Berel Lazar (foto, a sinistra), Rabbino Capo di Russia e membro del movimento Chabad-Lubavitch (una delle realtà più importanti dell’ebraismo “ortodosso” mondiale), nel 2015 arrivò a far scrivere alla Jewish Telegraphic Agency (grassettature nostre):

Il lavoro di Lazar, il suo sostegno alla Russia e i suoi legami con il Cremlino – a volte è chiamato “il rabbino di Putin” – hanno aiutato il ramo russo di Chabad a eclissare tutti i gruppi ebraici in lizza per rimodellare la comunità di 250.000 ebrei del paese. Ora Lazar dirige una vasta rete che comprende decine di dipendenti e numerosi volontari che lavorano in centinaia di istituzioni ebraiche: scuole, sinagoghe, centri comunitari e negozi kosher.

[…] Oggi, ha detto Lazar, la Russia ha in Vladimir Putin il suo “leader più filo-ebraico”, a cui attribuisce “lotta contro l’antisemitismo più vigorosamente di qualsiasi leader russo prima di lui”.

Ma le critiche alla partnership di Lazar con Putin persistono poiché il presidente russo fa uso delle sue credenziali filo-ebraiche per giustificare le sue politiche. L’uomo forte ha ripetutamente citato il presunto antisemitismo dei nazionalisti ucraini nel giustificare l’annessione russa nel 2014 della Crimea controllata dall’Ucraina. A gennaio, Putin ha inveito contro i nazionalisti ucraini – li chiamava “Banderisti”, in riferimento al collaboratore nazista ucraino Stepan Bandera – durante un discorso che ha pronunciato in occasione della Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto, quando era ospite di Lazar al museo ebraico di Mosca.

Lazar è stato anche criticato per la sua presenza agli eventi del Cremlino, come quello dell’anno scorso in occasione dell’annessione della Crimea alla Russia. (“Come altri esponenti religiosi, i miei doveri includono la presenza in eventi statali”, ha detto Lazar in un’intervista con JTA.)

Non stupisce troppo che in un articolo di qualche giorno fa, Lev Stesin, sul quotidiano israeliano Haaretz, titolasse: Chabad’s Long Faustian Bargain With Russia and Putin (Il lungo patto faustiano di Chabad con la Russia e Putin). E nel sottotitolo-corpo del testo aggiungesse:

Dopo secoli di repressione zarista e sovietica, l’era di Putin è stata un capovolgimento della fortuna per gli ebrei russi, in particolare per Chabad. Ma la guerra in Ucraina della Russia rivela la catastrofe morale di questa intima simbiosi tra Putin e i suoi chassidim del Cremlino. […] Gli ebrei, o almeno alcuni di loro, sono al Cremlino.

Del resto in casa Chabad la situazione, con la guerra in corso, è diventata complessa, tanto che il Times of Israel ha lanciato l’allerta:

L’invasione dell’Ucraina mette Chabad “tra l’incudine e il martello.” Il gruppo ha a che fare contemporaneamente con leggi governative rigorose sulla parola, una base di supporto russa paralizzata dalle sanzioni e potenziali donatori occidentali che vogliono una condanna più forte.

Ancor più curioso il resto dell’intervento:

La stella di Chabad è cresciuta soprattutto quando le relazioni di Putin si sono inasprite con il Russian Jewish Congress, un gruppo non Chabad, dopo che questo aveva criticato la guerra russa in Cecenia due decenni fa. Chabad, a sua volta, ha continuato a rispettare la volontà del movimento chassidico ortodosso di lavorare con i governi purché non prendano di mira gli ebrei, una propensione […] che secondo i critici riflette un’inappropriata deferenza al potere.

[…] Il gruppo è stato anche determinante nello sviluppo e nella costruzione del Museo Ebraico e del Centro di Tolleranza da 50 milioni di dollari, aperto a Mosca nel 2012, costruito con il sostegno del governo russo. Ma ora, molti degli oligarchi ebrei-russi che finanziavano le attività Chabad in Russia sono soggetti a sanzioni paralizzanti che hanno bloccato i loro fondi in Occidente.

Nota finale: le traduzioni sono a cura di Radio Spada. Sappiamo che questo articolo darà fastidio ad alcuni, ma siamo qui per raccontare la realtà nella sua complessità e non per cercare applausi o voti.

Siam fatti così.


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Immagine in evidenza: Kremlin.ru, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons