di Massimo Micaletti

Come prevedibile, la complessità dei rapporti tra Federazione e singoli Stati nel sistema USA ha dato il destro per una prima decisa reazione del fronte pro aborto all’impatto della sentenza Dobbs vs Jackson H.O. Come noto, a seguito della pronuncia della Suprema Corte il diritto di aborto negli Stati Uniti non ha più fondamento costituzionale – anzi, la Corte afferma che non lo ha mai avuto – sicché la gran parte degli Stati sta proibendo l’interruzione volontaria di gravidanza, con grande disperazione di quella che è una vera propria industria.

Non a caso, è stato proprio il terzo provider americano di aborti a ogni età gestazionale, Hope Medical Group for Women, che, unitamente a un’associazione pro choice, ha portato dinanzi al Tribunale di New Orleans le tre leggi della Louisiana che, dopo la sentenza Dobbs, hanno imposto il divieto di soppressione del concepito su tutto il territorio dello Stato. Le tre leggi che sono state definite dai ricorrenti “generiche”; inoltre, secondo la Hope, la decisione della Corte Suprema non comporterebbe automaticamente l’entrata in vigore del divieto di aborto per come regolato dalle norme in questione. Il giudice, in attesa di decidere, ha sospeso l’efficacia dei provvedimenti statali e dovrà ora vagliare se le doglianze dei pro aborto hanno un effettivo fondamento. Gli interventi sono ripresi immediatamente e dureranno almeno fino alla prossima udienza, fissata per l’otto luglio prossimo, salvi nuovi sviluppi. Ill Center for Reproductive Rights e – ovviamente – Planned Parenthood, soggetti milionari che vedrebbero il loro business crollare a zero da un effettivo divieto di aborto, hanno promosso iniziative simili in Florida, Ohio, Texas, Idaho, Mississippi e Utah; proprio in Utah, poco prima della Dobbs, era stato ottenuta una sospensiva contro la legge del 2020 che aveva di molto ristretto l’accesso all’interruzione di gravidanza. Insomma, la trincea passa da quella legislativa a quella giudiziaria, mentre il Segretario alla Sanità Becerra – abortista di ferro – ha dichiarato che l’amministrazione sta “facendo di tutto” perché sia garantito l’accesso all’aborto quale procedura medica, compreso il finanziare gli spostamenti delle madri da Stati in cui l’aborto è vietato a luoghi dove sia permesso. Alla domanda di un cronista se le sue iniziative siano compatibili con la legge degli Stati Uniti, Becerra ha risposto “ne parleremo in seguito” (!).

Piccola annotazione: è notevole come in queste ore la questione aborto si stia riposizionando al campo della libertà e della scelta per tornare all’alveo originale, ossia a quello medico. L’inserire la soppressione del concepito tra le terapie ne agevola la sostenibilità giuridica: la distruzione del concepito, che, forse per eccessiva sicumera dei suoi propugnatori, aveva dismesso i panni della questione medica per dichiararsi per quel che veramente è, cioè un problema etico attinente alla sfera della scelta quindi della responsabilità, viene prudentemente riammessa sotto lo spesso ombrello del diritto alla salute. “Abbiamo detto che era per far quel che volevamo del nostro corpo? Quando mai? E’ per tutelare la nostra salute!”: il problema, però, è che in questi giorni, in questi mesi, in questi anni è stato ripetuto fino alla nausea che invece l’aborto è espressione di libertà, non di cura e adesso non si può furbescamente tornare indietro.

Su un altro fronte, l’area liberal reagisce nell’usuale modo furbetto: parliamo dei social. Per effetto della sentenza Dobbs, infatti, su Facebook, Instagram è divenuta illegale la promozione delle pillole abortive a base di Mifepristone: Meta ha già annunciato di aver ridotto significativamente la pubblicità di questi preparati, tuttavia NewsMax, riprendendo la Associated Press, osserva che la pubblicità continua sostanzialmente immutata, anche sfruttando l’espediente per cui il Mifepristone può essere utilizzato anche per altri scopi oltre che per interrompere la gravidanza.

Da ultimo, in questo breve florilegio di iniziative tipicamente woke, non potevano mancare scontri e violenze. Il Washington Examiner dà conto di proteste con danneggiamenti e scontri con la polizia in Virginia, Colorado e Oregon ai danni di associazioni a tutela della gravidanza ma anche di banche e negozi, fatti gravissimi condannati, per vero, dallo stesso Joe Biden. In Arizona, una manifestazione di ottomila persone è sfociata in danneggiamenti alla sede del Campidoglio locale; in California la polizia è stata aggredita mentre tentava di contenere un corteo perlopiù pacifico; in Oregon, un centro di aiuto alla vita è stato dato alle fiamme. E l’elenco è ancora lungo, con episodi anche a Washington.

Tutto prevedibile: la sentenza della Corte Suprema è solo un inizio e in molti e diversi contesti. Resta salda la fiducia degli uomini di buona volontà nella difesa rigorosa e serena dell’evidenza: abortire è uccidere, ogni aborto è un essere umano in meno, ogni aborto priva il mondo, e per prima la madre, di un valore inestimabile e irripetibile.