Uno dei mantra del pensiero conciliare e dei suoi pontefici, in maniera particolare Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è la validità attuale della Legge di Mosè. Un errore giudaizzante enorme, a cui noi, in questa festa dell’Esaltazione della Santa Croce, vogliamo opporre ad edificazione del Lettore il dogma cattolico, l’insegnamento di Gesù Cristo, quale lo esponeva nel 1943 Pio XII nella sua monumentale enciclica Mystici Corporis.

Anzitutto, con la morte del Redentore, alla Vecchia Legge successe il Nuovo Testamento; da quel momento la Legge di Cristo, coi suoi misteri, leggi, istituzioni e sacri riti, fu sancita per tutto il mondo nel sangue di Gesù Cristo. Infatti, mentre il divin Salvatore predicava in un piccolo territorio (non essendo stato inviato se non alle pecorelle della casa d’Israele ch’erano perite) (cfr. Matth. 15, 24), avevano contemporaneamente valore la Legge e il Vangelo (cfr. S. Thom., I-II, q. 103, a. 3 ad 2); sul patibolo della sua morte poi Gesù pose fine alla Legge (cfr. Eph. 2, 15) e con i suoi decreti, affisse alla Croce il chirografo del Vecchio Testamento (cfr. Col. 2, 14), costituendo nel suo sangue, sparso per tutto il genere umano, il Nuovo Testamento (cfr. Matth. 26, 28; I Cor. 2, 25). “Allora, dice San Leone Magno parlando della Croce del Signore, avvenne un passaggio così evidente dalla Legge al Vangelo, dalla Sinagoga alla Chiesa, dalla molteplicità dei sacrifizi ad una sola ostia, che, quando il Signore rese lo spirito, quel mistico velo che con la sua interposizione nascondeva i penetrali del tempio e il santo segreto, si scisse con improvvisa violenza da capo a fondo” (Leo M., Serm., 68, 3; Migne, PL, 54 col. 374).
Nella Croce dunque la Vecchia Legge morì, in modo da dover tra breve esser seppellita e divenir mortifera (cfr. S. Hier. et August. Epist., 112, 14 et 116, 16; Migne, PL,32, 924 et 943; S. Thom. I-II, p. 103, a. 3 ad 2; ad. 4 ad 1; Concil. Flor., pro Jacob. Mansi, 30.7, 1738), per cedere il posto al Nuovo Testamento, di cui Cristo aveva eletto gli Apostoli come idonei ministri (cfr. 2 Cor. 3, 6): e il nostro Salvatore, pur essendo stato già costituito Capo universale dell’umana famiglia fin dal seno della Vergine, esercita pienissimamente nella sua Chiesa l’ufficio di Capo appunto per la virtù della Croce. “Infatti, secondo la sentenza dell’angelico e comune Dottore, egli meritò la potestà e il dominio sopra le genti per la vittoria della Croce” (cfr. S. Thom. III, q. 42, a. 1); per la medesima, aumentò immensamente per noi quel tesoro di grazie che ora, regnando nel cielo, elargisce, senza alcuna interruzione ai suoi membri mortali; per il Sangue sparso sulla Croce fece sì che, rimosso l’ostacolo dell’ira divina, potessero scorrere dalle fonti del Salvatore per la salvezza degli uomini, e specialmente per i fedeli, tutti i doni celesti, soprattutto quelli spirituali, del Nuovo ed eterno Testamento; sull’albero della Croce infine si conquistò la sua Chiesa, cioè tutti i membri del suo mistico corpo, poiché non si sarebbero uniti a questo mistico corpo col lavacro del Battesimo, se non per la virtù salutifera della Croce, nella quale già sarebbero appartenuti alla pienissima giurisdizione di Cristo.
Che se con la sua morte il nostro Salvatore, secondo il pieno ed integrale significato della parola, è diventato Capo della Chiesa, non altrimenti la Chiesa, per il sangue di Cristo, si è arricchita di quella abbondantissima comunicazione dello Spirito, con la quale, in seguito all’elevazione e glorificazione del Figlio dell’uomo sul suo patibolo di dolore, viene essa stessa divinamente illustrata. Allora infatti, come avverte Agostino (cfr. De pecc. orig., 25, 29; Migne, PL 44 col. 400), squarciatosi il velo del tempio, avvenne che la rugiada dei carismi del Paraclito (discesa fino allora soltanto sul vello di Gedeone, cioè sul popolo d’Israele), essiccato ed abbandonato il vello, irrigasse tutta la terra, cioè la Chiesa Cattolica, la quale non sarebbe stata circoscritta da verun termine di stirpe o di territorio. Come dunque nel primo momento dell’ incarnazione, il Figlio dell’Eterno Padre ornò con la pienezza dello Spirito Santo la natura umana che aveva a sé sostanzialmente unita, affinché fosse un adatto strumento della divinità nell’opera cruenta della Redenzione, così nell’ora della sua morte preziosa volle la sua Chiesa arricchita dei più abbondanti doni del Paraclito, affinché, nella distribuzione dei divini frutti della Redenzione, divenisse valido e perenne strumento del Verbo incarnato. Infatti, sia la missione giuridica della Chiesa, sia la potestà d’insegnare, di governare e di amministrare i Sacramenti, in tanto hanno forza e vigore soprannaturale per edificare il corpo di Cristo, in quanto Gesù Cristo pendente dalla Croce aprì alla sua Chiesa la fonte di quei doni divini, grazie ai quali essa non avrebbe mai potuto errare nell’insegnare agli uomini la sua dottrina, li avrebbe guidati salutarmente per mezzo di Pastori illuminati da Dio e li avrebbe colmati in abbondanza di grazie celesti.
Se poi consideriamo attentamente tutti questi misteri della Croce, non ci riescono più oscure le parole con le quali l’Apostolo insegna agli Efesini che Cristo col suo Sangue fuse insieme i giudei e i gentili “annullando… nella sua carne… la parete intermedia” con la quale i due popoli eran divisi; e che abolì l’Antica Legge “per formare in se stesso di due un solo uomo nuovo”, cioè la Chiesa, al fine di riconciliarli entrambi  in un corpo unito a Dio per mezzo della Croce (cfr. Eph. 2,14-16).


Per un approfondimento si consiglia la lettura e lo studio del testo Non abbiamo fratelli maggiori” di Don Curzio Nitoglia 


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fonte: vatican.va
fonte immagine: beweb.chiesacattolica.it