di Massimo Micaletti

Il caso di Archie Battersbee ha fin troppi tratti comuni a quelli di Alfie Evans e Charlie Gard, a partire dal fatto che, come per Alfie, il giudice dell’Alta Corte inglese che ha decretato la soppressione del dodicenne in stato di persistente incoscienza è Justice Hayden, che ha portato il concetto di “best interest” per il paziente al punto di ammettere l’interruzione dei trattamenti vitali anche contro il volere dei familiari e solo in ragione del grave stato di invalidità della persona.

Si discosta, però, dalle vicende Evans e Gard (ma anche, solo per dirne un’altra, da quella del piccolo Isaiah Haastrup o di Vincent Lambert) perché nel caso di Archie la lesione cerebrale non è conseguenza di una patologia ma di un evento improvviso, verificatosi pochi mesi fa, il 7 aprile 2022. Non parliamo quindi di una persona che si trovi da anni in una condizione di progressiva degenerazione, bensì di un paziente che ha avuto un malore poche settimane prima che, nel maggio 2022, i medici del Royal Hospital di Londra facessero istanza alla Corte per il distacco dei macchinari che lo tengono in vita.

Inoltre, per il ragazzo il Giudice sia di primo che di secondo grado ha imposto non solo la particolare e ormai tragicamente usuale declinazione concetto di “migliore interesse” nella morte procurata, ma ha anche indicato una data di morte fittizia: in altri termini, i magistrati hanno deciso – letteralmente – che Archie è morto, fissando il momento del decesso al 31 maggio, data in cui la risonanza magnetica nucleare cui è stato sottoposto ha censito il grave danno cerebrale. Il potere magico (non tanto e non solo del diritto ma dei Giudici) si spinge dunque ancora più in là di ciò che abbiamo visto in precedenza: per Hayden e colleghi dunque, Archie non sarà ucciso dal distacco dei supporti vitali perché è già morto e non è morto il giorno in cui è avvenuto il trauma (ossia il 7 aprile) ma quello in cui si è accertato che il suo cervello ne è rimasto seriamente danneggiato (attenzione però: Archie non è in stato di morte cerebrale).

Dopo una serie di ricorsi che rappresentano plasticamente, pure in questa vicenda, la contesa tra i genitori e i medici sulla vita di una persona gravemente disabile, sembrava fosse giunta la soluzione finale: come comunicato dall’ospedale, oggi 1° agosto il ventilatore che sostiene Archie sarebbe stato staccato, consentendo però ai genitori di tenerlo tra le braccia mentre spirava perché, signori, non si dica che medici e giudici inglesi manchino di umanità.

Il 29 luglio però le carte in tavola cambiavano ancora perché nientemeno che il Comitato delle Nazioni Unite per la dignità dei disabili inviava una richiesta urgente di riconsiderazione del caso al Governo inglese chiedendo la continuazione dei supporti vitali. Il governo, per mano del Segretario di Stato Steve Barclay, ingiungeva all’Alta Corte del Regno unito e allo stesso Royal Hospital di riprendere in esame il fascicolo: la decisione dovrebbe arrivare oggi stesso. Finalmente, alle Nazioni unite qualcuno ha il sospetto che sopprimere un disabile, per giunta contro la volontà dei familiari disposti a prendersene cura, non sia esattamente il best interest del disabile in questione.

In queste ore, nuovamente, si decide il destino di un ragazzo che ha la sola colpa di essere troppo invalido per meritare di continuare a vivere. Ancora una volta, il Diritto e la Medicina saranno chiamati a confrontarsi con la pretesa insensata della cultura occidentale di dare un senso alle parole “dignità”, “amore”, “cura”, “compassione” avendo privato l’essere umano dell’altissimo valore intrinseco che egli ha per relegarlo a un’esistenza che è tale solo se riconosciuta dagli altri e in base ai criteri che gli altri usano. Nella regressione a precipizio che sia il Diritto che la Medicina hanno compiuto negli ultimi decenni, è del tutto coerente che la morte sia considerata, disposta e imposta come rimedio più efficace per la salute e la dignità del malato. Degeneri sono dunque quei genitori che impediscono a medici pietosi di far morire i pazienti indegni; civili quei Paesi in cui, come in Italia per effetto della legge 219/2017 sul cosiddetto “testamento bioogico”, un amministratore di sostegno può chiedere che un anziano, che non ha mai espresso la volontà di essere soppresso, venga privato dei sostegni vitali. Questo è il mondo in cui viviamo, questa è la necroterapia: e siccome è una terapia, a nessuno può essere negata.

Se la civiltà occidentale tornerà a guardare all’uomo per quel che è, e non per quel che sa o non sa fare, potrà comprendere quanto prezioso sia anche il più disabile dei disabili, quanto nessuno abbia il diritto di chiedere, ottenere o garantire la distruzione del più debole in quanto debole. E proprio il Diritto e la Medicina sono le scienze chiamate per prime a recuperare questo sguardo che costituisce, in definitiva, la loro stessa ragion d’essere: un medico che curi con la morte e che usi la condizione di dipendenza dalle macchine per sopprimere il paziente anche in stato di minima coscienza; un giudice che ritenga di proteggere un disabile ordinandone la soppressione asserendo per giunta che sarebbe già morto sulla base di un criterio assolutamente arbitrario; queste sono grottesche sanguinarie parodie di ciò che dovrebbe essere.

Una civiltà si qualifica da come tratta gli ultimi: e la nostra civiltà, gli ultimi, li uccide.