di Luca Fumagalli

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire l’opera di Richard Rumbold, di mons. Ronald Knox e quella di molti altri scrittori cattolici britannici si segnala il saggio, targato Edizioni Radio Spada, “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

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Nella storia del cattolicesimo britannico del XX secolo e dei suoi intellettuali, accanto a convertiti e apologeti di prim’ordine, ci fu purtroppo anche chi, come lo scrittore Richard Rumbold (1913-1961), abbandonò la Fede nella quale era cresciuto, in aperta polemica con una gerarchia accusata di coltivare vedute troppo ristrette.

Rampollo di una famiglia della upper class britannica e omosessuale, la sua vita fu tutt’altro che facile, funestata da una salute precaria, dalla depressione e da un costante disprezzo per sé stesso e per il mondo che lo circondava. Cercò consolazione coltivando un lungo rapporto epistolare con il benedettino Bede Griffiths, conosciuto durante una visita all’abbazia di Prinknash, che ne divenne col tempo una sorta di padre spirituale (le loro lettere sono state raccolte nel 2014 nel volume On Friendship: The Letters of Bede Griffiths to Richard Rumbold 1943-1961). L’unica parentesi davvero felice per Rumbold fu quando, durante la guerra, divenne pilota della RAF: nel volo scoprì un’inebriante sensazione di pace e libertà oltre a costituire un’ulteriore punto di contatto con Saint-Exupéry, uno dei suoi autori preferiti. Tuttavia fu così sciocco da farsi ritirare la licenza dopo essere passato sotto un ponte con il proprio velivolo.

Come se i guai non fessero già abbastanza, Rumbold fu afflitto pure da una semi-permanente aridità creativa che stroncò sul nascere la sua carriera, impedendogli di coltivare quelle grandi ambizioni letterarie che, ai tempi dell’università, lo avevano portato a pubblicare per la Fortune Press lo scabroso Little Victims (1933), il suo primo e unico romanzo, un succès de scandale ad alto contenuto autobiografico che contribuì ad allontanarlo definitivamente dalla Chiesa cattolica.

“Little Victims” (Fortune Press, 1933)

Il libro, un vero e proprio roman à clef, racconta la storia del giovane Christopher Harmsworth dal punto di vista di uno dei suoi amici e compagni di classe. Il padre di Christopher, il Colonnello Harmsworth, è un tipo severo dai modi brutali, mentre la madre è una donna morbosamente attaccata al figlio, sempre pronta a vezzeggiarlo: «Non era affetto, era passione». La sua famiglia è così male assortita che il ragazzo non esita a definirsi «la sfortunata vittima della confusione e delle idee idiote dei suoi antenati». La situazione peggiora ulteriormente quando, una volta compiuti i quattordici anni, il Colonnello decide di mandarlo in un collegio: «Da quel momento Christopher iniziò a detestare il genitore di tutto cuore, e continuò a disprezzarlo per il resto della sua vita». Difatti l’ingresso nella nuova scuola è un’esperienza a dir poco traumatica – «Lì l’omosessualità abbondava, non solo tra gli studenti, ma anche tra loro e gli insegnanti» – e il protagonista, non senza una punta di ipocrisia, è costretto a constatare che, «a meno che tu sia uno stupido o un santo, è impossibile vivere in una comunità di pervertiti senza venire a conoscenza di tali pratiche e prenderne parte». Quattro anni dopo, quando Christopher lascia il collegio, finisce così per credere che l’omosessualità sia «la manifestazione sessuale più diffusa e naturale». L’università non migliora la situazione, e nonostante tutti gli sforzi che il ragazzo compie per farsi accettare dagli altri, compreso un appassionato discorso sul socialismo tenuto alla Oxford Union, fallisce nel suo intento: «È il sistema da incolpare, quel sistema sanguinario che cerca di educarti secondo i suoi standard assurdi e ti perverte nel processo». Christopher si risolve allora a condurre un’esistenza da dandy stravagante, intrecciando relazioni con alcuni compagni e diventando l’amente del più anziano Henry Armitage (figura ispirata ad Harold Nicolson, di cui Rumbold fu un protetto proprio durante i suoi anni a Oxford).

Come non mancò di notare qualche giornale, persino la melodrammatica conclusione del romanzo, con il protagonista che impazzisce perché incapace di amare le donne e si suicida con un colpo di pistola, rimanda profeticamente alla rocambolesca fine dell’autore: Rumbold morì infatti a Palermo, appena quarantasettenne, cadendo dalla finestra della stanza dell’albergo presso cui alloggiava con Hilda Young, l’amica e la collaboratrice di una vita. Venne esclusa sin da subito l’ipotesi del suicidio; la causa di tutto fu forse un cocktail di alcol e tranquillanti che gli causò un attacco di vertigini.

Richard Rumbold (al centro)

Se Little Victims rivela un certo qual fascino negli arrovellamenti psicologici e descrive efficacemente il tramonto dell’epoca dei cosiddetti Bright Young Things, dal punto di vista letterario non è affatto un buon libro, a tratti sconnesso e raffazzonato, con inserti di lettere e passaggi in prima persona che male si sposano con una storia che già soffre per l’eccessivo sovraccarico emotivo e i toni enfatici. La perfetta sovrapposizione di molti passaggi della trama alla vicenda personale di Rumbold è facilmente verificabile accostando al romanzo l’autobiografia dello scrittore, My Father’s Son (1949), e A Message in Code (1964), la raccolta postuma dei suoi diari. Tuttavia questo espediente non bastò a risollevare in cedibilità un’opera che, salvo un apio di eccezioni, venne ricevuta dalla critica con freddezza: «Il mio romanzo», annota Rumbold nel suo diario in data 15 febbraio 1933, «è stato pubblicato oggi. Tutti piuttosto avversi, qualcuno offensivo. Sono molto preoccupato, ma [Richard] Aldington mi ha dato speranza e incoraggiamento, dicendo che non importa. Mi è arrivata anche un’affettuosa lettera di complimenti dalla Sfinge [la scrittrice Ada Leverson]». Del resto, a parziale scusante dei limiti di Little Victims vi è, secondo William Plomer, il fatto che «fu l’opera di un giovane confuso sottoposto a grandi tensioni, era insicuro ma ambizioso, e stava tentando selvaggiamente e avventatamente di affermarsi».

L’editore, Reginald A. Caton, un tipo viscido e ambizioso, incentivò le vendite insinuando che Rumbold avrebbe di certo rischiato la scomunica portando a conoscenza dei lettori fatti tanto osceni. In verità il cappellano cattolico di Oxford, il famoso mons. Ronald Knox, si era semplicemente rifiutato di ammettere il giovane alla comunione: «Quando arrivò davanti a me», racconta Rumbold, «prese la patena dalle mie mani e la passò alla persona che mi stava vicino». Il motivo di una simile provvedimento venne fornito poco dopo dallo stesso monsignore: «Qualche settimana fa l’Arcivescovo di Birmingham mi ha detto che qualcuno gli ha sottoposto il tuo romanzo domandando se non dovesse essere prevista una sanzione pubblica». L’Arcivescovo, Thomas Williams, chiedeva quindi allo scrittore di abiurare Little Victims: «L’intero libro è ripugnante e offensivo e, a meno che non sia tolto dalla circolazione e si dica addolorato per averlo pubblicato, non vedo come si possa permettere all’autore di accostarsi alla Santa Comunione».

Rumbold, come prevedibile, non la prese affatto bene e si lanciò in una serie di dichiarazioni scomposte a mezzo stampa. Inizialmente provò a difendersi sostenendo di aver scritto un libro dall’alto contenuto morale: «Ho criticato ogni tipo di licenza sessuale, ma il mio Arcivescovo, come la maggior parte della gerarchia cattolica, non ha la capacità di fare distinzioni. Mi piacerebbe sapere quali sono, nel dettaglio, le sue obiezioni». Più tardi se la prese direttamente con il sistema scolastico gestito dalla Chiesa: «Sono stato in un istituto cattolico. La gente sembra credere che le scuole cattoliche sono immuni dal vizio e differenti dalle scuole protestanti. Questo non è vero. Sono peggio. Come si può creare un sistema scolastico cattolico puro senza che si mostrino innanzitutto i suoi difetti?». Infine, arrivò addirittura a minacciare di rivolgersi direttamente al Papa: «Sono sicuro che Sua Santità mi reintegrerà, essendo egli un uomo di grande sensibilità e intelligenza».

Il frontespizio del romanzo

Che Rumbold si sia effettivamente recato a Roma non vi è nessuna testimonianza. Quello che è certo, invece, è che il giovane scrittore, in un turbinio di dubbi, velleitarismi e manie di complotto, decise infine di rompere una volta per tutte con la Chiesa.

Un suo vecchio conoscente, l’ambiguo reverendo Montague Summers, fu uno dei pochi che osò criticare, più che l’Arcivescovo Williams, l’avventatezza di Knox. Nella sua autobiografia, The Galanty Show (1980), è infatti scritto a proposito del monsignore: «Quel prete polemico, al posto di trattare la questione con tatto e tranquillità, commise un grave errore; il risultato fu quello che l’intera vicenda esplose sui giornali in una maniera tutt’altro che edificante. Si arrivò così, come prevedibile, alla conseguenza che il giovane autore, da quel momento, smise di praticare la sua religione. Fu un atto di grande stupidità, e se uno si guarda indietro negli anni ciò che colpisce è quanto sciocchi e insulsi siano questi scandaletti da quattro soldi».

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