di Luca Fumagalli

Per le puntate precedenti:

Prima puntata (1904-1925)

Seconda puntata (1925-1934)

Terza puntata (1935-1939)

Quarta puntata (1939-1948)

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Graham Greene e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala il saggio delle Edizioni Radio Spada “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

Nel 1948, prima di volare a Praga per raccontare, da giornalista, il colpo di stato in atto da parte del partito comunista, Greene vinse il premio per la miglior sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia grazia a Idolo infranto di Carol Reed, l’adattamento cinematografico di un suo racconto apparso l’anno prima nella raccolta Nineteen Stories. Reed era uno dei pochi registi di cui Greene aveva scritto con entusiasmo quando faceva il critico cinematografico ed era molto stimato pure da Alex Korda, il produttore della pellicola.

Fu proprio quest’ultimo, nello stesso periodo, a donare a Greene Villa Rosario, ad Anacapri, dove lo scrittore, per i successivi quarant’anni, avrebbe trascorso un paio di mesi l’anno finendo per ottenere la cittadinanza onoraria del comune (Korda aveva dei problemi con le norme valutarie e Greene detestava l’imposta sul reddito, perciò alcune delle loro transazioni avvenivano in natura). Tra l’altro la dimora, che si trovava nella parte settentrionale dell’isola di Capri, vantava un passato illustre ed era stata occupata in epoche differenti dagli scrittori Francis Brett Young e Compton Mackenzie.

Greene e la Walston ad Anacapri

Intanto la vita sentimentale dello scrittore si faceva ancora più complessa. Catherine Walston, una donna sposata con un ebreo benestante e madre di sei figli, si era paracadutata nella sua vita all’improvviso, nel 1946, con la richiesta di farle da padrino poiché aveva maturato la decisione di diventare cattolica. Greene non poté presenziare né al suo battesimo né alla prima comunione, ma mandò Vivien a rappresentarlo, e per congratularsi inviò qualche parola tardiva sulla carta intestata della Eyre & Spottiswoode (casa editrice che presto abbandonò, non avendo più bisogno di soldi extra). Con tempo l’iniziale indifferenza si tramutò in amore. Ne seguì una relazione appassionata e tormentata che durò, tra lati e bassi, fino al 1951, con un Greene che arrivò addirittura ad accarezzare l’ipotesi del suicidio quando Catherine gli disse che non avrebbe mai rischiato di fuggire con lui.

Al di là delle vicende sentimentali che stavano sempre più mettendo a soqquadro la sua vita privata, Greene si ritrovò a collaborare nuovamente con Reed alla sceneggiatura di un nuovo film, Il terzo uomo (The Third Man), uscito nelle sale nel 1949 e pubblicato in seguito come romanzo. Per una volta il risultato fu migliore sullo schermo che sulla pagina: la pellicola, oltre a fare incetta di premi, è ancora oggi ricordata come uno dei migliori noir di sempre. A dominare la scena è Orson Welles, nei panni di Harry Lime, sempre pronto a sfornare battute memorabili: «In fondo non è questo il dramma. Sai quel che diceva quel tale? In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù».

Greene con Carol Reed

Tra i gli scrittori cattolici che ammiravano Greene, al netto delle differenze poetiche e ideologiche, i più noti erano il francese François Mauriac e il conterraneo Evelyn Waugh. Quest’ultimo conosceva Greene fin dai tempi di Oxford, anche se all’epoca frequentavano compagnie diverse. Avevano avuto dei contatti, di tanto in tanto, negli anni Trenta e Waugh aveva collaborato al progetto del periodico «Night and Day». La loro amicizia divenne più forte solo dopo la guerra, quando entrambi – Waugh con Ritorno a Brideshead e Greene con Il nocciolo della questione – emersero come celebrità in campo letterario e religioso. La stima era reciproca, ma colpisce come l’atteggiamento di Greene nei confronti di Waugh fosse sorprendentemente umile, definendolo il miglior scrittore della loro generazione.

Un’altra persona importante per Greene in questo particolare frangente fu il gesuita C. C. Martindale, stimato agiografo, che aveva un’influenza calmante su di lui. Martindale pensava di riconoscere una vocazione in Greene: scriveva che cosa c’è nella vita della maggior parte dei santi, ovvero «un tunnel nero, in cui lui o lei sperimentano un odio interiore, una lussuria e soprattutto uno scetticismo straordinari… o qualcosa di analogo». Il compito di Greene, a suo parere, era «mostrare come la vera santità possa coesistere con la vera imperfezione (per esempio, con l’avidità, la vigliaccheria, lo snobismo), e forse fare questo è la sua vocazione». Con perspicacia, esortava lo scrittore a non lasciarsi «sedurre dal denaro» del cinema e a rimettere ordine nella sua esistenza, vivendo in modo più semplice e cercando, nella scrittura, il vero significato delle cose.

Joseph Cotton e Orson Welles in “Il terzo uomo”

Per ritrovare, nelle sue giornate, il proverbiale bandolo della matassa, Greene accettò pure di incontrare uno psichiatra cattolico di nome Eric Strauss. Fu una scelta ispirata, e Strauss fu essenziale nel tenere lo scrittore in vita nei dieci anni infernali che seguirono. Il loro rapporto terapeutico e la loro intima amicizia ebbe fine solo nel 1961 con la morte dello psichiatra.

A quarantasei anni, Greene continuava a scrivere con il solito ritmo, mettendo nero su bianco cinquecento parole esatte al giorno, non una di più né una di meno, interrompendosi in qualunque punto si trovasse, perfino nel bel mezzo di una frase. Korda immaginava che questa disciplina gli offrisse la possibilità di governare qualcosa in mezzo al caos della vita. Non essendo un buon dattilografo, scriveva le sue storie a mano, di solito su un taccuino con una penna stilografica Parker 51. Cominciò anche a servirsi di un dittafono, per tutto tranne che per la corrispondenza personale.

A questo punto della sua carriera, pur essendo giovane per un onore del genere, Greene scoprì che aveva una realistica possibilità di ricevere il premio Nobel per la letteratura. Era una delle poche onorificenze che desiderava e c’erano tutti i motivi di ritenere che un giorno l’avrebbe ricevuta; purtroppo per lui, pero, il premio non gli venne mai assegnato.

Greene con François Mauriac

Nel tardo autunno del 1950 Greene raggiunse la Malesia, quella che lui stesso definì «la prima delle mie vie di scampo», un’espressione che, non a caso, avrebbe fatto da titolo al suo secondo volume autobiografico. Angosciato per Catherine, decise di seguire il fratello in Oriente, verso uno dei paesi che si stava emancipando dal controllo coloniale della Gran Bretagna. A pagargli il viaggio fu la rivista «Life» per la quale aveva scritto un articolo sul dogma dell’Assunzione, appena proclamato da papa Pio XII (con il pontefice ebbe l’onore di un’udienza privata; tuttavia scrisse dell’austero Pacelli con ammirazione sfumata, osservando che forse era un grande papa, ma le sue encicliche erano decisamente noiose). La Malesia era formata da un gruppo di colonie e protettorati che nel 1948 si erano federati in preparazione dell’indipendenza. Ciononostante, continuavano ad esserci problemi all’interno del paese a causa della forte pressione politica esercita dal partito comunista, appoggiato da quella parte di popolazione di origine cinese. Greene, che invece parteggiava per i malesi, si sarebbe spesso innamorato delle nazioni tormentate che visitava, ma non della Malesia…

(la vita di Graham Greene continua nella prossima puntata)

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Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da N. SHERRY, The Life of Graham Greene (Penguin Books, 2004, vol. 2).