di Luca Fumagalli

Per le puntate precedenti:

Prima puntata (1904-1925)

Seconda puntata (1925-1934)

Terza puntata (1935-1939)

Quarta puntata (1939-1948)

Quinta puntata (1948-1951)

Prima di iniziare, per chi fosse interessato ad approfondire la figura di Graham Greene e quella di molti altri scrittori del cattolicesimo britannico, si segnala il saggio delle Edizioni Radio Spada “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

Nel 1951, per conto della rivista «Life», Greene partì per il Vietnam a raccontare gli orrori di una guerra che i francesi, forse per la prima volta, avevano capito che si sarebbe potuta perdere. Per lo scrittore si trattò anche di un’ennesima fuga dai suoi guai sentimentali, da quella Catherine che lo ossessionava e a cui dedicò Fine di una storia (The End of the Affair), uno dei suoi romanzi più celebri, pubblicato nel settembre di quello stesso anno e adattato più tardi per il grande schermo. Se le reazioni dei critici furono contrastanti, la sfacciataggine della dedica portò alla separazione tra Greene e l’amante; i due, per tutto il decennio successivo, si riconciliarono e ruppero ancora e ancora, provocando molta sofferenza a entrambi.

Su Fine di una storia vi è un interessante aneddoto che ha per protagonista Pio XII: pare che il pontefice, dopo aver letto il libro, abbia convocato il vescovo John Heenan – più tardi cardinale arcivescovo di Westminster – per invitarlo a sostenere lo scrittore: «Credo che quest’uomo sia in difficoltà. Se mai dovesse rivolgersi a lei, deve aiutarlo».

Greene stimava molto Pacelli, ma sulla lunga distanza fu Padre Pio a rivestire per lui una maggior importanza. Quando lo scrittore e la Walston si erano recati in Puglia, nel 1949, Padre Pio, dopo la messa, li aveva invitati a parlare con lui. Greene aveva però rifiutato, temendo che una conversazione con un santo avrebbe potuto costringerlo a mutare condotta. Da allora portò nel portafoglio due immagini di Padre Pio e, come disse a John Cornwell, quell’incontro sfiorato «instillò un dubbio nel mio scetticismo» (per lui era più facile credere quando si trovava in compagnia di cattolici ferventi; privato della loro testimonianza, tendeva alla diffidenza).

Greene in Vietnam

Nel 1952, a Los Angeles, conobbe Charlie Chaplin, di cui divenne grande amico, e quando quest’ultimo fu allontanato dal Paese con l’accusa di essere un comunista, Greene firmò articoli di fuoco sulla stampa, affermando che il senatore McCarthy aveva instaurato un vero e proprio «regno del terrore». Se la prese anche con la Chiesa cattolica americana, compreso il cardinale Spellman, accusata di incoraggiare una persecuzione uguale a quella che i cattolici stessi avevano subito in passato. Chaplin non fece mai più ritorno negli Stati Uniti e si trasferì, invece, in Svizzera, dove Greene andò spesso a trovarlo. Lo scrittore contribuì pure al suo bestseller del 1964, La mia autobiografia, sia nella revisione del manoscritto sia perché a quel tempo era direttore editoriale della casa editrice The Bodley Head, che lo pubblicò.

Fu in questo periodo, mentre si imbarcava in una nuova relazione con Jocelyn Rickards, un’artista australiana, che Greene iniziò ad adottare un trucco che gli sarebbe stato utile negli anni a venire: spesso rifiutava di farsi intervistare dai giornalisti, che poi lo descrivevano come un autore appartato e silenzioso.

Greene aveva scritto sceneggiature cinematografiche e radiodrammi, ma non aveva ancora fatto nulla per il teatro. Il suo primo tentativo in tale direzione fu L’ultima stanza (The Living Room), del 1952, uno spettacolo profondamente religioso, in ciò non molto dissimile dai successivi ll Capanno degli attrezzi (The Potting Shed, 1957) e Scolpire una statua (Carving a Statue, 1964). Sul versante più “laico” della sua produzione teatrale figurano le commedie L’amante compiacente (The Complaisant Lover, 1959), in realtà piuttosto cupa, The Return of A. J. Raffles (1975), Yes and No e For Whom the Bell Chimes (entrambe del 1980). Nel complesso, pur raggiungendo un buon grado di apprezzamento, gli spettacoli appaiono piuttosto mediocri se messi a confronto con la produzione narrativa dello scrittore.

Il capanno degli attrezzi (Viking Press, 1957)

La rivolta dei Mau Mau in Kenya convinse Greene, nel 1953, a fare un viaggio verso quello che fino ad allora era sembrato il più sicuro dei possedimenti britannici in Africa. Nei suoi articoli per il «Sunday Times» utilizzò lo stesso approccio che aveva seguito quando aveva scritto dell’Indocina, sottolineando la complessità e gli interessi contrastanti. Greene, che aborriva l’operato dei ribelli ma allo stesso tempo non si faceva illusioni sulle «unità dal grilletto facile» inviate a soffocare la rivolta, interpretò il conflitto in chiave teologica. L’essenza della sua posizione era che, disprezzando le credenze e i rituali tradizionali degli africani, i britannici si erano assicurati di non avere un ruolo duraturo nella vita dei luoghi che avevano colonizzato.

Mentre la situazione in Vietnam stava precipitando, il 9 aprile 1954 Greene fu convocato dal cardinale arcivescovo di Westminster, Bernard Griffin, che gli lesse una lettera di Giuseppe Pizzardo, allora segretario della Congregazione del Sant’Uffizio. Il cardinale Pizzardo scriveva che Il potere e la gloria era stato denunciato, e mentre faceva mostra di gentilezza riferendosi allo scrittore come a un convertito, affermava che nel romanzo la condizione umana appariva irrimediabilmente infelice e che l’opera danneggiava il sacerdozio. Greene ricevette istruzioni di fermare le traduzioni e la pubblicazione de Il potere e la gloria fino a che gli errori in esso contenuti non fossero stati corretti. Generalmente considerava sacerdoti e prelati con rispetto – un’eccezione notevole, alla fine della sua vita, fu Giovanni Paolo II, che riteneva un prepotente ampiamente sopravvalutato –, ma le pretese di Pizzardo gli parevano francamente assurde. Del resto non passò molto tempo prima che lo stesso porporato capisse di non stare giocando una buona mano e lasciò semplicemente che la protesta contro il romanzo si affievolisse. Nel 1965, quando Greene venne ricevuto in udienza da Paolo VI, scoprì in Montini un suo grande ammiratore. Dopo un po’, la conversazione tra i due finì inevitabilmente per toccare la vicenda Pizzardo. Paolo VI sembrava non ricordare la circostanza, ma gli disse: «Certe parti del suo romanzo non possono non offendere alcuni cattolici, ma lei non dovrebbe attribuire alcuna importanza a questo».

In Kenya

Nel frattempo, più precisamente nel 1955, Greene diede alle stampe, oltre a una nuova raccolta di racconti, due romanzi, Vince chi perde (Loser Takes All) e Un americano tranquillo (The Quiet American), iniziando anche una breve relazione con l’attrice svedese Anita Björk.

Ai successivi viaggi ad Haiti, in Vietnam – dove incontrò Ho Chi Minh – e in Polonia, fece seguito, nel 1957, una trasferta in Cina, verso il cui regime Greene provava un profondo disprezzo. Un polo del pensiero religioso dello scrittore era che l’unica base possibile per la fede fosse il trauma, o per lo meno una dimestichezza con la sofferenza. I credenti più autentici li aveva visti nei luoghi tormentati, quelli in cui non c’era il benessere a illuderli. Prese pure a meditare sulla distinzione tra credo (convinzione intellettuale) e fede (un assenso intuitivo o pratico), un problema che lo tormentò fino alla fine dei suoi giorni.

Avendo spesso fallito nelle relazioni personali, Greene era fermamente convinto di dover aiutare gli altri, per lo meno economicamente. Nei limiti del ragionevole, manteneva Vivien e i figli nell’agiatezza. Contribuiva in modo sostanziose pure alle spese della madre e del fratello Herbert, e aveva stabilito degli accordi finanziari per i nipoti. Passava una somma fissa a Dorothy Glover e spesso faceva prestiti a tempo indeterminato e regali in denaro agli amici che se la passavano male. Persino gli aristocratici si rivolgevano a lui per aiuti o sussidi. Inoltre aderiva regolarmente a raccolte fondi, e ad appelli ecclesiastici e politici. Al suo funerale, nel 1991, l’autrice Muriel Spark ricordò di quando, negli anni Cinquanta, era molto povera e Greene le mandava venti sterline ogni mese, sovente accompagnate con qualche bottiglia di vino rosso «che scacciava la sensazione di fredda carità». Greene aveva anche insistito perché facesse il suo nome quando cercava lavoro nell’editoria, e le regalò varie cose utili, compresa una macchina da scrivere.

Greene con Charlie Chaplin

Da un soggiorno a Cuba, nel 1958, nacque Il nostro agente all’Avana (Our Man in Havana), destinato a reinventare il genere del romanzo di spionaggio. L’isola caraibica lasciò un profondo segno nell’immaginario di Greene e, all’epoca della rivoluzione, spese parole d’elogio per Fidel Castro, considerandolo più un nazionalista che un comunista…

(la vita di Graham Greene continua nella prossima puntata)

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Seguici anche su

Le immagini a corredo dell’articolo sono tratte da N. SHERRY, The Life of Graham Greene (Penguin Books, 2004, vol. 2). Unica eccezione è la copertina de “Il capanno degli attrezzi”, reperita al seguente link: https://www.abebooks.com/first-edition/Potting-Play-Graham-Greene-Viking-Press/30791611147/bd#&gid=1&pid=1