di Luca Fumagalli

Per chi fosse interessato ad approfondire l’opera di Evelyn Waugh e quella di molti altri scrittori cattolici britannici si segnala il saggio, targato Edizioni Radio Spada, “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

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Pubblicato nel 1952 per la Queen Anne Press in edizione limitata e appena tradotto in italiano dalla casa editrice Adelphi, I Luoghi Santi (The Holy Places) è uno di quei lavori saggistici che fanno da contorno alla ben più nota produzione narrativa di Evelyn Waugh. Lo smilzo libretto, originariamente corredato dalle illustrazioni di Reynolds Stone, raccoglie infatti due articoli, “Sant’Elena imperatrice (“St. Helena: Empress”) e “La difesa dei Luoghi Santi” (“In Defence of Holy Places”), che, oltre a trattare argomenti di sicuro fascino, testimoniano la grande versatilità dello scrittore inglese, capace di passare senza soluzione di continuità dai toni satirici e irriverenti dei romanzi a una prosa più asciutta e composta, senza per questo risultare meno accattivante (con buona pace di chi, sulla scia di un Humphrey Carpenter, ha invocato proprio simili mutamenti di stile per giudicare severamente i suoi saggi).

Nella breve introduzione, intitolata “Lavori non più in corso” (“Work Abandoned”), è lo stesso autore a spiegare l’origine dei due pezzi: il primo, già riproposto sulle colonne del «Month», è un commento per lo sceneggiato radiofonico ispirato al suo romanzo Elena che la BBC aveva mandato in onda nel 1951; il secondo, invece, è l’esito giornalistico di un viaggio in Palestina che, sempre nel 1951, Waugh aveva intrapreso con l’amico Christopher Sykes su commissione della rivista «Life».

In “Sant’Elena imperatrice”, dopo una rapida considerazione su come la santità sia un fatto assolutamente personale, nel senso che ogni santo fu tale in un modo unico e irripetibile – «da Elena possiamo imparare […] [che] Dio vuole da ciascuno una cosa diversa, […] ma sempre una cosa che solo noi possiamo fare» –, lo scrittore prosegue collocando la grande regina in quella categoria di santi «ricordati per una sola azione»: «In età estremamente avanzata fece, come imperatrice madre, un viaggio attraverso una parte degli immensi domini di suo figlio, fino a Gerusalemme: da quel viaggio provengono le reliquie della Vera Croce venerata in tutta la Cristianità». Su di lei, del resto, le notizie sono scarse, poco attendibili, e se «non fosse per il suo ultimo, trionfale viaggio, non godrebbe di alcuna fama» (anche Sant’Elena, al pari della meno fortunata Maria Stuart, potrebbe quindi proclamare: «Nella mia fine è il mio principio»). Tuttavia, a parere di Waugh, quell’unica impresa basta alla celebre imperatrice per meritare un posto tra i Dottori della Chiesa: «Non si trattò semplicemente dell’aggiunta di un altro mirabile trofeo al cumulo di reliquie che dappertutto venivano dissotterrate ed esposte a venerazione: Elena stava riaffermando in modo sensazionale un dogma che correva il rischio di cadere nell’oblio. […] Tutto, in quella nuova religione, era suscettibile di interpretazione, tutto si poteva ingentilire o sminuire; tutto, tranne l’irragionevole affermazione che Dio si era fatto uomo ed era morto sulla Croce; niente miti o allegorie».

Altro brillante passaggio dell’articolo, ottima esemplificazione del piglio caustico e reazionario dell’autore, è quello dedicato all’impietoso confronto tra l’epoca di Costantino e il mondo moderno: «Ci sono, sì, somiglianze superficiali. La poesia era morta e la prosa morente. L’architettura era scivolata fra le mani callose dei geometri. La scultura era caduta così in basso che Costantino non era riuscito a trovare, in tutto l’impero, uno scalpellino capace di decorare il suo arco trionfale, e aveva preferito, invece, saccheggiare l’arco di Traiano, vecchio di duecento anni. Una immane burocrazia esercitava in pratica un potere supremo, regolando la tassazione sulle fonti di ricchezza in funzione dei piaceri della plebaglia urbana e della difesa delle frontiere, sottoposte sempre più alla pressione dei barbari provenienti dall’Est. Il mondo civilizzato fu costretto a trovarsi una nuova capitale. Tutto questo suona familiare; ma l’evento supremo di quel periodo, la vittoria del Cristianesimo, non trova corrispondenza nella storia umana».

“La difesa dei Luoghi Santi”, come scrive Michael G. Brennan, palesa la visione pessimistica di Waugh per quanto riguarda il futuro della Palestina: «L’indipendenza di Israele e la fine del mandato britannico nel 1948 avevano scatenato nuovi conflitti tra gli ebrei e quegli arabi senza più una terra. Mentre i Santi Siti di Gerusalemme stavano crollando, Papa Pio XII emanava encicliche inefficaci che invocavano la loro protezione. Evelyn era convinto che le misure di pace delle Nazioni Unite si sarebbero rivelate inutili e, già sospettoso nei confronti del sionismo, la sua simpatia per gli arabi palestinesi si era rapidamente ridotta; credeva che il risentimento, le ambizioni e le atrocità di entrambe le parti fossero un affronto nei confronti di quella che reputava la città più sacra del mondo».

Al di là delle considerazioni squisitamente politiche, nel secondo articolo vi sono anche diversi passaggi che testimoniano l’idea spirituale di Waugh. Interessante, ad esempio, l’opportuno distinguo storico-teologico tra i tre grandi monoteismi in relazione alle rispettive pretese su Gerusalemme, ma pure la riflessione sull’istinto del pellegrino – inizialmente spaesato dalla «topografia sconcertante» della Palestina, con chiese fatiscenti e la Via della Croce che «attraversa una bazar orientale» – mostra una prospettiva non così scontata: «È infatti una cosa del cuore più che della testa. La ragione ci dice che Cristo è pienamente presente in una chiesa come in un’altra, ma noi sappiamo per esperienza che alcune chiese hanno quella certa “atmosfera”, come diciamo in modo assai inadeguato, che rende facile pregare, e altre no. E questo è tanto più vero per quei luoghi segnati da grandi eventi e dalla devozione dei santi». Dopo una nota elogiativa dedicata ai Francescani della Custodia e un’amara constatazione delle grandi differenze che separano il cattolicesimo dalle Chiese orientali, Waugh si dilunga nella descrizione della Basilica del Santo Sepolcro, un agglomerato eterogeneo di pietre ed esperienze che, per molti versi, vale come incarnazione delle mille e più contraddizioni che caratterizzano la Terra Santa.

Solo nell’epilogo, «a miracol mostrare», vi è spazio per una cauta fiducia: «Siamo stati nel cuore della nostra religione. È tutta qui, con tutti i suoi difetti umani e i suoi trionfi sovraumani, e comprendiamo appieno, forse per la prima volta, che il cristianesimo non è germogliato a Roma o a Canterbury, a Ginevra o a Maynooth, ma qui, nel Levante, dove tutto è inestricabilmente mescolato e nulla è assimilato. Nel Levante opera un’alchimia esattamente opposta a quella del melting pot americano. Razze e confessioni differenti si urtano per secoli, e la loro diversità non fa che accentuarsi. Nostro Signore nacque in una civiltà dalle violente divisioni, che tale è rimasta. Ma dobbiamo sempre sperare nell’unità, e finché la chiesa del Sepolcro resterà un edificio unico, per quanto suddiviso, essa costituirà un monumento a questa indispensabile speranza».

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Immagine di copertina rielaborata dalla redazione di RS.