Domenico Savino ci ha inviato questo testo che volentieri condividiamo con voi lettori. Ovviamente – lo diciamo per i cercatori di pagliuzze – il nostro Autore quando si riferisce alla “Chiesa nuova” non intende una Chiesa essenzialmente diversa, nei suoi caratteri fondamentali, da quella istituita da Cristo. E lo stesso vale per altre espressioni simili. Buona lettura!


di Domenico Savino

Tra le profezie più misteriose relative alla Chiesa Cattolica vi è certamente quella, vera o presunta, attribuita a San Malachia di Armagh, che conterrebbe, nascosto sotto 112 brevi motti identificativi in lingua latina, l’elenco dei Papi a partire da Celestino II (eletto nel 1143) fino ai nostri giorni.

Malachia, “il gioiello d’Irlanda”, che San Bernardo, suo biografo, scrisse essere di nascita nobile, visse tra il 1094 ed il 1148 e fu uomo di così grandi e forti virtù cristiane e intercessore di tanti, diversi miracoli del Cielo, da essere canonizzato da Clemente III nel 1190, ad appena 52 anni dalla morte.

Secondo di tre fratelli, dopo lunghi anni di studio divenne dapprima sacerdote nel 1119, poi nel 1123 fu eletto abate di Bangor e, infine, nel 1132 fu fatto arcivescovo di Armagh, che era (ed è) la sede primaziale irlandese.

Durante i tre anni ad Armagh, Malachia ripristinò la disciplina nella Chiesa, diventata sempre più “lassa” durante il periodo di governo di una serie di abati laici e conformò la liturgia.

Fu durante un soggiorno a Roma nel 1139, volto ad ottenere il pallio per le sedi di Armagh e Cashel, che Malachia avrebbe ricevuto la Profezia di cui trattiamo, visitando la chiesa di S. Paolo fuori le Mura, al cui interno, lungo l’intero perimetro al di sopra degli archi delle navate, si trova una serie di medaglioni, destinati a contenere fino alla fine dei tempi tutti i ritratti dei Papi che si sono susseguiti dopo San Pietro.

Nei tondi, in gran parte all’epoca ancora vuoti, Malachia avrebbe “letto”, grazie allo “spirito di profezia”, i motti in latino di 112 papi, a partire da Celestino II fino ad un misterioso ultimo Papa, individuato come “Petrus Romanus”.

I tempi attuali fanno sì che la Profezia stessa riguardi proprio il pontificato in corso e, dunque, la nostra vita presente.

Per questo ci soffermeremo solo sull’ultima parte di essa, senza entrare – almeno in questo articolo – nel merito relativo alle questioni circa la veridicità o  falsità della stessa, nè in quello emerso dalla copiosa letteratura, che – specie di recente – si è sviluppata intorno ad essa, riservandoci, casomai, ulteriori approfondimenti in altri articoli.

Voglio tuttavia precisare di essere perfettamente a conoscenza che tale documento ha acquistato notorietà oltre quattro secoli e mezzo dopo la sua presunta redazione e cioè solo a partire dal 1595, per essere stata in quell’anno data alle stampe all’interno dei cinque volumi dell’opera “Lignum vitae”, di cui è autore il monaco benedettino Arnold de Wyon (Douai, 1554 – Mantova, 1610 c.a). E’ lo stesso de Wyon a specificare che l’attribuzione e spiegazione dei primi 74 motti,  relativi a Papi e anti-Papi regnanti fino al 1590, sono opera non di Malachia, ma dello storico e filologo domenicano Alfonso Chacón (in latino: Alphonsus Ciacconius, italianizzato in Alfonso Ciacconio 1540 circa – Roma, 1599).

Anche per questo la profezia è ritenuta da molto e da molti un falso, a partire dal bollandista Claude-François Menestrier, che nel suo trattato “Filosofia delle immagini enigmistiche” (1694), ne attribuisce la paternità proprio a Chacón, con l’intento di condizionare il Conclave che nel 1590 doveva scegliere il successore di Urbano VII, al fine di appoggiare la candidatura del cardinale decano Girolamo Simoncelli da Orvieto (che non sarà però eletto).

Non si ignora neppure che tale elenco conterrebbe errori che si troverebbero in opere pubblicate da Onofrio Panvinio nel 1557, e cioè la “Epitome Pontificum Romanorum a s. Petro usque ad Paulum III gestorum (videlicet) electionisque singulorum & conclavium compendiaria narratio, cardinalium item nomina, dignitatum tituli, insignia” e la “Onuphrii Panvinii Veronensis fratris eremitae Augustiniani Romani Pontifices et cardinales S.R.E. ab eisdem a Leone IX ad Paulum papam IIII per quingentos posteriores a Christi natali annos creati”.

 Si è, infine, ben consci che è stato Papa Ratzinger (rispondendo ad una domanda del giornalista Peter Seewald circa la riferibilità della Profezia alla sua persona), a spiegare – insieme ad un possibilista e molto ratzingeriano “tutto può essere” – che “probabilmente questa Profezia è nata nei circoli intorno a Filippo Neri (1515-1595)”, specificando altresì che “a quell’epoca i protestanti sostenevano che il Papato fosse finito e lui voleva solo dimostrare con una lista lunghissima che non era così. Non per questo, però, si deve dedurre che finirà davvero”.

Ora, che i commentari della Profezia siano stati creati ex post da Chacón, magari per adattarla a finalità politiche, non significa necessariamente essa sia “in sè” falsa e che non possa esistere o essere esistito (pur non essendo stato trovato) un testo olografo originario, successivamente ricopiato, commentato e interpretato da coloro che ne avessero presa visione.

Tale testo manoscritto, al contrario, sembra essere stato noto e “oggetto di desiderio”, seppure probabilmente in ambiti ristretti di canonici e letterati, proprio stando a quanto scrive il Wyon in una sorta di premessa alla Profezia, in cui riferendosi a Malachia annota: “Si dice che abbia scritto anche alcune opere, di cui finora non ho avuto visione, tranne una profezia sui Sommi Pontefici, la quale, poiché è breve, e per quanto ne so non ancora stampata, e desiderata da molti, è qui da me riportata”.

Ipotizzando, quindi, che la Profezia sia vera, soffermiamoci sulla parte finale del testo, quella che, contenendo i motti dei cinque ultimi Papi fino a Benedetto XVI, si riferirebbe alla nostra contemporaneità.

I motti sono: Pastor et nauta (“Pastore e nocchiero”), Giovanni XXIII; Flos florum (“Fiore dei fiori”), Paolo VI; De medietate Lunae, “Del medio periodo della luna”), Giovanni Paolo I; De labore solis, (“Della fatica del sole”), Giovanni Paolo II; Gloria olivae, (“Gloria dell’ulivo”), Benedetto XVI.

La Profezia si chiude con due frasi, da tutti ritenute misteriose, di cui riportiamo l’immagine e di cui trascriviamo puntualmente non solo il testo, ma anche la modalità di stesura e la punteggiatura, che – come vedremo – è essenziale.

In persecutione. extrema S.R.E. sedebit.

Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus judicabit populum suum. Finis.”

Da molti interpreti si è erroneamente ritenuto che il “punto” tra le parole “persecutione” ed “extrema” e quello tra “sedebit” e “Petrus” siano due errori di stampa, perchè altrimenti la frase non sembrava poter essere tradotta con un senso compiuto.

In base a ciò si è quasi tacitamente convenuto di ricomporre le due frasi in un’unica frase, che suonerebbe allora così: “In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus judicabit populum suum. Finis. “. La Traduzione sarebbe allora la seguente: “Nell’estrema persecuzione di Santa Romana Chiesa regnerà Pietro Romano, che pascerà le pecore tra molte tribolazioni, passate le quali la città dei sette colli sarà distrutta e il giudice tremendo giudicherà il popolo. Fine”.

Tuttavia ciò costituisce una evidente forzatura del testo, ben evidenziata tra tutti da Alfredo Maria Barbagallo, appassionato conoscitore e studioso di reliquie antiche, il quale scrive: “ Si valuti con attenzione ed in osservazione diretta proprio la pagina 311… La formulazione complessiva finale, contenente il riferimento a Petrus Romanus, parrebbe spezzata da un imprevedibile punto di sospensione del periodo, e poi da una interruzione di esso con ripresa a capo di inizio di periodo di frase nuovo.

L’esito finale della stesura – pur non mutandone il senso profondo – sarebbe certamente differente. Perché in quel caso parrebbe di leggere, dopo Gloria olivae: In persecutione extrema Sanctae Romanae Ecclesiae sedebit.” (Punto a capo, n.d.r.).“Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus…” ecc. ecc.

Notiamo subito come una ricostruzione del genere – pur non mutando il senso generale della questione – parrebbe comportare delle differenze rispetto alla successione pontificale generale.

Il “sedebit” non sarebbe in quel caso di riferimento a “Petrus Romanus”, ma attribuzione di periodo al soggetto di Santa Romana Chiesa…

Avremmo in quel caso un modello di traduzione di massima per cui la Chiesa si troverà, permarrà, in una fase di estrema persecuzione…

Un’altra importante conseguenza di una simile interpretazione sarebbe il ritorno di “Petrus Romanus” – sia pure in funzione ultimativa e del tutto autonoma – nel pieno elenco dei motti pontificali, dopo Gloria olivae, elenco da cui l’inserimento in una formulazione di frase autonoma pareva in qualche modo averlo isolato.

Questa ricostruzione – accanto a forti elementi di interesse – presenta anche alcune innegabili difficoltà.

Se il “sedebit” fosse di riferimento alla Chiesa e non a Petrus, la frase successiva di riferimento ad esso apparirebbe priva di verbo reggente introduttivo. Si limiterebbe ad indicare la figura dell’ultimo Pontefice, che pasce le sue pecore in mezzo a mille immensi problemi prima della drammatica conclusione finale”.

Tali osservazioni sono state riportate e riprese anche da uno scrittore di chiara fama come Saverio Gaeta, che nel suo volume “Le profezie dei due Papi PIEMME Editore” a pag. 73, concorda, citandole testualmente,  con le conclusioni del Barbagallo: ”Spezzare la formula finale della Profezia in due periodi distinti parrebbe acquistare, nel raffronto con l’attualità, dei significati ben precisi.

Da un lato, inserire formulariamente e pienamente Petrus Romanus nell’elenco malachiano come 112° ed estremo Pontefice della successione in esame.

Dall’altro però potenziare all’infinito la vicenda ricostruttiva del Pontificato di Gloria olivae, nell’inizio di una persecutione extrema della Chiesa i cui termini reali vanno se di interesse attentamente valutati.

Cioè, in parole povere, una cosa molto particolare: inserire la “persecutione extrema “della Chiesa in un testo in qualche modo intermedio tra Gloria Olivae e Petrus Romanus, significa leggere le difficoltà generali come relative già all’ultima fase di gestione del primo ed alla prima fase propositiva del secondo. Si conferma quindi un impressionante quadro generale che ricorda in maniera sconvolgente le vicende reali tuttora in atto riguardanti gli ultimi due Pontificati.”.

A me pare che questo elaborato ragionamento introduca alla verità, ma alla fine la eluda proprio dove essa si sta svelando. Ciò per le considerazioni che seguono:

  1. anzitutto già la prima frase “In persecutione. extrema S.R.E. sedebit.” (si veda l’immagine precedente) contiene essa stessa un “punto” al suo interno, dopo la parola “persecutione”. Non si tratta certamente di un “lapsus calami”, ma di un “segno di separazione”, che tiene il luogo di una virgola. Nella stessa e già citata introduzione alla Profezia (qui sopra), vi sono dei “punti” dopo i numeri (es. 315. 316. & 317), che sono punti di separazione, analoghi alle virgole. Il sistema di punteggiatura “punto in alto” = pausa lunga (punto), “punto a mezza altezza” = pausa media (punto e virgola), “punto in basso” = pausa breve (virgola) fu, infatti, creato dai grammatici latini nel II secolo a.C. e fatto proprio da Isidoro di Siviglia nel VII secolo. Nei manoscritti più antichi si è soliti segnalare solo la pausa lunga e media. Nei secoli ottavo e nono si inizia a recuperare il sistema di punteggiatura. Nel XIII secolo l’uso è confuso e sarà solo in età umanistica che si fissa un sistema rigido distintivo tra “segni di punteggiatura”;
  2. se così è, l’aggettivo “extrema” sarebbe in tal modo riferito non a “persecutione”, ma a “S.R.E.”;
  3. “S.R.E.”, di conseguenza, non sarebbe abbreviazione di un genitivo (Sanctae Romanae Ecclesiae), ma di un nominativo (Sancta Romana Ecclesia), che è in tal modo il soggetto della frase;
  4. ne consegue che il verbo “sedebit” va riferito a “S.R.E.” (Sancta Romana Ecclesia);
  5. infine “extrema”, in lingua latina, vuole anzitutto significare “estrema, ultima nello spazio, nel tempo, in ogni successione” e non “estrema” nel senso “intensità al sommo grado”, cioè “pericolosissima, suprema, difficilissima”, come ben si evince dal più comune vocabolario di latino per licei, il Castiglioni-Mariotti (vedi immagine sotto).

Fatte queste premesse, la frase in esame potrebbe (dovrebbe?) allora essere scritta per esteso così: “In persecutione, extrema Sancta Romana Ecclesia sedebit.” e potrebbe essere letteralmente tradotta come “Nella persecuzione, l’ultima Santa Romana Chiesa regnerà. ”

E’ una traduzione possibile, che lascerebbe aperta la porta all’ipotesi – dopo Gloria Olivae e un tempo di persecuzione– di un Papa, identificato come Petrus Romanus, che governi la Chiesa tra molte tribolazioni, fino al tempo in cui queste ultime siano passate, la città dei sette colli venga distrutta e il popolo di Dio sia sottoposto al giudizio del “Giudice tremendo”.

E’ – dicevamo – una traduzione forse possibile, ma, a mio parere, poco plausibile, anche perchè persecuzione e tribolazioni sono una costante nalla Storia millenaria della Chiesa.

In ogni caso sarebbe bastato, a tal fine, inserire semplicemente dopo il Papa indicato col motto Gloria olivae, quello indicato come Petrus Romanus, specificado in quella sede tanto la condizione di “persecuzione” che di “tribolazione” del suo Pontificato, come segue:

“Gloria Olivae.

Petrus Romanus, qui in persecutione sedebit et pascet oves in multis tribulationibus; quibus transactis, civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus judicabit populum suum. Finis.”

Invece la frase “in persecutione, extrema Sancta Romana Ecclesia sedebit” appare come un “inserto” anomalo, un vero e proprio elemento di “rottura” nella lista dei 112 Papi, che dal primo in elenco (“ex castro Tiberis”) si sussegue “sine glossa” e con implacabile sistematicità fino a Petrus Romanus (stiamo parlando del puro testo della Profezia, non delle interpretazioni dei motti che, come scrive lo stesso Wyon prima di riportare l’elenco, non sono di Malachia, ma dell’interprete  di questa Profezia, cioè Alfonso Giaconio, dell’ordine dei predicatori).

Quella frase, invece, cioè “in persecutione, extrema Sancta Romana Ecclesia sedebit”, rompe questa algida registrazione con l’annuncio di qualcosa, accaduto a Santa Romana Chiesa durante un periodo di persecuzione.

E’ dunque all’interno di quella frase che va ricercato quell’elemento cioè di “rottura” con l’extrema (cioè ultima) Santa Romana Chiesa, tale da determinare, come conseguenza, una sorta di “palingenesi”, il sorgere, cioè, di una “chiesa nuova dopo l’ultima S.R.E.”, della quale è evidenza il ripetersi del nome Petrus nel nome del primo nuovo Papa, che tuttavia è sì Petrus, ma  “Romanus”.

L’anomalia pare essere nel verbo “sedebit”.

La traduzione di “sedebit”, reso solitamente come “siederà” nel senso di “regnerà”, è verosilmente sbagliata, dato il contesto della frase: basta ancora prendere il vocabolario Castiglioni-Mariotti, per constatare che (come si vede sotto) “seděre” non vuol dire solo “sedere in trono”, ma anche prostituirsi, “esercitare il mestiere di meretrice”.

Ora per non parlare della prostituta dell’Apocalisse, seduta sulla Bestia e del fatto che “le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna”, fin dal capitolo 38 del libro della Genesi è istituita una sorta di “pensiero associativo” tra lo “stare seduta” e il “prostituirsi”.

Infatti è proprio sedendosi alla porta della città di Enaim che Tamar si prostituisce: “Allora ella si tolse le vesti da vedova, si coprì d’un velo, se ne avvolse tutta, e si pose a sedere alla porta di Enaim, ch’è sulla via di Timna; poiché vedeva che Scela era cresciuto, e nondimeno, lei non gli era stata data per moglie”.

Alla luce di ciò (dando così anche un senso compiuto ad una frase altrimenti monca), il passo “In persecutione, extrema Sancta Romana Ecclesia sedebit.” credo vada tradotta come: “In stato di persecuzione, l’ultima Santa Romana Chiesa si prostituirà (cioè apostaterà)”.

Dopo di ciò, infatti, la successione petrina non sembra essere più scandita da un Pontefice cattolico, cioè universale, ma da un “vescovo primaziale“, il Vescovo di Roma” (come ha deciso di definire se stesso Bergoglio subito dopo la sua elezione): Petrus Romanus, per l’appunto, “qui pascet oves in multis tribulationibus”, di cui i ripetuti scandali nella Chiesa, la crisi economico-finanziaria, l’I.S.I.S., la pandemia e la guerra ne sono certo manifestazioni.

Al termine di questi (“quibus transactis”), tuttavia, secondo la Profezia non ci attenderebbe il “lieto fine” hollywoodiano, chè anzi “civitas septicollis diruetur, et Judex tremendus judicabit populum suum”.

Finis”… per l’appunto!


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