di Massimo Micaletti

Con troppo entusiasmo, a parer mio, si è salutata la dichiarazione di inammissibilità, da parte della Corte costituzionale, del quesito referendario “Cappato-Fedez” teso ad abrogare l’art. 579 del Codice Penale sull’omicidio del consenziente. il quesito era, nella sua brutalità, chiaramente inammissibile, in quanto proponeva di rendere punibile l’omicidio del consenziente solo se la richiesta d’essere ucciso provenisse da un minore o da una persona in condizioni deficienza psichica: in tutti gli altri casi, chiunque e per qualunque anche non precisato motivo avrebbe potuto chiedere di essere ammazzato e chi l’avesse assecondato non avrebbe patita alcuna conseguenza penale.

Per la Corte, ciò avrebbe significato privare di ogni disciplina un valore cruciale per il nostro ordinamento – il diritto alla vita – sicché non vi era alcuna possibilità che la proposta superasse il vaglio della Consulta.

Allora perché il quesito? Perché la campagna in questione?

Perché il vero obiettivo non era certo far passare il referendum in quei termini, il risultato era obliquo e duplice: in primis, riavviare il dibattito sull’eutanasia in Parlamento; in seconda battuta, svolgere comunque una massiccia campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica su un tema che, come sempre più spesso accade, non è di alcun interesse concreto per la maggioranza delle persone ma desta la coscienza. E, come è noto, se la coscienza non ha voglia di approfondire, si desta e scende dal letto col piede sbagliato.

In questo scambio di battute col giornalista Giuseppe Pecora per TeramoWeb, proviamo ad entrare nella sentenza, a comprendere il ragionamento della Consulta – che dovrebbe lasciare tutt’altro che tranquilli – e, con un cenno al caso D’Incà, proviamo a tracciare il cammino che il dibattito sull’eutanasia percorrerà nei prossimi mesi. Ed è un cammino, avverto subito, che porterà presto a un’approvazione della morte a richiesta.


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Foto di Renato Danyi da Pexels