Volentieri offriamo ai lettori questo importante estratto di Vincere la paura – Ossessioni e scrupoli. Il riposo per il cristiano è un dovere ma è anche molto utile, a certe condizioni:


«Certamente il riposo non è tutto, ma nulla si può ottenere, senza di esso»[1]. Si obbietterà forse che dovendo ricavare da un capitale di vita già sì povero, tutto il reddito possibile, non resta tempo da perdere. No, non è tempo perduto quello che si consacra al riposo. È dimostrato, che in un dato termine, due o tre giorni per esempio, un organo stanco produce minor somma di lavoro utile, dello stesso organo che agisca a suo agio, dopo aver riposato, anche se nel riposo ha dovuto impiegare i tre quarti del tempo[2]. In Inghilterra, negli incontri di pugilato, il nuovo metodo non tollera che degli assalti di tre minuti intermezzati da due minuti di riposo. La lotta è così divenuta più terribile e sanguinosa. In passato, quando più rari erano i riposi, essa sovente terminava per spossatezza; oggi dura invece delle ore intere, a meno che le gravi ferite d’uno dei campioni non lo costringano a chieder mercé[3]. La natura, d’altronde, che è industriosa e sembra mirar sempre al miglior rendimento, ci dà l’esempio del riposo. Gli alberi e le piante tutte, riposano durante l’inverno, per meglio svilupparsi e fiorire in primavera. Il cuore, dopo ciascuna delle sue contrazioni, si riposa; e così il cuore dell’uomo, per esempio, questo muscolo della grandezza di un pugno, può fornire, ogni giorno, un lavoro di 62.000 chilogrammetri. «I polmoni, i muscoli, le glandole, il cervello obbediscono nella maniera più evidente a quest’obbligo dell’attività ritmica (intermezzata dal riposo). La ragione di tal fatto riesce manifesta se si considera che il funzionamento trae seco un dispendio d’energia generalmente brusco, che dev’essere rifornito per mezzo d’una raccolta generalmente lenta. L’attività funzionale è (o almeno comporta) distruzione esplosiva di una riserva chimica, che si ricostituisce con maggiore o minore lentezza»[4]. Noi dobbiamo, a questo riguardo, imitare la natura; o meglio dobbiamo contar con le sue leggi, coi limiti ch’essa ci fissa e colle fatalità ch’essa c’impone. Lo spirito più attivo, come la terra più feconda, ci guadagna ad essere messo a maggese come diceva Cavour. Darwin, ch’era un ammalato e che nondimeno ha tanto prodotto, riposava regolarmente e lungamente e pur anco nelle ore di lavoro, se sentiva sopraggiunger la stanchezza, arrestava la dettatura, anche in corso di frase, dicendo: Sembrami sia d’uopo cessare. Indispensabile è invero tutto questo per l’ossessionato che il surmenage già fortemente danneggia. Soltanto il riposo può dar modo all’organismo di eliminare le tossine che lo minacciano e di rinnovare le riserve che gli permetteranno un’attività feconda. Tuttavia nella generalità dei casi d’ossessione, il riposo non dovrà essere assoluto. Tale rimedio sarebbe, assai spesso, peggiore del male; giacché favorirebbe il sorgere o lo svilupparsi delle idee torturanti. Il lavoro è pur sempre il miglior riposo, secondo la frase di Madame Swetchine. Il lavoro è sano in sé stesso e quando se ne sia fatta un’abitudine, non si può sottrarvisi senza violenza e senza provocare nell’organismo dei disordini che hanno pure i loro inconvenienti. La miglior via da seguirsi sarà dunque, in generale, di fissare nel proprio regime di vita un certo tempo di riposo, sì che non s’abbia ad aver bisogno di riposi straordinari; e nelle circostanze in cui, malgrado tutto, un riposo prolungato s’impone, sarà assai utile di dedicarsi, senza sforzo, a dei lavori, facili, variati e piacevoli, piuttosto di rimaner completamente inoperosi. Facili, questi lavori, non andranno oltre le forze disponibili; variati, consentiranno un utilissimo, alternato riposo; piacevoli, interesseranno e assorbiranno più o meno lo spirito, stornandolo dalle idee morbose. Bisogna però sempre che il direttore non dimentichi che il principale strapazzo è dato dall’idea ossessiva e che il riposo deve conciliarsi con la cura necessaria che abbiamo esposta nel precedente capitolo. Sarebbe d’uopo ridurlo al minimum indispensabile se dovesse costituire per l’ammalato un’occasione di lasciarsi invadere dalle sue idee folli; poiché «il riposo fisico rimane senza effetto alcuno, se non s’ accoppia al riposo morale, psichico, che costituisce per i nervosi il riposo vero»[5].


[1] D. Deschamps, op. cit., p. 318.

[2] Vedasi A. Mosso, La fatica, pag. 91 e seg.

[3] LAGRANGE, op, cit., p. 162.

[4] A. DASTRE, La vie et la mort, Parigi, Flammarion, 1908, p. 213.

[5] Dr. P. E. Lerr, Neurasthénie et Névroses, Parigi, Alcan, 1909, p. 169.


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