L’inno “Sacris solemniis” è il secondo inno che si incontra nell’officiatura del Corpus Domini, essendo inserito all’interno del canto del Mattutino.
San Tommaso espone in poesia la verità della cessazione dell’Antica Alleanza e l’istituzione da parte di Gesù Cristo dell’unico ed eterno Sacrificio, quello stesso figurato nell’immolazione dell’agnello stabilita al tempo dell’uscita del popolo ebraico dall’Egitto.
Di gran momento risulta anche la strofa quinta, soprattutto in relazione ai calamitosi tempi attuali, in cui vediamo contraddetto, per il tramite distributori laici e distributrici laiche della comunione, il domma per cui ai soli sacerdoti Gesù Cristo abbia trasmetto il potere non solo di consacrare e offrire l’Eucaristia, ma anche quello di distribuirla (cfr. Concilio di Trento, Sess. XXIII).

Sacris solémniis iuncta sint gáudia,
Et ex præcórdiis sonent præcónia;
Recédant vétera, nova sint ómnia,
Corda, voces, et ópera.

Noctis recólitur cœna novíssima,
Qua Christus créditur agnum et ázyma
Dedísse frátribus, iuxta legítima
Priscis indúlta pátribus.

Post agnum týpicum, explétis épulis,
Corpus Domínicum datum discípulis,
Sic totum ómnibus, quod totum síngulis,
Eius fatémur mánibus.

Dedit fragílibus córporis férculum,
Dedit et trístibus sánguinis póculum,
Dicens: Accípite quod trado vásculum;
Omnes ex eo bíbite.

Sic sacrifícium istud instítuit,
Cuius offícium commítti vóluit
Solis presbýteris, quibus sic cóngruit,
Ut sumant, et dent céteris.

Panis angélicus fit panis hóminum;
Dat panis cǽlicus figúris términum;
O res mirábilis: mandúcat Dóminum
Pauper, servus et húmilis.

Te, trina Déitas únaque, póscimus;
Sic nos tu vísita, sicut te cólimus:
Per tuas sémitas duc nos quo téndimus,
Ad lucem quam inhábitas.
Amen.

A solennità sì santa vada congiunto il gaudio,
e dall’intimo del cuore s’elevi un cantico;
si smetta il vecchio, tutto sia nuovo,
cuori, voci ed opere.

L’ultima cena si commemora di quella notte,
in cui sappiamo che Cristo diede ai fratelli
l’agnello e gli azzimi,
secondo le prescrizioni date agli antichi padri.

Dopo l’agnello figurativo, terminato il convito,
che il Signore desse il suo corpo ai discepoli
e intero a tutti come intero ai singoli,
colle proprie mani, noi lo confessiamo.

Diede a loro deboli il corpo suo in cibo,
diede a loro mesti il sangue suo a bere,
dicendo; Prendete il calice che vi presento;
tutti bevetene.

Così egli istituì questo sacrificio,
il cui ministero volle affidare
ai soli sacerdoti, ai quali si appartiene così,
che ne prendano essi e ne diano agli altri.

Il pane degli Angeli divien pane degli uomini;
il pane celeste alle figure pon termine;
o cosa mirabile; si pasce del Signore
il povero, il servo e il meschino.

Te Dio uno e trino noi preghiamo;
che tu ci visiti oggi che ti adoriamo;
per i tuoi sentieri ci conduci là dove tendiamo,
alla luce dove tu abiti.
Amen.

Traduzione poetica:

Si accopî il giubilo co’ giorni santi:
dai cuor si laudi l’eterna prole:
tutto rinnovisi quel che fu avanti;
atti, pensier, parole.

Membriam dell’ultimo notte il convito,
in cui fra gli azimi porse l’angello
Cristo agli Apostoli, secondo il rito
degli avi d’Israello.

Dall’agno tipico compiuto il pasto,
cibo a’ discepoli sé da il Signore:
tutti e per singulo tutto hanno il casto
corpo del Redentore.

Col divin pascolo diè forza ai frali,
col sangue ai miseri crebbe virtute:
in questo calice, disse, nei mali
beete la salute.

Così ordinatoci quel sagrifizio,
resel perpetuo fra gli unti suoi,
che per sé toglierne s’ebbero uffizio
e ministrarne altrui.

Il pane angelico fu nostro pane,
compié le immagini dell’era antica;
e il servo e il povero, per leggi arcane
del Cristo si nutrica.

Dio trino ed unico, la gente pia
così tu visita come ti onora;
e all’alta scorgila per retta via
tua radial dimora.



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