, con riferimento all’Istria, Pietro Zovatto[40], in un libro, ha descritto molti episodi che rientrarono nel progetto di disarticolazione della società giuliano-dalmata da parte del nascente regime di Tito[41]. Si citano qui di seguito alcuni esempi.

Don Angelo Tarticchio

Don Tarticchio era nato nel 1907 a Gallesano d’Istria. Divenne in seguito parroco di Villa di Rovigno (Istria). Il 16 settembre del 1943[42], di notte, partigiani titini lo prelevarono a forza dalla canonica. Aveva 36 anni. Gli aggressori, dopo insulti, lo relegarono in carcere (castello dei Montecuccoli a Pisino d’Istria). Subì la tortura. Venne poi trascinato nei pressi di Gallignana. Qui, i miliziani comunisti lo uccisero con una raffica di mitragliatrice e lo gettarono in una foiba. Con lui subirono la stessa sorte 43 prigionieri legati con filo spinato. La salma di Don Tarticchio fu recuperata solo due mesi dopo. Si vide allora che gli avevano conficcato nel capo una corona di filo spinato.[43]

Don Francesco Bonifacio

Altre tragedie significative si collegano alla soppressione di due sacerdoti istriani: Don Francesco Bonifacio (1912-1946; Beato)[44], e Don Miroslav Bulešić (1920-1947; Beato).
Don Bonifacio, nato a Pirano d’Istria, venne ordinato sacerdote a 24 anni (27 dicembre 1936). Prima destinazione del suo apostolato fu Cittanova. In seguito, ricevette la nomina a cappellano di Villa Gardossi[45] (13 luglio 1939). Si trattava di un comune agricolo dell’entroterra (posizionato tra Buie e Grisignana). La sua attività sacerdotale si articolò in modo significativo: coro, filodrammatica, piccola biblioteca, Azione Cattolica, attività ludico-sportive per i giovani, sostegno agli anziani, presenza accanto ai malati, supporto ai meno abbienti. Nel 1940 (Italia in guerra) e nel 1943 (armistizio), il territorio di Villa Gardossi, con casolari e boscaglie, divenne rifugio di partigiani. Il fatto spiega le incursioni di fascisti (Repubblica Sociale Italiana) e di nazisti. Nel dopoguerra mutò il quadro politico della zona. L’occupazione jugoslava di territori posti in precedenza sotto la bandiera dell’Italia spinse le milizie di Tito a guardare con sospetto le persone di lingua italiana. Queste, inclusi i religiosi, erano considerate dei resistenti al regime comunista e alla sua dottrina.
Anche Don Francesco venne avvisato sui pericoli legati all’azione di miliziani comunisti. Egli era consapevole della gravità della situazione. Ne parlò con alcuni sacerdoti («mi stanno spiando»; «qualche cosa di male può accadermi») e con il Vescovo Monsignor Santin a Trieste («i capi comunisti mi fanno difficoltà e mi minacciano»). Malgrado i problemi riteneva comunque necessario restare al suo posto, non lasciare i fedeli. La sera dell’11 settembre del 1946 Don Bonifacio, dopo essersi recato a Grisignana dal suo confessore (il parroco Don Giuseppe Rocco), riprese la strada del ritorno. Lungo il percorso, come riferito da testimoni, venne avvicinato e fermato da due guardie popolari. È l’inizio del dramma. Il sacerdote fu costretto a seguire i suoi aguzzini mentre altri due miliziani si aggregavano al gruppo. Nel bosco Don Francesco venne picchiato a morte e presumibilmente infoibato. Aveva 34 anni. I suoi resti non sono mai stati ritrovati. La prima comunicazione dell’uccisione di questo sacerdote risale al 21 settembre 1946 ed è firmata dal Vescovo Santin.[46]

Don Miroslav Bulešić

Don Bulešić era un presbitero croato. Operò presso le parrocchie di Monpaderno e di Canfanaro, poi nel seminario di Pisino (professore e vicerettore). A causa della guerra in molte parrocchie della sua zona non era stata amministrata la cresima. Per questo motivo, Don Bulešić accompagnò nel 1947 Monsignor Jacob Ukmar[47] (delegato del Vescovo di Trieste e Capodistria per l’amministrazione di questo sacramento della confermazione) in 24 chiese diverse per la celebrazione del sacramento. Esponenti dell’amministrazione comunista, però, avevano proibito le cerimonie liturgiche.
Presso la chiesa parrocchiale di Antignana (nell’entroterra istriano), elementi del Partito Comunista impedirono l’ingresso a Monsignor Ukmar e a Don Bulešić. A Pinguente, un gruppo di oppositori bloccò le cresime a 250 ragazzi. Ci fu un lancio di uova marce e pomodori, con insulti e bestemmie. Il 24 agosto nella chiesa di Lanischie (Istria Settentrionale)[48], Monsignor Ukmar e Don Bulešić riuscirono a cresimare 237 ragazzi. Al termine della liturgia, per l’acuirsi di violente ostilità manifestate da elementi del Partito Comunista, i due sacerdoti si dovettero chiudere in canonica con il parroco, Don Stjepan (Stefan) Cek[49]. Gli oppositori, però, riuscirono a irrompere nei locali. Sgozzarono Don Bulešić. Ferirono in modo grave Monsignor Ukmar. Il parroco poté nascondersi. Al funerale le autorità comuniste vietarono ai treni, con fedeli accorsi per onorare il martire, di fermarsi. Il divieto riguardò anche le stazioni vicine.
Al processo i giudici accusarono gli ecclesiastici sopravvissuti di aver provocato gli incidenti. Ne derivarono condanne. Monsignor Ukmar, trascorso un mese in ospedale per le percosse ricevute, dovette scontare un mese di prigione. Il parroco affrontò sei anni di lavori forzati. Riguardo a Don Bulešić, il tribunale del popolo sostenne una tesi: non era provato che «fosse stato veramente ucciso». Poteva essersi «suicidato a scopo intimidatorio». Le prove, però, erano evidenti. Così, l’assassino venne condannato a cinque mesi di prigione per «troppo zelo nella contestazione».[50]



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