Il 26 marzo 1862 la Chiesa d’Italia, già orbata della sua presenza fisica, e afflitta dalle persecuzioni che subiva dai fautori del preteso “risorgimento”, si rivestiva a lutto per la morte di uno dei suoi più illustri Pastori: Luigi Fransoni, Arcivescovo di Torino, scacciato dalla sua sede ed esule a Lione per la persecuzione di massoni e liberali. Vogliamo ricordarlo col necrologio che in sua memoria pubblicò La Civiltà Cattolica.

Innanzi ad ogni altra notizia delle cose degli Stati Sardi dobbiamo mentovare la gravissima perdita fatta dall’ Archidiocesi di Torino, per la morte dell’invitto e glorioso suo Pastore Monsignor Luigi de’ Marchesi Fransoni, che rese santamente l’anima a Dio nella città di Lione, alli 26 di Marzo. «Da buon guerriero (dice l’Armonia, n.° 73, che reca una commovente biografia del fortissimo esule) egli cadde sulla breccia e morì nell’esilio, spogliato di tutti i suoi beni, ma ricco dell’amore dei suoi figli e dell’ammirazione di tutto il mondo cattolico. Maledetto dalla rivoluzione ch’egli avea smascherato e combattuto fin dai suoi primi giorni, passò di questo mondo, benedicendo i suoi amici e nemici, e la sua morte fu, come tutta la sua vita, un atto di generosissima carità».

Nato in Genova il 29 Marzo 1789, cominciò a sentire i rigori delle iniquità settarie fin dal 1797, quando, insieme col padre, dovette fuggire dalla patria mandata sossopra dalle rivolture francesi; e riparare prima in lesi, poi a Roma, quindi a Napoli. Sul cadere del 1799 la illustre famiglia tornò in Roma, e vi ebbe quieta stanza , finché per ordine di Napoleone I fu rapito e tratto via prigioniero l’immortale Pontefice Pio VII, e l’eterna città fatta serva dell’impero francese.

Nel 1814, quando la giustizia di Dio vendicò le offese, le soperchierie, le violenze usate al Vicario di Gesù Cristo, Luigi Fransoni ritornò in Genova dopo diciassette anni di assenza, fu ascritto nel Clero della sua patria, e l’11 Dicembre dell’ anno medesimo elevato al sacerdozio. E tosto si diè ad una vita apostolica, entrando nella Congregazione de’ Missionari Urbani, e ‘correndo col massimo zelo e con grandissimo frutto a predicare il Vangelo in molti paesi dell’archidiocesi. Le sue virtù non restarono nascoste alla Maestà di Vittorio Emmanuele l, re di Sardegna, che lo nominò Vescovo di Fossano; nomina che rifiutò dapprima, e a cui più tardi si arrese sotto Carlo Felice. Luigi Fransoni adunque, che fuggiva da Roma tolta a Pio VII, dopo pochi anni, in cui gridavasi e parea eternamente perduto il dominio temporale dei Papi, veniva proclamato dallo stesso Pio VII, gloriosissimo Re di Roma, a Vescovo di Fossano, nel Concistoro del 13 di Agosto 1821. Fu consacrato il 19 dal Cardinale Galeffi, e il 2 Dicembre pigliava solenne possesso della sua diocesi.

Nell’ Agosto del 1831, morto l’Arcivescovo di Torino Monsig. Chiaverotti, fu inviato dalla S. Sede in quella Archidiocesi Monsig. Fransoni in qualità di Amministratore apostolico, e poi, a richiesta di Re Carlo Alberto, venne creato Arcivescovo di quella Metropoli nel Concistoro del 21 di Febbraio 1832, restando tuttavia Amministratore della Diocesi di Fossano, che egli governò ancora per ben quattro anni. Uomo di molta perspicacia, di squisito sentire, d’occhio finissimo, di carattere franco, di petto apostolico, disse sempre la verità, tutta la verità, a tutti e dappertutto, nel gabinetto del suo palazzo, e nella Corte del suo Sovrano, cosi al Re ed ai ministri, come all’ultimo chierico. Ma la verità genera l’odio, e grandemente odiato dai tristi fu l’Arcivescovo di Torino. E l’odio proruppe in aperta persecuzione nel 1848, quando una mano di gente prezzolata condannò all’esilio il zelantissimo Pastore; esilio che per una petizione solennissima dei capi di famiglia torinesi dovette cessare nel 1850, ma poco dopo ricominciò per sentenza di magistrati, con misure chiamate estralegali dallo stesso conte di Cavour. Monsignor Fransoni espulso da Torino, e spogliato di tutti i suoi beni, accettava l’offerta fattagli da Ferdinando Barrot , Ministro francese, con sua lettera di Torino 26 Settembre 1850, di riparare in Francia; e si stabilì a Lione, dove moriva, dopo dodici anni di esilio.

A chiarire quanta fosse la carità del compianto Arcivescovo verso i poverelli di Cristo, basti accennare, che nel rivedere i conti della mensa arcivescovile di Torino fu accertato, come in tutto il tempo in che fu libero di disporre delle sue rendite, queste egli volle che andassero tutte in limosine ed in opere di beneficenza, vivendo egli del proprio patrimonio. Quando poi la rivoluzione lo colpi d’ostracismo e sequestrò le rendite della mensa, il buon Pastore assottigliò di molto le parchissime spese ch’egli usava fare pel suo sostentamento, e ne impiegò il risparmio a sollievo di quei poveri, da cui l’avea divelto la prepotenza de’ suoi nemici. Quanto alla imperterrita sua fortezza non è d’uopo dir parola, poiché il mondo tutto risuonò di sua fama, e vide in lui un degno imitatore di S. Tommaso di Cantorbery e di S. Gregorio VII, dei quali era divotissimo. Dovendo nel 1821 scegliersi una reliquia pella sua croce pastorale, volle che quella fosse di S. Gregorio VII, come se fosse presago che anch’egli potrebbe un dì ripetere: Dilexi iustitiam et odivi iniquitatem; propterea morior in exilio; e nel chiederla disse queste parole: «Poiché veggo avvicinarsi una tremenda burrasca, e presentarsi un orizzonte oscuro e terribile, la memoria e la protezione di S. Gregorio VII ci sarà ben preziosa e di sommo conforto». Può dirsi che tutta la sua vita episcopale fu esemplata da quei sublimi modelli; onde è da credere ch’ egli abbia mietuta la stessa palma.

Egli avea, prima di morire, espresso il suo desiderio di avere modesta sepoltura nel pubblico cimitero di Loyasse in Lione, nel compartimento assegnato ai semplici preti. Ma l’Em.o Card. Arcivescovo di quella città credette che non si dovesse ottemperare a quel voto, e gli celebrò splendidissimi funerali nella Metropolitana, dove fu portato con magnifica pompa, dopo che il popolo di Lione l’ebbe ossequiato con mostre di profonda venerazione, nella propria cappella domestica. Fu poi deposto nella Cattedrale stessa, nel tumulo riserbato agli Arcivescovi. La sua memoria vivrà imperitura nei fasti della Chiesa, i cui diritti egli sostenne con tanto valore e a costo di tanti sacrifizi.

La Civiltà Cattolica, Anno decimoterzo, Volume II della quinta serie, Roma, 1862, pp. 235-237


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