di Luca Fumagalli

Per le puntate precedenti:

Prima puntata (1904-1925)

Seconda puntata (1925-1934)

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Graham Greene e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala il saggio delle Edizioni Radio Spada “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

Accanto al crescente odio nei confronti delle imposte sul reddito e ai primi segni di una generosità che si mantenne inalterata per tutta la vita – con elargizioni a beneficio di familiari, amici in difficoltà e scrittori in bolletta –, Greene stava raffinando la sua tecnica narrativa, caratterizzata da protagonisti che cominciano come ritratti dell’autore o di altre persone e finiscono per diventare creazioni ben distinte (una perfetta dimostrazione la offre il romanzo I naufraghi, in originale England Made Me, datato 1935).

Un paio d’anni prima, nel dicembre del 1933, Vivien aveva dato alla luce una bambina di tre chili e mezzo che venne battezzata con il nome di Lucy Caroline. Greene era molto affezionato alla figlia, ma non si interessò particolarmente alla sua educazione, tant’è che la ragazza, più tardi, disse di non aver conosciuto davvero suo padre finché non fu adulta, quando divennero buoni amici.

Ansioso di prendersi una pausa da un matrimonio che gli stava sempre più stretto anche a motivo della recente paternità, Greene decise di compiere un viaggio a piedi attraverso la Liberia in compagnia della cugina Barbara, con cui ebbe un flirt, per indagare sulla schiavitù moderna. A Charles Evans piacque molto l’idea e gli versò un anticipo di 350 sterline per un libro intitolato poi Viaggio senza mappe (Journeys without Maps, 1936). Lo sfondo del racconto è quel paesaggio in rovina che diventò tipico dello scrittore britannico e che, proprio per questo, Arthur Calder-Marshall soprannominò simpaticamente “Greenlandia”, uno squallido frammento di mondo in grado comunque di accogliere il miracolo (un’intuizione a cui tanti romanzieri cattolici, tra cui l’americana Flannery O’Connor, saranno profondamente debitori). In generale, per quanto riguarda l’Africa, Greene era un irremovibile anti-imperialista, benché non avesse idea di come fosse possibile passare all’autogoverno senza disordini e grossi ritardi.

Greene e la cugina in viaggio per la Liberia

Rientrato in Inghilterra, per andare incontro alle nuove spese continuò a recensire moltissimi libri per lo «Spectator» e, oltre a darsi alla sceneggiatura – che indirettamente contribuì a intensificare l’aspetto cinematografico della sua narrativa –, iniziò a scrivere di film con gustosa ferocia e notevole intuito; a volte era una fuga dal rigore del romanzo, un modo per rinfrancarsi. Stipulò pure un accordo con la casa editrice Hamish Hamilton per leggere manoscritti, scrivere gli strilli e portare nuovi libri sui quali avrebbe ricevuto una percentuale. La scoperta più importante della sua carriera editoriale fu probabilmente quella di R. K. Narayan, oggi considerato uno dei migliori autori indiani della sua generazione. Greene lo reputava un valido candidato per il Nobel e nel 1974 di lui disse: «Da quando è morto Evelyn Waugh, Narayan è il romanziere in lingua inglese che ammiro di più».

Nel frattempo aveva dato alle stampe il romanzo Una pistola in vendita (A Gun for Sale, 1936), scritto alla maniera de Il treno per Istanbul, i cui diritti cinematografici vennero presto venduti alla Paramount. Il piano di Greene era quello di pubblicare in futuro tutti i libri di questo genere, finalizzati al mero intrattenimento, con uno pseudonimo, firmando con il suo nome solo i romanzi più seri. L’ipotesi non si concretizzò mai, anche se lo scrittore, almeno fino agli anni Sessanta, mantenne distinte le sue opere in “romanzi” e in “divertimenti”.

Geoffrey Wylde ritrae Greene per il «London Mercury» (1937)

Nel 1936 nacque pure il suo secondogenito, Francis Charles Bartley Greene, che il padre vide ancor meno di Caroline. Futuro fotoreporter e viaggiatore, Francis morì poco più che cinquantenne nel 1987.

L’anno successivo Greene si ritrovò a dirigere la rivista «Night and Day», la quale, nelle intenzioni dei finanziatori, avrebbe dovuto fare concorrenza al «Punch» come principale pubblicazione umoristica in Gran Bretagna. Purtroppo, però, le vendite stentano a decollare e il progetto naufragò dopo appena un semestre.

Tutt’altro che fallimentare fu invece Brighton Rock (1938), il più venduto tra i suoi romanzi (vecchie edizioni italiane traducono erroneamente il titolo in La roccia di Brighton). Lo scrittore confessò che aveva iniziato il libro come un poliziesco, ma che, nel mentre della scrittura, aveva scoperto la misericordia di Dio, un tema che avrebbe continuato a esplicitare anche in altri lavori successivi.

La prima edizione americana di “Brighton Rock” (Viking Press, 1938)

Il successo di Brighton Rock, una sorta di dramma morale con un protagonista singolarmente inquietante, valse a Greene la poco gradita etichetta di «scrittore cattolico». Più volte dichiarò di non essere «uno scrittore cattolico, ma uno scrittore che si dà il caso sia cattolico», invocando in sua difesa un’interpretazione distorta di quanto affermato da Newman ne L’idea di università. Secondo Greene, infatti, il famoso teologo negava addirittura la possibilità dell’esistenza di una letteratura cattolica, quando, in verità, Newman voleva semplicemente argomentare contro l’idea che si dovessero studiare esclusivamente gli autori cristiani, escludendo i pagani.

Indipendentemente dalle polemiche, fede e arte per Greene rimasero inscindibili e ciò al netto di posizioni teologiche sovente eterodosse: ad esempio, a proposito dell’inferno, uno dei temi centrali di Brighton Rock, da vecchio si proclamò scettico su una sua possibile esistenza, ma continuò a considerare la vita come infernale, o per lo meno come un purgatorio.

Con lo scoppio della guerra civile in Spagna fu inoltre costretto dalla pressione della stampa a prendere pubblicamente una posizione. Dal momento che non gli piaceva Franco e che, in quanto cattolico, non poteva di certo pronunciarsi a favore dei repubblicani, al pari di Maritain, Greene si schierò dalla parte dei baschi, che sostenevano la repubblica solamente per ottenere l’autonomia regionale.

Una processione religiosa a Chamula, in Chiapas

A prescindere dai guai europei, già da qualche anno nella sua mente stava frullando l’idea di un viaggio in Messico con lo scopo di raccontare la terribile condizione a cui erano costretti i cattolici a causa del governo massonico e anticlericale. Dopo il mancato accordo con l’editore Frank Sheed, fu l’amico Tom Burns, della Longmans, a finanziargli la traversata atlantica e a commissionargli un libro sull’argomento, pubblicato nel 1939 col titolo Le vie senza legge (The Lawless Roads). Se gli Stati Uniti agli occhi di Greene erano l’incarnazione del grande inganno spirituale, ovvero l’eresia del benessere, il Messico, all’opposto, conservava la grazia di un’umanità autentica, tenacemente attaccata alla propria religione nonostante le sofferenze e le privazioni. L’esperienza fu così significativa che  in un appunto lo scrittore si lasciò andare a una confessione inusuale per lui, ammettendo di essere stato colto, forse per la prima volta, da un autentico desiderio di Dio: «L’unica felicità è essere un santo. O Cristo, se si potesse indirizzare l’ambizione verso la bontà – allora le preoccupazioni economiche non varrebbero più di una sconfitta a tennis o a cricket, qualcosa in cui non si è messo il cuore»…

(la vita di Graham Greene continua nella prossima puntata)

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Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da N. SHERRY, The Life of Graham Greene (Penguin Books, 2004). Unica eccezione è quella raffigurante la copertina di “Brighton Rock”, recuperata al seguente indirizzo: https://www.biblio.com/book/brighton-rock-greene-graham/d/1139588755