di Giuliano Zoroddu

La grande settimana che ricorda annualmente il dramma dell’umana redenzione veniva anticamente inaugurata a Roma presso la Basilica Lateranense “trofeo permanente delle vittorie del Pontificato Romano sull’idolatria, sulle eresie e su tutte le porte infernali che da oltre diciannove secoli congiurano a danno della Chiesa e sempre sono respinte e vinte”. Qui si celebrava la messa. Le palme invece, benedette dal Cardinale di San Lorenzo fuori le mura, venivano distribuite al popolo nell’oratorio di San Silvestro al Patriarchio, mentre il Pontefice le distribuiva al clero nel triclinio di Leone IV.
Poteva capitare però che il Papa stabilisse di funzionare nella Basilica Vaticana: allora la processione con le palme procedeva da Santa Maria in Turri.
Successivamente al rientro della Sede Apostolica a Roma, dopo gli anni avignonesi, anche le cerimonie della Domenica delle Palme si spostarono nella cappella del palazzo di residenza del Papa. Così questa Cappella si tenne per lungo tempo in Sistina, fino al 1839, quando Gregorio XVI dispose che fosse celebrata in San Pietro.
Il Sommo Pontefice interveniva alla cerimonia con il manto di raso rosso e la mitria di lama d’argento.
Assiso sul trono impartiva la benedizione alle palme, quindi, cinto di un grembiale di lino bianco merlettato con una croce dorata ricamata al centro, le distribuiva ai membri della sua corte e famiglia. I Cardinali, a partire dal primo dei Vescovi o dal più degno dei suburbicari, dopo averla ricevuta e baciata, baciavano la mano del Santo Padre, quindi il suo ginocchio destro. Seguivano l’esempio gli altri membri del Sacro Collegio e ancora i Patriarchi, gli Arcivescovi e i Vescovi assistenti. Ai Cardinali assenti e ai ministri delle case reali le palme veniva inviate in seguito a mezzo di camerieri segreti e bussolanti.
Conclusa la distribuzione, il Papa si lavava le mani e, cantate le orazioni prescritte, si ordinava la processione, come prescritto dal Messale. Il Pontefice vi prendeva parte in gestatoria, tenendo in mano la palma ed essendo coperto dal baldacchino rosso.
Terminata la processione, i Cardinali deponevano i paramenti in precedenza assunti e riprendevano le cappe, di colore paonazzo per il tempo penitenziale.
Il Cardinale Prete, cui toccava celebrare, dava principio alla messa, cui il Santo Padre prestava assistenza pontificale al trono. Al Kyrie di questa messa il Sacro Collegio non prestava l’obbedienza, in quanto l’aveva già prestata prima della benedizione delle palme.
Il momento più drammatico della Cappella era certamente il canto del Passio secondo San Matteo, fatto da tre sacerdoti in camice e stola diaconale paonazza. Poiché l’ingresso del Signore in Gerusalemme misticamente significa l’ingresso dei beati nella gloria, durante il canto della Passione tutti gli astanti tenevano in mano le palme. Al momento in cui poi si proclamava la morte del Redentore, tutti, compreso il Papa, genuflettevano, e, nei tempi più antichi, baciavano la terra.
Il rito poi proseguiva secondo il prescritto del Messale. A conclusione il Cardinale celebrante pubblicava l’indulgenza di trent’anni.


I riti del Giovedì Santo nella Corte Papale

Il Venerdì Santo nella Corte Papale

La Cappella Papale di Pasqua


Bibliografia di riferimento:
Gaetano Moroni, Le cappelle pontificie cardinalizie e prelatizie, Venezia, 1841.
Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster O.S.B., Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. III. Il Testamento Nuovo nel Sangue del Redentore (La Sacra Liturgia dalla Settuagesima a Pasqua), Roma-Torino, 1933.



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