di Emanuele Dodeci
Padre Kolbe venne arrestato il 17 febbraio 1941 dalla Gestapo presso Niepokalanow e arrivò al campo di Auschwitz il 28 maggio successivo. Iniziarono per lui giorni faticosi e bui.
Arrivando al campo mentre scendeva vedendo il saio una SS gli chiese: “Hai fede?”.
Kolbe rispose: “Sì, ho fede!”.
Gli diede uno schiaffo che lo scaraventò a terra.
Gli ripropose la domanda. “Hai fede?”.
“Sì – rispose – Ho fede!”.
Gli diede un altro schiaffo e lo lasciò a terra sanguinante.
Gli venne tatuato il numero 16670 e venne spogliato del saio, senza del quale disse: “mi sento nudo!”.
L’ultima lettera da quel luogo di morte la scrive alla madre:
Nome: Kolbe Rajmund Nato: 8 I 1894
N. matr.: 16670
Mia amata Mamma, Verso la fine del mese di maggio sono giunto con un convoglio ferroviario nel campo di Auschwitz (Oświęcim). Da me va tutto bene. Amata Mamma, stai tranquilla per me e per la mia salute, perché il buon Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto. Sarebbe bene non scrivermi prima che io ti mandi un’altra lettera, perché non so quanto tempo rimarrò qui.
Con cordiali saluti e baci.
Kolbe Raimondo
Ad Auschwitz Kolbe vivrà un inferno in terra. In quanto sacerdote fu costretto a portare i morti al crematorio, ruolo che viveva come se stesse celebrando una processione funebre con riti e azioni solenni. Una volta vi celebrò la santa messa. Era propenso a dare la sua razione di cibo ai giovani dicendo: “Almeno tu devi vivere”, ma capitava che i confratelli lo costringessero a mangiare. Costretto a trasportare pietre fuori dal campo era sempre felice.
A tal proposito degli ex deportati raccontano:
“Stavamo lavorando fuori dal campo con la ghiaia quando improvvisamente, verso le tre del pomeriggio, le sirene cominciarono ad ululare. Era un segno orribile. Significava che c’era stata una fuga. Immediatamente le sentinelle tedesche sollevarono i fucili, ci contarono, ed iniziarono un controllo rigorosissimo. Oltre a sorvegliare ogni nostro movimento, le guardie stavano all’erta per trovare il fuggitivo che, per quanto ne sapessero, poteva essersi nascosto in un campo, un albero, un pavimento, un veicolo, oppure in altri mille posti, tuttavia, i nostri pensieri non erano rivolti a lui, ma a noi stessi, visto che per ogni evaso del nostro blocco, dieci o venti di noi sarebbero stati uccisi per rappresaglia. Quindi pregai, e sono certo che tutti gli altri fecero lo stesso: Per favore, fa’ che lui non sia del mio blocco, fa che sia del blocco 3 o del blocco 8, ma non del blocco 14, ma quando tornammo al campo, capimmo che ci attendeva il peggio … il prigioniero mancante apparteneva al blocco 14. Rimanemmo al sole sull’attenti bollendo dal mattino fino al tardo pomeriggio, con un unico intervallo a mezzogiorno, quando ci fu distribuita la nostra razione di zuppa. Molti si accasciarono, e vennero lasciati giacere ovunque cadessero. Dopo il lavoro, l’intero campo rimase sull’attenti finché gli fu permesso di andare a dormire. Nessuno ebbe da mangiare. Ma il mattino seguente, dopo aver ricevuto soltanto caffè, affrontammo un altro duro giorno di lavoro tranne il blocco 14, a cui apparteneva il prigioniero mancante. Loro furono di nuovo messi sull’attenti, in pieno sole, per tutto il giorno. Questa selezione avvenne verso la fine di luglio o l’inizio di agosto del 1941. Penso che fosse domenica, ma noi non tenevamo conto delle date. Però ricordo che stava suonando l’orchestra. I musicisti erano autorizzati, anzi incoraggiati, a portare i loro strumenti nel campo ed esercitarsi. Di domenica c’erano i loro concerti, i tedeschi amavano la loro musica. Era l’unica cosa di valore che trovassero in noi.”
In questo stesso momento un generale del campo annuncia quello che già in cuor loro sapevano: “L’evaso non è stato trovato. Come rappresaglia per la fuga del vostro compagno,dieci di voi moriranno di fame … la prossima volta, saranno venti”.
Un ex detenuto continua: “Mi trovavo all’incirca nella quinta o sesta fila di dietro ed ero il quinto o sesto uomo dall’estremità da cui cominciò Fritsch. Mentre si avvicinava sempre di più, il mio cuore pulsava velocemente. “Fa’ che mi superi, fa’ che mi superi, oh passa, passa…”. Stavo pregando. Ma no. Lui si fermò proprio davanti a me. I suoi occhi mi esaminarono dalla testa ai piedi, e poi di nuovo. Un secondo esame completo dall’alto verso il basso. Vidi il segretario preparare la matita per scrivere il mio numero. Poi Fritsch mi ordina in polacco, “Apri la bocca”. La apro. Lui guarda. Passa oltre. Io respiro di nuovo”.
È inedito un racconto dove padre Kolbe stava per partire ben prima di offrirsi a morire: “Sto pensando di aver avuto fortuna. Poi improvvisamente lui indica me in fondo alla fila e chiama: ”Tu !”. Il terrore mi congela e non riesco a muovermi. Visto che non faccio un passo avanti, il mio vicino pensa che Fritsch stia chiamando lui. Insicuro, mette un piede leggermente in fuori … “Non tu, dummkopf (porco polacco)”, ringhia Fritsch, ed indica me di nuovo. Poi improvvisamente, in una frazione di secondo, cambia idea e, mentre il mio vicino comincia a indietreggiare, gli ordina di venire avanti e prende lui invece di me … Rimango paralizzato…”
Viene scelto anche Francois Gajowniczek, qui avviene qualcosa di straordinario, in ginocchio supplica la guardia affinché fosse lasciato perché aveva moglie e figli, la disperazione era tanta e ad un certo punto, Padre Massimiliano Kolbe esce dalla fila e, togliendosi il berretto, si mise sull’attenti dinanzi al Comandante.
Egli, sorpreso, rivolgendosi a padre Massimiliano, disse: “Che vuole questo porco polacco?”
Padre Massimiliano, puntando il dito verso Francesco Gajowniczek, già prescelto per la morte, rispose: “Sono un sacerdote cattolico polacco; sono anziano (aveva 47 anni), voglio prendere il suo posto, perché egli ha moglie e figli”.
Pare incredibile che il Comandante Fritsch abbia tolto dal gruppo dei condannati il Gajowniczek ed abbia accettata l’offerta di padre Kolbe, e che non abbia piuttosto condannati tutti e due al bunker della fame. Con un mostro come quello, ciò sarebbe stato possibile.
Kolbe entrò come un frammento luminoso in quella fossa buia. Anche lui, che era sempre stato di un pudore estremo, fu spogliato. La guardia delle SS ringhiava: “Spogliatevi!”, mentre erano ancora fuori dal Blocco. Non aveva senso portare gli indumenti mentre salivano i gradini. Passarono poi la porta di quella costruzione in muratura, un edificio apparentemente innocente, e scesero nei bui, fetidi sotterranei, dove vennero spinti in una delle celle puzzolenti. “Vi seccherete come tulipani!”, ringhiò il loro carceriere sbattendo la porta.
Le vittime, denudate, erano tutte in una cella. L’aria era irrespirabile, il pavimento della cella era di cemento. Non c’erano mobili, eccetto un secchio per i bisogni fisiologici. Si può dire che la presenza di Padre Massimiliano nel bunker fu necessaria per gli altri. Stavano impazzendo al pensiero che non sarebbero più tornati alle loro famiglie, alle loro case, e gridavano e imprecavano per la disperazione. Egli riuscì a rendere loro la pace ed essi iniziarono a rassegnarsi. Con il dono della consolazione che egli offrì loro, prolungò le vite dei condannati, di solito così psicologicamente distrutti che morivano in pochi giorni, anche dalle celle vicine, piene di altri condannati, si levano delle voci, in una preghiera rivolta al cielo. Le guardie non compresero: stavano per morire e cantavano e pregavano di solito lì tutti urlavano, piangevono e maledicevano, ma quel sacerdote a detta loro “è veramente un galantuomo, uno così non lo avevamo mai avuto”.. Dopo aver visto andar via i cadaveri dei compagni sul carretto del prigioniero polacco Bruno Borgowiec, che aveva il compito di portare i cadaveri al forno crematorio lui e forse altri 4 ancora vivi (non sappiamo per certo se solo lui o anche altri), vennero finiti con un’iniezione di acido fenico da un criminale tedesco (di cui mi rifiuto di riportare il nome) in pochi secondi è la fine. Massimiliano porge il braccio all’assassino, resta seduto, appoggiato al muro, la testa piegata da un lato, lo sguardo luminoso, in una visio beatifica mentre stava per essere coronato dalle corona bianca e di quella rossa Massimiliano fa la sua ultima consacrazione totale all’immacolata dalla terra dicendo: “Ave Maria” si addormenta nel Signore.
E’ giovedì 14 agosto 1941, vigilia della festa dell’Assunzione di Maria Vergine al Cielo.
Un detenuto racconta:
“I corpi dovevano essere portati al forno crematorio la mattina del 15 agosto (Solennità dell’Assunta) Alcuni furono incaricati di portarli fuori nelle casse di legno. Mi dissero: “Guarda attentamente: il primo che portiamo fuori sarà Padre Massimiliano”. Rimasi a guardare. Mentre passavano, mi tolsi il berretto rigato da prigioniero, anche se questo era proibito. Nessuno se ne accorse: ero ben nascosto. Dovevo guardarlo andare così al forno crematorio…”.
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