di Luca Fumagalli

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Graham Greene e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala il saggio delle Edizioni Radio Spada “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

Tra i più noti e controversi autori cattolici del Novecento, Graham Greene continua ancora a parlare a un mondo inquieto. Shirley Hazzard lo ha definito «uno degli scrittori del secolo», mentre John le Carré riteneva che nella sua epoca Greene avesse portato «la fiaccola della letteratura inglese quasi da solo». Al di là dei giudizi dei singoli, è comunque difficile pensare a un romanziere britannico recente che si avvicini alla grandezza quanto lui.

Nel corso degli anni, oltre a saggi, articoli e documentari, gli sono state dedicate diverse biografie a partire da quella autorizzata firmata da Norman Sherry, un lavoro monumentale in tre volumi intitolato The Life of Graham Greene (1989-2004). Si segnalano poi la biografia di carattere più inquisitorio scritta da Michael Shelden nel 1994, The Man Within, e Roulette russa di Richard Greene, pubblicata nel 2020 (a dispetto del cognome, biografo e scrittore non sono parenti).

D’altronde la parabola umana e letteraria di Greene è resa ancora più complessa da quella vertigine esistenziale che lo portò a viaggiare in lungo e in largo per tutto il globo come un pellegrino inquieto. Per questo è impossibile comprendere lo scrittore se non all’interno dei contesti politici e culturali di dozzine di paesi. E in un certo curioso senso è vero anche l’opposto: non si possono capire fino in fondo i tempi moderni se non si conosce Greene. Nei suoi ultimi libri l’inglese usa il termine «coinvolgimento» per descrivere quel genere di lealtà, passione e impegno da cui può essere colta una persona di fronte alla sofferenza e all’ingiustizia (come osserva un personaggio in L’americano tranquillo, «Prima o poi bisogna scegliere da che parte stare, se si vuole restare umani»).

Il piccolo Graham, seduto su una sedia, con la sua famiglia (1916 ca.)

Quarto di sei figli, Henry Graham Greene era nato il 2 ottobre 1904 a Berkhamsted, graziosa cittadina dell’Hertfordshire con una popolazione di circa settemila abitanti, famosa nei dintorni per il suo mercato e per la grande chiesa normanna. 

Charles, suo padre, di provata fede anglicana, era direttore della scuola locale; vantava due lauree – una in lettere classiche e una in storia – e per un certo periodo aveva vissuto in Francia dove aveva imparato a padroneggiare la lingua. Uno degli aneddoti più celebri sul suo conto riguarda uno strano incontro che, sul finire del XIX secolo, lui e un suo amico fecero a Napoli, mentre si trovavano in Italia per un periodo di riposo. Un giorno, in un locale, vennero avvicinati da un uomo dall’aria curiosamente familiare che chiese il permesso di unirsi a loro. Lo sconosciuto ordinò qualcosa di più forte dei loro caffè e li intrattenne per un’ora con i suoi discorsi brillanti, poi lasciò che pagassero la sua consumazione. Solo dopo che se ne fu andato compresero che si trattava di Oscar Wilde, da poco uscito di prigione. Il padre di Greene era solito raccontare questa storia concludendo: «Quanto doveva sentirsi solo per dedicare tanto tempo e tanta arguzia a due maestri di scuola in vacanza».

Nel 1895 Charles si sposò con la cugina Marion Greene, una donna raffinata e brillante, imparentata alla lontana con Robert Louis Stevenson. La madre di lei apparteneva infatti alla famiglia scozzese dei Balfour ed era cugina del grande romanziere (l’opera di Greene sarebbe stata influenzata sotto molti aspetti da Stevenson e nel 1949 Heinemann gli commissionò una biografia dell’illustre parente; dovette però rinunciare presto al progetto visto che scoprì che già qualcun altro stava lavorando a un libro analogo).

La scuola Berkhamsted

Il piccolo Graham, dotato di un’indole sensibile con non lo abbandonò mai del tutto –  «Ancora oggi, a volte, devo sgattaiolare fuori dal cinematografo, rosso in faccia di vergogna, dopo un lieto fine che mi commuove per la sua incredibilità» –,  venne presto intossicato dalla passione per la lettura al punto che, dopo aver terminato La vipera di Milano di Marjorie Bowen, un romanzo storico ambientato nel XIV secolo, prese la decisione di diventare uno scrittore, marcando a fuoco il proprio destino: «Ogni altro possibile futuro scivolò via: il potenziale funzionario, il docente, l’impiegato dovettero cercarsi altre incarnazioni».

Tuttavia la sua infanzia non fu affatto facile. Dal momento che era il figlio del direttore, a scuola si sentiva un emarginato. Gli altri ragazzi credevano che fosse un giuda, che li avrebbe traditi con suo padre. Inoltre, ad accentuare quel fastidioso senso di diversità che lo affliggeva, veniva frequentemente escluso dai giochi per via del suo piede piatto. Cominciò così a sperimentare la depressione e ad accarezzare l’idea del suicidio. Non gli capitò spesso di subire attacchi fisici, ma fu vittima di insulti e gli furono affibbiati diversi soprannomi.

Molti anni più tardi, uno psichiatra di nome Eric Strauss gli diagnosticò una psicosi maniaco-depressiva. Ai tempi della scuola la malattia stava già iniziando a manifestarsi e nel corso della sua vita Greene ebbe sempre un carattere inquieto e incline alla noia. Il malessere a volte lasciava il posto all’euforia. Cercava emozioni forti, faceva uso di droghe e beveva molto. Da vecchio sostenne di essere sempre stato ciclotimico, un disturbo dell’umore analogo a quello bipolare. Non avendo a disposizione le sue cartelle psichiatriche è difficile avallare o confutare la diagnosi avanzata dello scrittore; quel che è certo è che i suoi stati d’animo erano estremi e variabili, potendo essere, in rapida successione, irritabile, selvaggiamente giocoso, libidinoso e malinconico.

Lo psicanalista Kenneth Richmond

Preoccupati dello stato di salute del figlio, nel 1921 i genitori decisero di mandarlo a Londra per un ciclo di sedute della durata di sei mesi con uno psicanalista di nome Kenneth Richmond. Fu uno dei periodi più lieti della gioventù di Greene, finalmente libero dall’oppressivo regime scolastico. La terapia contribuì a rafforzare la sua autostima oltre a introdurlo nel campo della decodifica dei sogni, un aspetto importante del suo futuro metodo di scrittura (una selezione tratta dai diari dei suoi sogni venne pubblicata postuma con il titolo A World of My Own). Successivamente uno specialista gli diagnosticò l’epilessia, ma Richmond fu subito pronto a tranquillizzare il padre del ragazzo: «L’epilessia, nella sua forma più lieve, è molto meno pericolosa del morbillo o della scarlattina. Ed è spesso associata al genio, un disturbo divino di cui, credo, soffre anche suo figlio».

L’anno seguente, a ottobre, Greene fece il suo ingresso a Oxford per studiare storia, immergendosi immediatamente nella vita universitaria. Deciso a prendere sul serio la propria vocazione letteraria, iniziò a pubblicare racconti e poesie su varie riviste. Tra queste vi era pure l’«Oxford Outlook» di cui, nel 1924, divenne direttore. Il suo primo tentativo serio nel campo del giornalismo lo portò sui luoghi della guerra civile irlandese e, in seguito, a provare senza successo a farsi finanziare in viaggio nella Rhur, una ragione occupata dove i francesi stavano cercando di creare una repubblica autonoma.

Insieme all’amico Claud Cockburn si unì poi alla piccola sezione di Oxford del partito comunista. Nessuno dei due credeva nel comunismo e il loro progetto era quello di prendere il controllo della sezione solamente per assicurarsi un viaggio a Leningrado o a Mosca. Alla fine, dopo poco più di un mese di militanza, vennero smascherati da uno dei membri. Nondimeno, riuscirono a farsi mandare a Parigi.

Greene ai tempi dell’università

Sul versante letterario, invece, il suo più grande successo del periodo universitario fu la pubblicazione, nel 1925, della raccolta di versi Babbling April, uno smilzo volumetto edito dalla Blackwell che ottenne però recensioni perlopiù negative e che Greene non volle mai più ristampare. Harold Acton, uno dei compagni d’università con cui, qualche mese prima, aveva letto alcune poesie ai microfoni della BBC, definì poco gentilmente la raccolta un «diario degli stati d’animo dell’adolescente medio». Ciononostante Greene attirò su di sé l’interesse dell’agente A. D. Peters che lo convinse a provare la via del romanzo. Produsse qualche abbozzo, ma ci sarebbero voluti ancora anni prima che il giovane imparasse la sua arte.   

Nel frattempo, grazie all’intercessione di Cockburn, Greene aveva fatto la conoscenza di Evelyn Waugh, con il quale sarebbe diventato intimo solo più avanti. All’epoca, infatti, le differenze tra i due – con un Waugh preda dei fumi del dandysmo – erano piuttosto marcate. Come più tardi ebbe a scrivere Greene all’amico, «Io facevo parte di un gruppo, rigorosamente del Balliol, di eterosessuali forse irrequieti, mentre il tuo cammino ti ha portato temporaneamente dall’altra parte».

Per quanto le esperienze e i sodali con cui divertirsi non gli mancassero, Greene continuava a provare un opprimente senso di noia e frustrazione. Proprio ai primi anni universitari risale uno degli episodi più iconici della sua vita, sebbene in molti ne abbiano messo in discussione la veridicità. Pare che un giorno Greene abbia trovato una pistola carica nella credenza della sua stanza e si sia poi divertito a giocare alla “roulette russa”: «La scoperta che era possibile godere di nuovo il mondo visibile correndo il pericolo di perderlo definitivamente, dovevo pur farla, prima o poi», scrisse in seguito. «Appoggiai la canna della rivoltella al mio orecchio destro e premetti il grilletto. Udii un clic appena percettibile e, abbassando gli occhi sul tamburo, vidi che la cartuccia si era portata in posizione di sparo. Me l’ero cavata per un colpo». L’esperimento si ripeté altre cinque volte, dopodiché l’eccitazione diminuì e Greene decise di smetterla…

(la vita di Graham Greene continua nella prossima puntata)

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Seguici anche su

Le immagini utilizzate nell’articolo sono tratte da N. SHERRY, The Life of Graham Greene, vol. 1, Penguin Books, 2004.