Chi proviene dal mondo “cattolico mainstream” (modernista) ha probabilmente sentito parlare poco o nulla degli Esercizi Spirituali ignaziani, o ne avrà al più conosciuto una versione edulcorata e adulterata, magari basata su una lectio biblica protestantoide, o su altre tecniche più o meno improvvisate ed emozionali.

Niente a che vedere con l’originale (diffidare delle imitazioni), ricevuto direttamente dal Cielo, scusate se è poco.

Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, durante un lungo romitaggio ricevette infatti nel 1522 l’ispirazione degli Esercizi dalla Santa Vergine stessa e li compose in un testo autografo: da allora iniziò a darli e a farli dare regolarmente dai suoi confratelli, ottenendo frutti di santificazione straordinari, tra cui la conversione dello stesso san Francesco Saverio.

Questo metodo ispirato è stato reso, nel secolo XX, disponibile in una “condensazione” di 5 giorni alla portata di tutti: sia nel senso che tutti possono “reggere” un ritiro di soli 5 giorni (anziché il mese intero previsto nella versione originale), sia nel senso che non c’è impegno lavorativo che non possa tollerare di essere sospeso per una settimana, una tantum.

Il lettore si chiederà a questo punto: interessante, ma non ho ancora capito di che si tratti e, soprattutto, perché dovrebbe essere così importante per me fare gli esercizi spirituali!

Anzitutto si tratta di ESERCIZI. Un allenamento insomma: pensate ad un bootcamp, mirato ad un potenziamento massimo, ovviamente dello spirito più che del fisico (anche se degli esercizi ben fatti potrebbero pure farvi dimagrire, ma questa è un’altra storia). Si è guidati passo passo, perché i sacerdoti che li predicano sono sempre a disposizione.

In secondo luogo, come abbiamo detto sono esercizi SPIRITUALI. La nostra anima è spirituale perché Dio, che l’ha creata, ha voluto che potesse partecipare della Sua beatitudine, ha voluto che il Suo amore potesse essere riamato, il che non sarebbe stato possibile in modo degno con un’anima non spirituale ma meramente materiale, biologica, vegetativa.

Per questo, chi cura il corpo (giustamente), chi cura obiettivi, passioni e attività sane e positive (giustamente), ma poi… non mette nemmeno una frazione di questa cura nel prendersi cura del fine, dello scopo per cui esistiamo, commette un errore enorme, che si rivela tanto più enorme quanto più ci si riflette.

Il fine della vita infatti non è la vita, ma l’eternità, e se qui l’anima è stata curata male, la sua eternità sarà pessima, il peggio del peggio possibile e immaginabile. Se invece sarà stata curata bene, avrà vinto tutto, più di quanto possa mai immaginare in questa vita, perché otterrà in premio Dio stesso.

Si vive una volta sola: sta a noi decidere se sfruttare questa massima per dare libero sfogo all’animalità, o per vivacchiare alla bell’e meglio, rischiando di prepararci un’eternità di tormento infinito, oppure se sfruttarla, al contrario, per dare il massimo di tutte le nostre potenzialità, e salvare la propria anima, che è l’unica cosa che conta.

Cosa che (come insegna padre Eymieu) non è possibile altrimenti che ordinando tutto il nostro essere e tutta la nostra vita a Dio.

Niente yoga, niente mantra, niente cavolate new age; niente “life coach“, niente “mindfulness“, niente “contenuti motivazionali”, niente “legge dell’attrazione”. Questi sono specchietti per le allodole, volti a mantenere lo sguardo dell’uomo sul piano solo orizzontale (o, se possibile, infero).

Niente può eguagliare gli esercizi spirituali. Fateli!



Seguite Radio Spada su: