Il 25 aprile 1595 muore a Roma nel monastero di Sant’Onofrio, sul Gianicolo, Torquato Tasso. «La morte del Tasso – scrisse monsignor Antonio Quarenghi a Giovan Battista Strozzi il 28 aprile 1595 – è stata accompagnata da una particolar grazia di Dio benedetto, perché in questi ultimi giorni le duplicate confessioni, le lagrime e insegnamenti spirituali pieni di pietà e di giudizio, mostrarono che fosse affatto guarito dall’umor malinconico, e che quasi uno spirito gli avesse accostato al naso l’ampolle del suo cervello» E si inverava quasi nel suo autore la preghiera di Erminia “se in vita il cor misero fue, / sia lo spirito in morte almen felice“. Nell’omaggiarne il genio richiamiamo le onoranze che gli resero i Romani Pontefici, massimi cultori delle Arti.

Da Alessandro Atti, Della munificenza di sua santità Papa Pio IX, felicemente regnante, Roma, 1864.
Testo raccolto da Giuliano Zoroddu.

Il valente scultore Comm. De Fabris nel 1827 concepiva il nobil pensiero di scolpire un sepolcral monumento, in cui più onorevolmente riposassero le ceneri del principe tra gli epici moderni, che si degnamente cantò

l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.

Per incarnare l’applaudito disegno si unirono al De Fabris alcune illustri persone, e raccolte delle offerte in danaro si diè due anni appresso cominciamento all’opera. Venuti però meno i mezzi per tirarla innanzi, furono interrotti i lavori e del tutto abbandonati. L’augusto Pontefice Pio IX, fervido amatore di ogni vera gloria d’Italia, la cui storia è la storia del romano Pontificato, largo rimuneratore del merito e generoso proteggitore delle arti, ridonava la vita all’abbandonata impresa; la rinvigoria della sovrana sua approvazione; tributava parole di encomio a quel magnanimo che la concepì, e consegnava al Principe Borghese, membro della Deputazione creata a promuovere l’esecuzione del monumento, una cospicua somma del suo privato peculio per accalorare un’opera, con che onorar volea nella città capitale dell’orbe cattolico il cantore di una delle più celebrate imprese del cristianesimo, la crociata.

Nel Novembre del 1594 il grand’epico italiano dalle sponde del Sebeto ritornava a quelle del Tebro, da cui pochi mesi avanti s’era dipartito, invitatovi dall’affettuoso e splendido suo mecenate Clemente VIII, e dal Card. Cinzio Aldobrandini suo amicissimo a ricevere l’onore, che dopo il cantore di Laura, non era stato più concesso ad alcuno, del trionfo e della corona di alloro in Campidoglio.

Ma sì caro capo doveva essere incoronato non di caduchi allori, ma di stelle immortali in fra i beati cori del cielo da quella Diva, che aveva ispirato a quel petto ardori celesti, e rischiarato il canto e raccolta al materno seno la trambasciata anima sua, disciolta dalle stanche membra il 25 di Aprile del 1595; nel quale mese, siccome più propizio alla sua logora salute, era stata fissata la sua incoronazione.

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Acerbissimo si parve il dolore di tutta Roma all’annunzio dell’immatura morte di quel sommo; inenarrabile il cordoglio del Cardinale Aldobrandini, che si chiamava in colpa di aver troppo ritardata la pompa trionfale ad esso apparecchiata, e in ammenda di ciò gli faceva rendere solennissimi onori funebri. Il cadavere del lagrimato poeta nobilmente vestito, e con la chioma cinta di alloro fu portato con suntuosissima pompa funerale, e con l’accompagnamento di tutta la corte palatina, e della famiglia dei due Cardinali nipoti del sommo Pontefice, per le vie principali di Roma. Gli furono celebrate splendide esequie nel tempio di S. Spirito in Sassia, e quindi racchiuso in una cassa di legno fu sepolto accanto al maggiore altare della chiesa, che sorge presso il chiostro di S. Onofrio sulle cime del Gianicolo, dove s’era ritirato poco innanzi di morire, per cominciare da quel luogo eminente, come scriveva ad un amico, e colla conversazione di quei devoti Padri la sua conversazione in cielo.

Ma al celebre cantore di Goffredo mancava ancora un nobil monumento; conciossiaché quello che volea rizzargli il Card. Aldobrandini rimase un desiderio, e quello erettogli dal Card. Bevilacqua non era certamente degno dell’emulatore di Omero e di Virgilio. Era riserbato a Pio IX, a questo gran Pontefice del diciannovesimo secolo della cattolica chiesa, di compir e il fervido voto di dugensessantadue anni, che sorgesse degno monumento sulle compiante ceneri del Tasso.

Non pago questo immortal Sovrano di aver liberalmente contribuito all’eseguimento del marmoreo mausoleo, decretava inoltre che venisse fornito dal pubblico erario quanto mancar potesse al suo compimento, e quanto fosse di bisogno per collocarlo nel luogo stabilito. Saputo poi, essere angusta e disadorna la cappella, ove doveva esser posto il monumento, ne ordinò l’ingrandimento e l’abbellimento. Il che fu prontamente fatto solto la direzione del Sig. Cav. Carlo Piccoli. Venne ricostruita la cappella con vaga architettura; fu adornata di ricchi marmi, e decorata di dorati fregi e di leggiadri dipinti eseguiti ad olio e a fresco dall’ egregio artista Filippo Balbi, e vi fu collocata la mole del mausoleo, che supera i trentatré palmi in altezza.

S’innalza cotesto mausoleo sopra una base, in cui è ritratto in bassorilievo il suntuoso funerale fatto al gran poeta. Vi sono effigiati altresì gli amici suoi, e i letterati più famosi di quell’età che l’accompagnarono, e specialmente Antonio Decio, Virgilio Cesarini, Giulio Guastarini , il Barga, il Guarino, l’Attendolo, il Mauro, l’Antonelli ed altri. Al di sopra in una nicchia vagamente adorna di fregi, di genii e di emblemi allusivi all’opera dell’immortal cantore, grandeggia la sua marmorea statua che nelle sembianze ritrae da quelle, che si serbano in S. Onofrio nella stanza, dove usci di vita. Essa è stata lavorata dal maestrevole scalpello del Comm. De Fabris, e si porge a’ riguardanti piena di vita e di affetto nell’alto d’invocare la celeste sua ispiratrice con quei versi:

O musa tu che di caduchi allori
Non circondi la fronte in Elicona.

Stanno dappresso al marmoreo simulacro il trofeo delle armi cristiane, sulle quali il poeta posa il sinistro braccio, e l’aureo volume con ivi distesa la prima ottava del suo poema. In sull’alto della nicchia campeggia in mezzo ad un coro di angioli di singolar vaghezza la venerata immagine della regina de’cieli, e qui e colà colle trombe e co’ serti due fame, che nell’andar dello stile fanno ritratto da quello del cinquecento.

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Nella parete opposta al sepolcral monumento è infitta e racchiusa in una cornice di giallo antico, sorretta da rabeschi intagliati in marmo con sopra lo stemma del regnante Pontefice, un’iscrizione commemorativa del fatto. Anche qui tutto è lumeggiato e ricco di dorature e di pitture, operate pure dal Balbi, il quale nella lunetta sopra lo stemma pontificio ritrasse il Card. Aldobrandini, che reca al moribondo poeta assistito dai PP. di S. Onofrio la pontifical benedizione. Nella volta poi delineò con aggraziato disegno e con mirabil colorito il Padre eterno, e ne’ peducci i quattro elementi.

Il giorno vigesimoquinto di Aprile del 1857, anniversario della morte del grand’epico italiano, fu destinato alla traslocazione delle sue ceneri nel nuovo monumento. La chiesa fu tutta vagamente addobbata di funerei veli, e di ricchi drappi di velluto nero aggirati di frange d’oro. Nel mezzo del tempio si ergea maestoso il catafalco formato da un dado di legno, a’cui quattro lati erano dipinti i segni delle virtù del sommo vate. Stavano sopra di esso spade, elmi, corazze, scudi e vessilli di varie sorta fregiati della croce, per alludere alle armi pietose da lui cantate. Le quali sollevandosi a guisa di piramide sino alla volta della chiesa, venivano coronate da un serto di alloro, in memoria di quello che cinger dovea la fronte dell’immortal Torquato. Al medesimo serto poi erano appiccati finissimi veli, i quali cascando in giù formavano come un padiglione. In sugli angoli del dado posavano quattro vasi con rami di alloro, e quattro candelabri con faci ardenti.

Si diè principio alla sacra ceremonia con solenne messa di requie, accompagnata dalle lugubri armonie dei cantori della cappella Pontificia. Assistevano al luttuoso rito schierati intorno al catafalco, Monsignor Ministro del commercio e dei lavori pubblici, il Signor Principe Orsini Senatore di Roma, il Sig. Canonico Francesco Anivitti promotore fiscale e il notaio Camillo Diamilla, deputati dall’E.mo Vicario per la disumazione delle ossa, il Sig. Comm. De Fabris scultore, il Signor Cav. Grifi segretario generale del ministero del commercio, il Sig. Cav. Rudel professore di anatomia, e due deputati di ciascuna Accademia di Roma.

Era accorso eziandio ad invocare l’eterna luce dei giusti alla grand’anima di Torquato un numero infinito di persone, il più delle quali non poté entrare nel tempio divenuto angusto a tanta calca di gente.

Compiuti i sacri riti si cavò alla presenza de’ summentovati personaggi dall’antica sepoltura del Tasso una cassa di piombo lunga più di 4 palmi e già in qualche parte guasta e consunta, su cui si leggeva a caratteri profondi

– TORQUATI TASSI – OSSA HIC SITA SVNT – A PP. HVIVS COENOBII LECTA ET CONDITA – AD PIETATIS IN EVM ATQVE OBSERVANTIAE – MONYMENTVM – AN. MDCI –

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Cavati diligentemente i mortali avanzi dal Sig. Cav. Rudel, descritti e registrati con rogito del Sig. Diamilla, furono riposti in una nuova urna di piombo, insieme con una pergamena sottoscritta da tutti i personaggi presenti alla ceremonia, e racchiusa in un tubo di cristallo. Suggellata l’urna fu messa dentro un’arca di marmo, e questa collocata sotto la base del sepolcral monumento. Sulla soglia della nuova cappella furono scritte le seguenti parole

– PIVS IX PONT. MAX. – A FVNDAMENTIS EREXIT. – 

E sul luogo, ove primamente riposavano le ossa del gran poeta di Sorrento fu collocata questa lapide

– OSSA TORQVATI TASSI – PER LONGVM AEVVM HVIC HUMILLIME CONDITA – IN MONVMENTVM MVNIFICENTIA PII IX PONT. MAX. PERFECTVM – INLATA VII KAL. MAIAS ANNO MDCCCLVII


Vedi anche

Torquato Tasso e la Santa Vergine

I sonetti del Tasso in onore di papa Clemente VIII



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